René Girard, una lettura non sacrificale del testo biblico?


di Davide Rostan in “www.riforma.it” del 6 novembre 2015

La scomparsa di Girard ci offre l’occasione di ritornare su alcuni dei suoi temi, ancora oggi di estrema attualità: la violenza, la questione delle vittime, il concetto di rivelazione e l’azione di Dio per noi. Ciò che sta veramente a cuore a Girard sono le vittime del meccanismo sacrificale. Il suo percorso, che è iniziato come analisi letteraria, è diventato lentamente una sorta di conversione personale alla causa delle vittime e all’annuncio di quella che era, secondo lui, la vera buona novella per tutta l’umanità: Gesù è morto affinché noi potessimo riconoscere il meccanismo sacrificale.

La morte di Cristo ha dunque una funzione rivelatrice di una conoscenza. Il processo di svelamento, già iniziato nell’Antico Testamento, arriva al suo compimento sulla croce con la morte dell’unica vittima che, a differenza di quanto mostrato nelle narrazioni mitologiche, ci viene chiaramente indicata come innocente. Il racconto dei Vangeli, schierandosi a fianco della vittima innocente, ci mostra così la violenza strutturale del meccanismo sacrificale su cui, secondo Girard, è fondata la nostra società: i sistemi religiosi, i riti, i divieti, il sistema giudiziario e infine il potere, che ha potuto incanalare la violenza, attraverso meccanismi di misconoscimento, verso vittime sostitutive. La violenza, insita nell’umanità, è per Girard il risultato del desiderio mimetico: il soggetto si costituisce sulla base di un desiderio indicato dall’Altro, scatenando così una rivalità mimetica e un processo di negazione dell’altro. Il peccato, individuato da Girard nella potenza diabolica del mimetismo, è esplicitato nella vicenda di Caino e Abele.

La violenza verrà così gestita attraverso il meccanismo sacrificale del capro espiatorio e l’identificazione di una vittima che verrà poi sacralizzata attraverso un processo prima rituale e infine di narrazione mitica. Esemplare in questo senso resta la lettura che Girard ci lascia del racconto della guarigione dell’indemoniato di Gerasa. Gli abitanti del villaggio legano la loro vittima a dei ceppi ma questa riesce ogni volta a fuggire per poi essere di nuovo catturata. Quando il legame vittima-villaggio viene interrotto dal guaritore che caccia lo spirito in modo definitivo e la vittima guarisce, gli abitanti del villaggio, anziché mostrare gratitudine, impauriti dalla rottura di questo legame strutturale cacciano il guaritore dal paese. Grande successo, forse non a caso, ha avuto Girard nel mondo cattolico italiano e statunitense, che hanno elogiato in questa lettura un forte impegno etico a favore delle vittime e la possibilità di rileggere il “per noi” di Cristo in termini non sacrificali.

Resta aperta, invece, a mio avviso la questione centrale che lo stesso Girard pone: la crisi dell’uomo moderno descritta da Dostoevskji in “Ricordi dal sottosuolo” come un’umanità schiacciata da un grande odio verso se stessa e verso la propria condizione di finitezza. All’inizio della sua opera, infatti, in “Menzogna romantica e verità romanzesca”, Girard stesso individua nei personaggi di Dostoevskji il modello di quell’umanità in crisi che si ritrova da sola, in assenza di un Dio sparito dall’orizzonte, a confrontarsi con l’assolutezza dei propri desideri frustrati dal reale e che rinnova perennemente la crisi mimetica. Gesù viene descritto in uno dei suoi testi fondamentali, “Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”, come l’unico uomo capace di raggiungere il fine assegnato da Dio all’umanità, e come tale viene proposto a modello per evitare il propagarsi di una violenza distruttiva. La funzione rivelativa dei Vangeli e della croce mi sembra però condurre, nella proposta etica dell’imitazione di Cristo, così formula Girard, in una sorta di vicolo cieco. Quale spazio viene infatti concesso all’alterità nella sua proposta per uscire dalla dinamica violenta provocata dal desiderio mimetico?

L’assenza di un’alterità divina, non a caso forse Girard evita di confrontarsi nell’elaborazione dei suoi testi con il tema della resurrezione, e la proposta dell’imitazione di un modello per definizione inimitabile, mi sembra che riconsegni l’umanità alla stessa situazione che lui stesso ravvisa nei

romanzi di Dostoevskji. Il fascino della sua lettura universale, lo svelamento del meccanismo della vittima sacrificale, l’attenzione alle vittime innocenti e le domande che Girard ci lascia, mi sembra che trovino solo in parte una soluzione nella sua proposta etica. Una tale lettura del testo biblico, che non si confronta con il tema della libertà di Dio e con il suo agire nella storia, rischiano infatti di consegnarci un modello, fosse anche quello del Gesù terreno, incapace di operare quella riconciliazione con se stessa che le impedisca di avere come unica prospettiva quella di tentare di conformarsi ad un modello senza peraltro poterci mai riuscire.

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