Articoli sul giornale del Vaticano ripropongono l’idea che le donne dovrebbero predicare durante la messa

di David Gibson in “ncronline,org” del 2 marzo 2016 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Alcuni articoli sul giornale semi-ufficiale del Vaticano sollecitano la Chiesa cattolica a permettere alle donne di predicare dal pulpito durante la messa, un ruolo che è stato riservato quasi esclusivamente al presbiterato – che è solo maschile – per quasi 800 anni.
“Il tema è delicato, ma ritengo sia urgente affrontarlo” ha scritto nel suo articolo sull’Osservatore Romano Enzo Bianchi, a capo di una comunità religiosa ecumenica nel nord dell’Italia e conosciuto commentatore cattolico.

“Certamente per i fedeli laici in generale, ma soprattutto per le donne, ciò costituirebbe infatti un mutamento fondamentale nella forma di partecipazione alla vita ecclesiale”, scrive Bianchi, che ha definito questa riforma un “percorso decisivo” per rispondere ai richiami diffusi – anche da papa Francesco – per trovare i modi di dare alle donne un ruolo maggiore nella Chiesa.

Anche due suore hanno contribuito con i loro articoli nella sezione speciale di marzo dell’Osservatore Romano, sezione dedicata alle donne e chiamata “Donne-Chiesa-Mondo”.
Nel suo intervento, Suor Catherine Aubin, una domenicana francese che insegna teologia in una università pontificia a Roma, fa notare che Gesù incoraggiava le donne a predicare il suo messaggio di salvezza, e che nel corso della storia della Chiesa ci sono state molte donne straordinarie evangeliste. Anche oggi vi sono donne che guidano ritiri e che predicano di fatto in altri modi, afferma.
“Poniamoci sinceramente una domanda allora”, scrive Aubin, “Perché le donne non possono predicare davanti a tutti durante la celebrazione della messa?”
Un’altra domenicana, Suor Madeleine Fredell, svedese, ha scritto: “Predicare è la mia vocazione come domenicana, e sebbene possa farlo quasi ovunque, talvolta perfino nella chiesa luterana, sono convinta che ascoltare la voce delle donne al momento dell’omelia arricchirebbe il nostro culto cattolico”.
Se un simile cambiamento ci fosse, sarebbe un mutamento contrastato.
Nei primi tredici secoli, nel movimento verso il consolidamento del potere ecclesiastico nel papato e nel clero, papa Gregorio IX effettivamente proibì ai laici – cioè ai non ordinati, sia donne che uomini – di predicare, specialmente su temi teologici o dottrinali che erano considerati temi riservati al clero istruito.
Furono poi ammesse eccezioni occasionali, ma si dovette arrivare fino all’inizio degli anni 70 del secolo scorso per trovare accenni a riconsiderare il divieto, incoraggiati dalle richieste crescenti che anche le donne – e tutti i laici – assumessero maggiori ruoli e responsabilità nella Chiesa. Nel suo articolo, Bianchi nota che nel 1973 il Vaticano diede ai vescovi tedeschi l’autorizzazione a permettere a dei laici, molti dei quali donne, a predicare con uno speciale permesso per un periodo sperimentale di otto anni.
Ma l’elezione di San Giovanni Paolo II, un papa conservatore sul piano dottrinale, nel 1978 fu l’inizio di un periodo di divieti più severi.
Il Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1983 da Giovanni Paolo II stabiliva che l’omelia “è riservata a un prete o a un diacono” (c. 767) perché è parte integrante della messa e deve essere fatta da un maschio ordinato che agisce “in persona Christi”.
Poi nel 1997 un documento Vaticano supportato da otto diversi uffici della Curia Romana cercò di rafforzare ulteriormente il divieto della predicazione di laici; esso avvertiva inoltre i vescovi che non potevano permettere alcuna eccezione.
Tuttavia, nello stesso periodo in cui il Vaticano rafforzava la distinzione tra laici e clero, i laici – molti di loro donne – svolgevano un ruolo più visibile nella messa come lettori e ministri dell’eucaristia. Le ragazze erano ammesse come chierichette, una pratica molto diffusa.

Quei cambiamenti hanno portato diversi conservatori a condannare la “femminizzazione della Chiesa cattolica, e qualsiasi proposta seria di permettere alle donne di predicare aumenterebbe certamente la loro preoccupazione.
L’argomento a favore del cambiamento è che non si tratta di “modernizzare” la Chiesa, ma piuttosto di tornare alla tradizione dei primi mille anni di cristianesimo, quando, come Bianchi e gli altri interventi fanno notare, alle donne era regolarmente dato il permesso di predicare, e spesso lo facevano di fronte a preti, vescovi e perfino al papa.

Maria Maddalena, infatti, era conosciuta come “apostola degli apostoli”, perché i Vangeli raccontano come Gesù apparisse a lei per prima la mattina di Pasqua, e mandasse lei a comunicare la notizia della resurrezione – elemento fondamentale della fede cristiana – ai seguaci maschi di Gesù.
Allora, che cosa farà Francesco?
Il pontefice ha ripetutamente invitato a far sì che le donne abbiano un ruolo più attivo nella Chiesa, ma ha anche ribadito il divieto di ordinare donne al presbiterato e ha messo in guardia dalla “clericalizzazione” delle donne nel tentativo di farne dei cardinali o di focalizzarsi sulla loro promozione a incarichi superiori nella Chiesa.
Ma che il giornale del Vaticano dedichi tanto spazio al problema della predicazione delle donne è interessante, ha detto Massimo Faggioli, storico della Chiesa presso l’Università St. Thomas nel Minnesota.
“Penso che sia un grande segnale”, ha detto.

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Il sogno di una chiesa diversa

di Aldo Maria Valli in “www.aldomariavalli.it” del 3 marzo 2016

Umiltà, povertà, spirito evangelico. I richiami di Francesco in questo senso sono continui. E li rivolge prevalentemente ai chierici, spesso ai vescovi. Se lo fa, vuol dire che la Chiesa, specie nei suoi vertici gerarchici, è malata. Malata di superbia, sfarzo, ricchezza, mancanza di spirito evangelico. Ma siamo sicuri che i richiami bastino?

Don Vinicio Albanesi, nel libro Il sogno di una Chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al Papa (Áncora, 112 pagine, 14 euro), sostiene che l’umiltà e la povertà, anche quando vengono applicate e realizzate, non bastano più. Occorre la riforma del sistema.

Non solo le persone devono ispirarsi al Vangelo, ma anche l’organizzazione. L’appello a un comportamento evangelico non può avvenire continuamente in opposizione alla struttura. Occorre rivedere in senso evangelico lo schema strutturale dell’organizzazione della Chiesa.

Don Vinicio, responsabile della Comunità di Capodarco, che conta quattordici comunità residenziali sparse in dieci regioni, parla da prete di strada, abituato al confronto duro con la realtà. Ma parla anche da canonista (è docente di diritto canonico e vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico delle Marche): una doppia prospettiva che gli consente di dare giudizi accorati ma mai generici.

Prendiamo il problema del distacco tra apparato ecclesiastico e fede delle persone. I due mondi, denuncia don Vinicio, sono distanti. L’apparato è lontano, estraneo, diffidente, se non oppositivo, rispetto a quanto le persone vivono ogni giorno. Ma, anche qui, i richiami alla buona volontà dei singoli non sono sufficienti. Il problema va affrontato mettendo mano alla struttura. Il diritto della Chiesa trasuda di clericalismo, maschilismo e autoritarismo. I contenuti della legge ecclesiastica sembrano preoccuparsi solo della vita del clero. I laici sono presi in considerazione in modo marginale e quasi come sudditi.

Nel Codice di diritto canonico c’è un’attenzione ossessiva alla questione della potestà: chi comanda e come. Di qui l’autoritarismo. Il papa Francesco fa sentire la sua voce contro carrierismo e arrivismo, e fa bene. Ma il problema è strutturale. E accanto all’autoritarismo c’è il burocraticismo. L’attenzione è tutta per la norma, non per la persona. La coscienza non è coinvolta. Lo spirito evangelico sembra una cosa estranea.

La comunione non ha luoghi in cui esprimersi, e così la collegialità episcopale. Lo schema è autoritario e gerarchico. E chi pone il problema viene guardato come pericoloso contestatore che pretende di portare la democrazia nella Chiesa. La Chiesa, si risponde, non è realtà politica! E così si chiude ogni possibilità di discussione.

La verità, sostiene don Vinicio, è che il sistema, così com’è, è fatto per garantire l’uniformità, non la libertà e l’unità.

E vogliamo parlare della commistione tra sacro e profano? Le domande di don Vinicio sono pressanti. Perché il papa deve essere capo di Stato? Che cosa c’entra il ruolo politico con il Vangelo? Perché la Santa Sede deve avere ambasciatori, i nunzi, come uno Stato? Perché la Chiesa cattolica deve stipulare concordati con il potere politico, entrando in una logica di do ut des che inevitabilmente la lega ai potentati? Si dice che questi meccanismi garantiscono la libertà. Ne siamo certi? Non garantiscono forse qualcosa d’altro: entrate economiche, privilegi, compromessi?

Tutto da rivedere anche il quadro per ciò che concerne la gestione di denaro e ricchezze. La storia ci dice che gli appelli all’onestà e alla trasparenza, per quanto nobili, sono ininfluenti. Il problema, ancora una volta, sta nelle strutture. Solo la riduzione drastica delle funzioni civili (pensiamo alle nunziature) ed ecclesiali (le varie curie) può permettere una riduzione dei costi e un allontanamento

reale della Chiesa dalla ricchezza e dalle tentazioni. Non si possono condannare, giustamente, le speculazioni finanziarie e nello stesso tempo mantenere un sistema che ne ha bisogno per alimentare se stesso.

Quale Chiesa vogliamo? Questa è la vera domanda. Secondo don Vinicio, già autore di un altro libro istruttivo e coraggioso come I tre mali della Chiesa in Italia, oggi, a ogni livello, la Chiesa appare ed è un apparato che ha molto a che fare con le norme, con le leggi, e poco o nulla con lo Spirito. Abbiamo una visione di Chiesa distorta. Diciamo Chiesa e pensiamo a una piramide, a un sistema gerarchico, dominato dall’ossessione della potestà: la Chiesa come struttura che gestisce e amministra il potere. E il Vangelo dov’è?

Bisogna avere il coraggio di introdurre la riflessione sulla natura della Chiesa. Se lo si fa, ci si accorge che gran parte delle strutture non hanno nulla a che fare con Gesù e il suo Vangelo. Sono realizzazioni umane, incrostazioni storiche, meccanismi mutuati dalla società civile e politica.

In quanto società umana la Chiesa ha certamente bisogno anche di regole. Ma oggi la regola prevale sullo Spirito e sembra allontanare la persona e le comunità da Dio. Le regole nella Chiesa hanno senso solo se favoriscono l’incontro con Dio. C’è bisogno di un grande lavoro di semplificazione, e c’è bisogno di mettere al primo posto non lo strumento (la norma), ma il fine (l’avvicinamento a Dio).

Il modello di Chiesa andrebbe ripensato completamente. Da gerarchico, normativo e chiuso dovrebbe diventare spirituale, leggero, aperto. Senza questo ripensamento anche le più nobili esortazioni di un papa come Francesco sono destinate a incidere solo superficialmente.

Una Chiesa ossessionata dalla questione della potestà e delle funzioni è una Chiesa debole, che in fondo ha paura. E’ la paura che la spinge a dotarsi di questa struttura pesante e clericale.

Da dovei può venire il cambiamento? Non dai soli appelli, ma da un ripensamento profondo dell’idea di Chiesa. E dall’apertura ai laici. Oggi il laico è guardato in fondo con sospetto dalla struttura clericale. Bene che vada, lo si considera uno strumento utile per svolgere alcune funzioni di servizio. E’ un collaboratore, un subordinato. Non è una risorsa, non lo è pienamente. Anche del laico, in fondo, si ha paura. Ci si fida solo dei laici clericalizzati. Non si capisce che una maggiore presenza dei laici, e un loro maggiore coinvolgimento, garantirebbe al chierico, a tutti i livelli, di limitare il rischio della chiusura e del clericalismo. E’ il laico che apre al mondo. E’ il laico che porta il mondo nella Chiesa, che mette a confronto i mondi, che permette di fare i conti con la realtà.

La questione del ruolo dei laici porta con sé quella del sacerdozio comune. Nonostante il Concilio Vaticano II, oggi pensiamo alla Chiesa come gerarchia (la piramide) e non come comunità di battezzati uguali. Ha voglia il papa Francesco di ricordare che nella Chiesa non ci sono differenze! In realtà tutta l’organizzazione privilegia la differenza a scapito dell’uguaglianza. Abbiamo una radicata visione di Chiesa che ignora totalmente il fatto che ogni battezzato, in quanto tale, partecipa alla triplice funzione di insegnare, santificare e governare.

In conclusione, Il sogno di una Chiesa diversa è una lettura altamente consigliabile.

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Un giorno lungo un anno per il coraggio delle donne

di Michela Marzano in “la Repubblica” del 25 novembre 2015

Da quando, nel 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenze contro le donne”, ogni 25 novembre le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo dramma sono moltissime.
Incontri, convegni, concerti ed eventi di ogni sorta sono organizzati in tutto il mondo. Tutti sembrano unanimi nel condannare questo fenomeno che continua a mietere vittime innocenti — quasi sette milioni secondo gli ultimi dati Istat. Tutti sembrano disposti a impegnarsi e a moltiplicare gli sforzi per contrastare e ridurre le violenze di genere e le discriminazioni. Come però ha recentemente dichiarato Michelle Bachelet, vice segretario generale e direttore esecutivo di “UN Women”, finché ci si limiterà a punire i colpevoli senza impegnarsi anche in serie politiche di prevenzione, non si riuscirà ad affrontare il problema con i dovuti strumenti. «Occorrono cambiamenti culturali per smettere di guardare alle donne come cittadine di seconda classe», ha ricordato Michelle Bachelet, insistendo anche sull’importanza dei modelli femminili proposti alle più giovani e ai più giovani.
Ma come si fa a insegnare il rispetto di tutte e di tutti quando si continua a vivere in una società in cui le differenze vengono ancora percepite come difetti e in cui ci si illude che la dignità di ognuno dipenda da quello che si realizza o meno nella vita e non da quello che si è, ossia “persone”, tutte uguali e tutte degne indipendentemente dal sesso, dal genere e dall’orientamento sessuale? Quando si capirà che, senza la promozione di una cultura della tolleranza e dell’accettazione reciproca, la violenza non sarà mai arginata?
Il problema delle violenze di genere non è solo un’urgenza, qualcosa di cui ricordarsi solo quando si è di fronte all’ennesimo dramma o in occasione del 25 novembre. È anche e soprattutto un fenomeno strutturale, la conseguenza immediata della profonda crisi identitaria che, al giorno d’oggi, riguarda non solo gli uomini e le donne, ma anche e soprattutto le relazioni intersoggettive. Per cultura e per tradizione, alcuni uomini pensano ancora di potersi comportare come “padroni” e non sopportano che le donne, “oggetti di possesso”, possano diventare autonome; in parte insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, le accusano di mettere in discussione la propria superiorità; in parte narcisisticamente fratturati, pretendono che le donne li aiutino a riparare le proprie ferite.
Un problema identitario, quindi, che si trasforma poi in un problema relazionale e che, ancora troppo spesso, sfocia nell’odio e nella violenza. Un odio e una violenza che non si potranno combattere efficacemente fino a quando non si capirà che il problema comincia nelle famiglie e nelle scuole e che, per affrontarlo seriamente, si deve ripartire dall’educazione dei più piccoli. Le donne non sono “inferiori”, “sottomesse” e “irrazionali” per natura, esattamente come gli uomini non sono “superiori”, “padroni” o “razionali”. Le donne e gli uomini sono certo diversi, ma la diversità non è mai sinonimo di disuguaglianza. Anzi. È sempre e solo nella diversità che l’uguaglianza e il rispetto reciproco possono essere promossi.
Ormai siamo consapevoli che l’aggressività e il senso del possesso sono parte della natura umana. Sappiamo che nessuno di noi è immune dall’odio e dall’invidia e che non si potrà mai definitivamente eliminare l’ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Ma abbiamo anche capito che la violenza, se non la si può cancellare, la si può almeno contenere e prevenire. Avendo il coraggio di fare a pezzi i pregiudizi, gli errori, i compromessi, le scuse e le banalità di cui, ancora oggi, sono impastati i rapporti tra gli uomini e le donne. Decostruendo e ricostruendo la grammatica delle relazioni affettive. Distinguendo l’amore — che regala ad ognuno di noi la libertà di essere noi stessi — dalla gelosia possessiva che obbliga l’altra persona ad occupare esattamente quel posto lì, quello che le abbiamo preparato, quello che non può disertare, nemmeno quando ha deciso di andarsene via.
È solo imparando a convivere con la frustrazione e la mancanza che si potrà poi insegnare ai più piccoli che le donne non sono né “oggetti” a disposizione per colmare il proprio vuoto né “cose” di cui ci si possa impossessare e talvolta distruggere.

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FRANCIA: ALMENO SMETTIAMOLA CON LE CHIACCHIERE

di Fulvio Scaglione in Famiglia cristiana del 15/11/2015

15/11/2015  Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.

Un biglietto di cordoglio sul luogo della strage, a Parigi (Reuters).

Un biglietto di cordoglio sul luogo della strage, a Parigi (Reuters).

E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci,grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush,ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.

Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.

Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.

Nel frattempo l’Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.

Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.

Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.

Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.

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TTIP: il trattato che annulla democrazia e sovranità popolare

di Eleonora Forenza su Adista Segni Nuovi n° 38 del 07/11/2015

«Questi accordi impediscono ai governi di svolgere le loro funzioni essenziali: tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, assicurare la stabilità economica e proteggere l’ambiente. Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se queste norme fossero state in vigore quando sono stati scoperti gli effetti letali dell’amianto. Anziché chiudere le fabbriche e costringere i produttori a risarcire le vittime, i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per non uccidere i cittadini». Queste parole non sono state scritte da un comitato di ambientalisti né da un qualche collettivo anticapitalista: sono del premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz e sono state pubblicate su Internazionale, poche settimane fa, a proposito dei trattati di libero scambio, più specificatamente del TPP, l’accordo sul Partenariato transpacifico e, per similitudine, del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti.

Da mesi lo spettro del TTIP si aggira per l’Europa, ma solo di recente, finalmente, l’opinione pubblica, grazie anche alla presa di posizione di (pochi, per la verità) intellettuali, giornalisti e soprattutto di reti di attivisti (come in Italia la rete Stop TTIP) si sta cominciando ad accorgere dei pericoli di questi trattati.

Al Parlamento Europeo porto avanti la battaglia contro il TTIP anche nell’ambito della commissione INTA, la Commissione per il commercio internazionale di cui faccio parte, e in ENVI, la Commissione per l’ambiente, la salute pubblica e la sicurezza alimentare. Mi sto occupando inoltre, anche come componente della commissione FEMM, di sollecitare studi di impatto sul TTIP e sul TISA, e più in generale sui trattati di commercio, sulla vita delle donne e sui diritti umani, sociali e ambientali.

Che cos’è il TTIP? Secondo il sito della Commissione Europea è «un accordo commerciale che è attualmente in corso di negoziato tra l’Ue e gli Usa che ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti».

Secondo le cittadine e i cittadini che si oppongono a questo trattato, e anche a mio parere, il TTIP è un cavallo di Troia delle multinazionali per demolire democrazia, diritti, ambiente e sovranità popolare, per trasformare in chiave neoliberista la costituzione formale e materiale dell’Unione europea, per deregolamentare e sancire il primato dei diritti degli investitori sui diritti delle cittadine e dei cittadini. Come?

In primo luogo, i negoziati TTIP per molti aspetti sono e restano segreti (e siamo al decimo round negoziale). Nonostante quanto cerchino di dire i sostenitori del trattato, ovvero i rappresentanti dei governi (anche quello italiano), la Commissione europea e gli Usa, molti dettagli della trattativa sono tuttora secretati. Di quali servizi e beni stiamo dunque parlando? Come essere sicuri che i beni pubblici siano esclusi da questo tipo di accordo di libero scambio? E ancora, la temutissima clausola Isds: la pos­si­bi­lità di ricorso a corti pri­vate di arbi­trato inter­na­zio­nale per risol­vere le con­tro­ver­sie fra inve­sti­tori, ovvero multinazionali, ad esempio produttori di ogm, tabacco e farmaci, e Stati. Nella sostanza si sottrae potere alla democrazia, ai Parlamenti e al popolo che li elegge.

Ancora, il trat­tato aumenterà i rischi per la salute ali­men­tare (le intossicazioni alimentari sono molto più frequenti negli Usa che nella UE proprio perché vi è una differenza sostanziale nelle filiere di controllo), per la produzione agroalimentare di qualità e per il lavoro in generale: come dimo­strano diversi studi di impatto, tra cui quello di Jero­nim Capaldo, il TTIP provocherebbe la per­dita di circa 600mila posti di lavoro in Europa.

Di fronte a questi enormi pericoli, uno schieramento sempre più largo di forze chiede l’interruzione dei negoziati.

Per quanto riguarda le istituzioni europee, attualmente la Commissione europea ha presentato una nuova proposta, in particolare sull’Isds. Come gruppo Gue/Ngl la consideriamo un’operazione di facciata che non cambia la sostanza: ovvero la presenza di corti arbitrali che rischiano di istituire il principio per cui la tutela degli investimenti avrà più valore dei diritti delle cittadine e dei cittadini e della loro sovranità. Il negoziato è ad ogni modo in una fase di stallo. Il Parlamento europeo, intanto, si sta occupando del caso emissioni, a partire dallo scandalo Volkswagen: con ogni evidenza il sistema dei controlli fa acqua da tutte le parti, una ragione in più per nutrire dubbi sul TTIP.

Fuori dalle aule del Parlamento Ue, dopo aver consegnato oltre 3.200.000 firme alla Commissione europea a Bruxelles, le campagne Stop TTIP si sono date appuntamento nella settimana di azione globale che dal 10 al 17 ottobre scorso ha portato in piazza decine di migliaia di persone contro le politiche economiche e commerciali dell’Unione.

A Berlino oltre 20mila persone hanno sfilato contro il TTIP. Pochi giorni dopo anche a Bruxelles abbiamo manifestato il nostro dissenso, ottenendo come risposta botte e arresti di massa (oltre 100 fermati). Io stessa sono stata allontanata in malo modo dalle forze dell’ordine che ci impedivano di avvicinarci al Consiglio europeo riunito in quel momento. Proprio la militarizzazione di Bruxelles è stata la rappresentazione plastica del TTIP: l’Europa dei burocrati che si fa fortezza, recintata dal filo spinato, contro i popoli che chiedono democrazia e trasparenza. Non è questa l’Europa che vogliamo costruire, serve allargare la mobilitazione, ricostruire una dimensione europea dei conflitti e dei movimenti, e fare informazione contro questi accordi che sono una nuova Nato economica di cui nessuna cittadina e nessun cittadino europeo ha scelto di far parte. Vogliono imporre dall’alto un futuro dominato dal mercato: non possiamo lasciarglielo fare.

Eleonora Forenza è eurodeputata dell’Altra Europa con Tsipras – gruppo Gue/Ngl

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Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù. Il discorso del papa al Convegno ecclesiale di Firenze

Cari fratelli e sorelle, nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l’essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

Continua a leggere sul sito del Vaticano.

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René Girard, una lettura non sacrificale del testo biblico?

di Davide Rostan in “www.riforma.it” del 6 novembre 2015

La scomparsa di Girard ci offre l’occasione di ritornare su alcuni dei suoi temi, ancora oggi di estrema attualità: la violenza, la questione delle vittime, il concetto di rivelazione e l’azione di Dio per noi. Ciò che sta veramente a cuore a Girard sono le vittime del meccanismo sacrificale. Il suo percorso, che è iniziato come analisi letteraria, è diventato lentamente una sorta di conversione personale alla causa delle vittime e all’annuncio di quella che era, secondo lui, la vera buona novella per tutta l’umanità: Gesù è morto affinché noi potessimo riconoscere il meccanismo sacrificale.

La morte di Cristo ha dunque una funzione rivelatrice di una conoscenza. Il processo di svelamento, già iniziato nell’Antico Testamento, arriva al suo compimento sulla croce con la morte dell’unica vittima che, a differenza di quanto mostrato nelle narrazioni mitologiche, ci viene chiaramente indicata come innocente. Il racconto dei Vangeli, schierandosi a fianco della vittima innocente, ci mostra così la violenza strutturale del meccanismo sacrificale su cui, secondo Girard, è fondata la nostra società: i sistemi religiosi, i riti, i divieti, il sistema giudiziario e infine il potere, che ha potuto incanalare la violenza, attraverso meccanismi di misconoscimento, verso vittime sostitutive. La violenza, insita nell’umanità, è per Girard il risultato del desiderio mimetico: il soggetto si costituisce sulla base di un desiderio indicato dall’Altro, scatenando così una rivalità mimetica e un processo di negazione dell’altro. Il peccato, individuato da Girard nella potenza diabolica del mimetismo, è esplicitato nella vicenda di Caino e Abele.

La violenza verrà così gestita attraverso il meccanismo sacrificale del capro espiatorio e l’identificazione di una vittima che verrà poi sacralizzata attraverso un processo prima rituale e infine di narrazione mitica. Esemplare in questo senso resta la lettura che Girard ci lascia del racconto della guarigione dell’indemoniato di Gerasa. Gli abitanti del villaggio legano la loro vittima a dei ceppi ma questa riesce ogni volta a fuggire per poi essere di nuovo catturata. Quando il legame vittima-villaggio viene interrotto dal guaritore che caccia lo spirito in modo definitivo e la vittima guarisce, gli abitanti del villaggio, anziché mostrare gratitudine, impauriti dalla rottura di questo legame strutturale cacciano il guaritore dal paese. Grande successo, forse non a caso, ha avuto Girard nel mondo cattolico italiano e statunitense, che hanno elogiato in questa lettura un forte impegno etico a favore delle vittime e la possibilità di rileggere il “per noi” di Cristo in termini non sacrificali.

Resta aperta, invece, a mio avviso la questione centrale che lo stesso Girard pone: la crisi dell’uomo moderno descritta da Dostoevskji in “Ricordi dal sottosuolo” come un’umanità schiacciata da un grande odio verso se stessa e verso la propria condizione di finitezza. All’inizio della sua opera, infatti, in “Menzogna romantica e verità romanzesca”, Girard stesso individua nei personaggi di Dostoevskji il modello di quell’umanità in crisi che si ritrova da sola, in assenza di un Dio sparito dall’orizzonte, a confrontarsi con l’assolutezza dei propri desideri frustrati dal reale e che rinnova perennemente la crisi mimetica. Gesù viene descritto in uno dei suoi testi fondamentali, “Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”, come l’unico uomo capace di raggiungere il fine assegnato da Dio all’umanità, e come tale viene proposto a modello per evitare il propagarsi di una violenza distruttiva. La funzione rivelativa dei Vangeli e della croce mi sembra però condurre, nella proposta etica dell’imitazione di Cristo, così formula Girard, in una sorta di vicolo cieco. Quale spazio viene infatti concesso all’alterità nella sua proposta per uscire dalla dinamica violenta provocata dal desiderio mimetico?

L’assenza di un’alterità divina, non a caso forse Girard evita di confrontarsi nell’elaborazione dei suoi testi con il tema della resurrezione, e la proposta dell’imitazione di un modello per definizione inimitabile, mi sembra che riconsegni l’umanità alla stessa situazione che lui stesso ravvisa nei

romanzi di Dostoevskji. Il fascino della sua lettura universale, lo svelamento del meccanismo della vittima sacrificale, l’attenzione alle vittime innocenti e le domande che Girard ci lascia, mi sembra che trovino solo in parte una soluzione nella sua proposta etica. Una tale lettura del testo biblico, che non si confronta con il tema della libertà di Dio e con il suo agire nella storia, rischiano infatti di consegnarci un modello, fosse anche quello del Gesù terreno, incapace di operare quella riconciliazione con se stessa che le impedisca di avere come unica prospettiva quella di tentare di conformarsi ad un modello senza peraltro poterci mai riuscire.

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René Girard. Dai miti ai Vangeli

di Daniele Zappalà in “Avvenire” del 5 novembre 2015

«I Demoni di Dostoevskij. Poi, Alla ricerca del tempo perduto di Proust». Fu una risposta senza esitazioni, ma tanto più indimenticabile per la dolcezza di voce e di sguardo con cui René Girard la pronunciò, nel suo piccolo appartamento parigino a due passi dalla Tour Eiffel, davanti a un cronista che ci mise un bel po’ a decifrare come fosse possibile che un simile monumento delle scienze umane occidentali, al termine di un’intervista, potesse rispondere con tanta naturalezza a una domanda che avrebbe fatto ridere o al contrario indisposto tanti altri: «Perdoni la facezia. Ma quali romanzi porterebbe assolutamente su un’isola deserta?». Dietro al grande studioso c’era un uomo di una rara generosità intellettuale, spesso testimoniata da quanti negli anni hanno potuto incontrare o “sentire” Girard. C’erano ancora imprevisti picchi, molto discreti, dietro il massiccio della fama accademica dell’antropologo scopritore della teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio, appena scomparso a 91 anni, dopo una lunga malattia. Come intuivano i più stretti collaboratori di una vita, questi intimi picchi abitavano l’uomo in simbiosi con la fede di Girard, nato nel giorno di Natale del 1923 ad Avignone, la città del Palazzo dei papi.

Con Menzogna romantica e verità romanzesca, uscito nel 1961 e da allora ristampato di continuo in tutto il mondo (per Bompiani in Italia), partì proprio dall’analisi dei più grandi romanzi occidentali la cavalcata di Girard in una nuova prateria vergine dell’antropologia filosofica, riassunta forse da una celebre massima del libro: «L’uomo desidera sempre secondo il desiderio dell’Altro». Dalle iniziali letture girardiane dei capolavori di Stendhal, Cervantes, Flaubert, Proust e Dostoevskij, quella teoria si è poi diffusa come una sorta di bing bang teorico nei campi più svariati delle scienze umane, come mostra oggi l’estrema varietà dei temi toccati dai convegni dell’Arm, l’Associazione delle ricerche mimetiche, voluta in Francia dagli allievi e amici di Girard per offrire un pur minimo coordinamento, una sorta di mappatura, al rizoma intellettuale propagatosi lungo i decenni dalla grande intuizione di Girard.

«La sua eredità culturale sarà assicurata da tanti e vorrei dire in questo momento che non c’è nessun cenacolo girardiano, perché René ha saputo parlare fin da subito a un vasto pubblico sulle due sponde dell’Atlantico, conservando fino all’ultimo questo gusto dell’apertura», ci dice Benoît Chantre, fra i più stretti amici e presidente dell’Arm, con voce paralizzata dal dolore. Nel 2007, proprio Chantre aveva dialogato con Girard nell’ultima grande opera del pensatore, ancora straordinariamente magmatica e avvolgente, uscita in Italia con il titolo Portando Clausewitz all’estremo (Adelphi). I critici più attenti l’hanno subito interpretata come un monito dal sapore profetico, puntato sulle enormi capacità d’autodistruzione del genere umano: una sorta di attualizzazione, in chiave filosofica e per i lettori del XXI secolo, del ritratto del nichilismo umano contenuto a livello letterario proprio nei Demoni di Dostoevskij, l’opera preferita da Girard: «Siamo la prima società a sapere che può autodistruggersi in modo assoluto. Ma ci manca la credenza che potrebbe sostenere questo sapere». Lungo la densa parabola intellettuale girardiana, dal primo fino a quest’ultimo capolavoro, sono tante le opere che hanno impressionato i lettori di tutto il mondo. Volumi scritti quasi tutti negli Stati Uniti, in quella Stanford dove Girard ha condotto quasi tutta la sua carriera accademica. E dove gli studenti del campus della celebre università avevano imparato a incrociare Girard pure la domenica, lungo il percorso verso la Messa. In Italia, dove il pensiero girardiano è stato accolto con grande favore anche da contrade intellettuali ideologicamente opposte, è uscito nel 1980, per Adelphi, La violenza e il sacro, prima de Il capro espiatorio (1987, Adelphi).

«L’amore, come la violenza, abolisce le differenze», aveva scritto in una delle tante opere con cui aveva precisato nel tempo il suo pensiero, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1983, Adelphi). E di amore ha sempre molto trattato tutta l’opera girardiana, concentrata in proposito pure sul senso profondo, innestato nella stessa natura umana, della Passione di Cristo: per Girard, il Sacrificio che si è offerto come modello, ribaltamento e possibile via d’uscita rispetto alla strada antica, antropologicamente radicata, degli olocausti rituali per placare l’aggressività sociale connessa alle intime trappole del desiderio.

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Corrado Augias: «le “mie” ultime 18 ore di Gesù»

intervista a Corrado Augias a cura di Gian Mario Gillio in “www.riforma.it” del 26 ottobre 2015

Le ultime ore della vita di Gesù sono sempre state un racconto avvincente e tutti conoscono il finale. Sembrerebbe una scelta ardita pubblicare un libro “già scritto”. Lei delinea però nuovi scenari attraverso documenti e un pizzico di fantasia. Da quali fonti ha attinto per scrivere quest’ultimo suo lavoro: metà saggio e metà romanzo.

«Ho utilizzato le consuete fonti come i quattro vangeli canonici, i numerosi vangeli apocrifi e in modo particolare mi sono rifatto al vangelo di Giuda che è stato molto utile per poter ricostruire la storia di quelle ultime ore e i personaggi che ne sono stati i protagonisti. Altre fonti storiche utilizzate sono quelle classiche: Giuseppe Flavio, Tacito, Filone d’Alessandria. Fonti però sommarie e spesso incomplete. Per questo motivo ho voluto integrarle a modo mio con un pizzico di fantasia per raccontare la “mia” storia di Gesù e quella di alcuni personaggi a lui vicini, trascurati e poco raccontati dai vangeli».

Quali?

«Un personaggio fondamentale solamente citato e mai raccontato nei testi sacri, è Giuseppe. Il padre di Gesù, uomo che nei vangeli non dice mai una parola. Rappresentato come una figura sbiadita, una semplice vittima di un avvenimento metafisico, spirituale, celeste. Ho cercato invece di raccontare una figura diversa, di dar vita a quell’uomo, ad un padre che vede il proprio figlio giovanissimo venir arrestato e ucciso. Lo stesso ho voluto fare per la madre di Gesù: Maria. Un personaggio quasi “scolorito” nelle Scritture e oggi figura fondamentale per la chiesa cattolica. Nei vangeli Miriam dice solamente tre frasi e Paolo addirittura non la cita mai. Una Mater dolorosa ai piedi della croce dove giace suo figlio, affranta ma sempre silenziosa, quasi una comparsa, nel dolore. Nel mio libro ho deciso di far emergere la figura di una donna ebrea, di una madre, questa volta protagonista delle traversie di quelle ore concitate mentre accompagna suo figlio incontro alla tragico destino che lo attende. Mi sono concentrato anche su altre figure importanti come quella di Ponzio Pilato o quella di Barabba, dando loro spessore narrativo».

Lei ha volutamente trattato le ultime 18-20 ore della vita di Gesù. Una tragica rappresentazione notturna: l’arresto in serata, la terribile notte e la sentenza alle prime luci del mattino. La crocifissione nel pomeriggio.

«Tutta la “Passione” di Gesù si svolge infatti di notte: Il Sinedrio, l’incontro con Ponzio Pilato, poi Erode Antipa e di nuovo Pilato. Il fatto che le ultime ore di vita di Gesù siano avvenute essenzialmente nell’oscurità ha aggiunto un connotato di sinistra concitazione all’intera vicenda. Ho cercato di fare leva su questa potente molla narrativa. Anche perché i personaggi che si “agitano” in quella terribile notte sono poderosi, anche nella loro ridicolaggine, come Erode Antipa, un reuccio da burla che regna sulla Galilea e si trova a Gerusalemme, proprio come Pilato, solo per le celebrazioni della Pasqua».

Lei si è spesso interrogato sulla figura di Gesù, lo ha fatto in passato con lo storico del cristianesimo Mauro Pesce. In questo lavoro racconta anche la “sua” spiegazione sul perché Gesù viene condannato a morte?

«Il libro che lei ha citato era una conversazione avvenuta con lo storico Mauro Pesce, dunque un saggio. Questo libro è un prodotto diverso, una storia di fantasia. Ma per risponderle: Gesù è condannato a morte perché da profeta disarmato sfida i due poteri forti che si contendevano la sovranità in Giudea e più largamente in Palestina in quegli anni, intorno al 30/35, e che vedono la forte occupazione militare sotto l’impero di Tiberio. La Giudea non ha un re; al contrario della

Galilea, è sotto controllo diretto di un procuratore romano, l’odioso Ponzio Pilato. Dico odioso perché era un personaggio di levatura modesta, oltre che l’autore di errori clamorosi. Gesù sfida dunque i due poteri forti: quello dei sommi sacerdoti e quello di Roma, trovandosi di fatto in un imbuto senza via d’uscita. Se esaminiamo la storia di Gesù dal punto di vista politico, la vicenda è molto semplice. Un uomo sfida i due maggiori poteri presenti sul territorio in quell’epoca e dunque non può che finire sul patibolo. Potremmo vederla anche dal punto di vista “provvidenziale”, dove le Scritture trovano adempimento attraverso l’immagine dell’Agnello di Dio. Una costruzione teologica dei fatti che per scelta ho voluto ignorare. Ho deciso di concentrarmi esclusivamente sulla vicenda umana e politica di Gesù. La storia e la vita di un uomo che ne delineano ancor più compiutamente la grandezza, in tutta la sua evidenza».

Eppure lei non tralascia anche l’esegesi teologica e ridimensiona alcune frasi dei vangeli. Ad esempio: “Tutto il popolo disse: il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.

«La frase che lei ricorda è contenuta del vangelo di Matteo. Lo stesso papa Ratzinger, analizzando il testo, ha ribadito che non ha alcun fondamento storico. Non essendo cattolico, posso spingermi oltre: questa frase è stata scritta da Matteo o da chi per lui, proprio per accattivarsi l’attenzione e la benevolenza dei romani. Non dimentichiamoci che i vangeli sono stati scritti dopo il Settanta, ossia dopo la distruzione del secondo Tempio. La circolazione di questi testi avviene in un mondo completamente diverso dal punto di vista geopolitico e religioso, Gerusalemme non esiste quasi più e il dominio romano è ormai consolidato. Per benevolenza nei confronti dei romani quella frase doveva scaricare la colpa sugli ebrei, manlevando le responsabilità avute da Ponzio Pilato».

Ha ricordato la sua attenzione per Giuda Iscariota, famoso per il tradimento attraverso il “bacio”.

«Il bacio di Giuda, così come viene raccontato dalle Scritture, non ha alcun senso. E’ incomprensibile. Non si capisce per quale motivo Giuda avrebbe dovuto baciare Gesù, un uomo a tutti noto; entrato quattro giorni prima a Gerusalemme per condividere con i suoi seguaci la domenica delle palme. Tutti sapevano chi fosse Gesù, dove fosse solito riunirsi con i suoi discepoli per pregare, l’Orto del Getsemani. Anche la questione del tradimento per denaro è risibile oltre ad essere raccontata in modo contraddittorio nei diversi vangeli. Giuda dev’essere visto come “l’agente” che completa e rende possibile il disegno divino. Cosa che del resto dice anche Paolo, proprio nella Prima Lettera ai Corinzi».

Lei si definisce non credente, malgrado il suo afflato spirituale e la nota curiosità per la figura di Gesù.

«Perché Gesù è un uomo che ha saputo mettere in gioco la propria vita, sino a perderla, per un ideale di rinnovamento. Ci sono sempre stati a memoria d’uomo esempi di grande determinazione. Per citarne solo due, Gandhi e Francesco d’Assisi. La storia di Gesù conserva quel fascino irresistibile dove radici, storia, cultura, filosofia e religione si intersecano. Potrei azzardare e dire che dal punto di vista letterario la vita di Gesù è certamente tra le storie più avvincenti che io abbia mai letto».

Corrado Augias, Le ultime 18 ore di Gesù, Einaudi, pagine 246, euro 20

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La voce di Tillich contro Hitler

di Filippo Rizzi in “Avvenire” del 21 ottobre 2015

A cinquant’anni dalla morte un ricordo del pensatore protestante che dagli Stati Uniti, dove era stato costretto all’esilio per le critiche al nazismo, ha segnato fortemente la teologia del XX secolo.

Stimato da Thomas Mann per la sua avversione al nazismo, studiato da Martin Luther King per la sua attenzione al trascendente e al mistero cristiano e per il suo “socialismo religioso”, ma in particolare un pensatore capace di stare sul confine dei saperi tra teologia, filosofia e psicologia e di presentarsi quasi sempre come il vero contraltare del pensiero di Karl Barth e del suo “Dio inaccessibile”.

In queste poche righe si condensa la cifra accademica del teologo protestante tedesco Paul Tillich (1886-1965) – di cui domani ricorrono i 50 anni della morte. Un pensatore che ha segnato la storia della teologia della seconda metà del Novecento sia in ambito cattolico sia in quello protestante; basti pensare alle sue opere più famose come Il futuro delle religioni o L’irrilevanza, La rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità di oggi, il suo capolavoro Teologia sistematica o ancora il suo scritto autobiografico più significativo Sulla linea di confine.

Cappellano militare durante la prima guerra mondiale, discepolo dell’idealismo tedesco e del filosofo Schelling, Tillich diventerà da subito una delle voci più critiche in Germania contro l’avvento del nascente nazismo e della sua ideologia pagana. A causa della sua critica al regime di Hitler – in particolare dopo la pubblicazione del saggio La decisione socialista – verrà privato della cattedra all’università di Francoforte e dal 1933 comincerà il suo esilio dalla Germania: sarà costretto a riparare negli Stati Uniti, dove opererà fino alla morte nelle università di Columbia, Harvard e Chicago. E propria sulla sua ferma critica al nazismo e al suo paganesimo si sofferma il pastore valdese Paolo Ricca: «Il suo fu un gesto coraggioso soprattutto perché egli faceva parte del movimento dei “socialisti e religiosi”, che avevano come modelli di riferimento i pastori protestanti svizzeri Leonhard Ragaz ed Hermann Kutter. Con il suo esilio Tillich non prese parte attiva alla lotta della “Chiesa confessante” che si oppose al regime: tutta la leadership finì nei campi di concentramento. Forse anche per questa sua scelta di vivere oltreoceano, anche dopo la guerra, la sua influenza sulla teologia protestante è stata meno incisiva in Europa rispetto a quella di Bonhoeffer, Karl Barth e Rudolph Bultmann. Egli è molto più conosciuto in America che nel Vecchio Continente. Io stesso ho scoperto la sua grandezza negli anni della mia maturità accademica e per una mia iniziativa personale».

Elmar Salmann intravede in questo «pensatore kairologico», imbevuto del pensiero di «Schelling, dell’idealismo tedesco e della teologia liberale di Ernest Troeltsch» il punto di maggiore novità della sua indagine sull’esistenzialismo e sulla società. «Parte dell’unicità di questo intellettuale – rivela Salmann – è rappresentata da vari fattori: è uno studioso che sta sulla soglia, accompagna i passaggi della storia fra teologia e filosofia. È molto vicino alle riforme sociali fatte in Germania negli anni Venti del Novecento. Forse tutto questo spiega perché Theodor Adorno decide di fare la sua tesi universitaria su Kierkegaard diretta dal professor Tillich». Padre Salmann, alla luce anche di questo anniversario, scorge dei punti di incontro tra la teologia tillichiana e quella di Barth. «Pur così diversi nella loro impostazione metodologica – osserva – vi è in entrambi una forte vena socialista e socialdemocratica. C’è, a mio giudizio, un’affinità elettiva nascosta: basti rileggere la loro interpretazione della crisi sociale della Germania dopo la prima guerra mondiale. In Tillich ha avuto il sopravvento la vena liberale, fenomenologica, pneumatologica mentre in Barth quella cristologica che riporta il tutto alla Rivelazione divina. Pur da angolature diverse entrambi propongono un percorso di realizzazione del cristianesimo nella realtà e nella complessità della vita umana e sociale».

La sua attenzione agli interrogativi ultimi come il suo varco di ricerca verso la psicanalisi e il mistero del trascendente o ancora l’attualità di un testo tillichiano come Il coraggio di esistere ( The courage to be), sono alcuni degli aspetti del teologo esistenzialista tedesco che da sempre hanno affascinato di più Eugenia Scabini, docente di Psicologia sociale della famiglia alla Cattolica di Milano e autrice, tra l’altro, nel 1967, di un saggio Il pensiero di Paul Tillich: «In lui è fortissima questa istanza di porsi gli interrogativi ultimi, di andare all’essenziale delle questioni ultime. E in fondo molto di questo metodo e terminologia verrà ripreso anni dopo, con una sua lettura originale, dalla sociologa Margaret Archer».

La Scabini, rileggendo l’attualità di Tillich si sofferma sulla sua interpretazione del concetto di ‘ansia’. «Proprio perché è un esistenzialista e un protestante puro fa i conti con Freud, rilegge in chiave moderna questo stato d’animo, non dimenticando la condizione antropologica e psicologica. Una condizione l’ansia reinterpretata da Tillich che supera un certo riduzionismo psicologico e fa affiorare uno stato d’animo comune e tipico di molti esseri umani ». E rileva un particolare: «A mio giudizio parte della sua eredità maggiore sta nel suo saggio Il coraggio di esistere dove descrive un atto, in fondo, che porta alla fede, un Dio che ci accetta e ci giustifica nonostante l’angoscia della colpa e della condanna. Come sicuramente originale è la sua interpretazione del concetto di limite e di confine, quello che lui chiama in tedesco grenzen. In quella metafora di stare sul confine si può essere aperti a qualcos’altro anche perché solo chi è sul bordo può guardare avanti e indietro. Ed è quindi una condizione privilegiata».

Un’eredità dunque ancora attuale e da approfondire secondo il teologo valdese Paolo Ricca: «Il centro della sua ricerca teologica è la correlazione tra messaggio cristiano e condizione umana. Se si prende in mano l’indice della sua opera più famosa Teologia sistematica si scopre tutto questo. La grandezza di Tillich – è la considerazione finale – è quella di collocarsi sul confine tra realtà e fantasia, tra teoria e prassi, tra Chiesa e società. Questa posizione di confine implica e obbliga Tillich a un ripensamento abbastanza radicale del linguaggio della fede. Basti pensare al concetto di peccato riletto nei termini di alienazione da se stessi, dal prossimo (che diventa un estraneo), da Dio rispetto al quale non si riesce più a instaurare un dialogo con Lui. C’è in tutto questo un profondo rinnovamento del linguaggio della fede ed emergono così gli aspetti più promettenti, a mio giudizio, della sua teologia».

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