La strage rimossa di quelli che difendono Sora nostra Madre Terra


di Gianni Valente in “La Stampa-Vatican Insider” dell’8 maggio 2015

È una strage silenziosa e silenziata, con le vittime concentrate in America Latina e nell’Asia sud- orientale: Brasile, Filippine, Colombia, Honduras, Perù, Guatemala. È in questi e in altri paesi, tutti abitati da popoli a maggioranza cattolica, che vivevano e operavano i 116 attivisti coinvolti nella difesa della terra e dell’ambiente che sono stati ammazzati nel mondo durante il 2014. Una lista di nomi probabilmente incompleta, che comunque rappresenta quasi il doppio del numero di giornalisti uccisi nel mondo durante lo stesso periodo, e registra un incremento del 20% rispetto al 2013.

Mentre si attende l’enciclica di Papa Francesco dedicata all’ambiente e all’impatto del sistema di sviluppo sulle risorse naturali, il «Rapporto 2014» appena pubblicato dall’organizzazione internazionale Global Witness – impegnata nella denuncia dei legami occulti tra sfruttamento ambientale, corruzione e conflitti armati – getta luce su uno dei lati più oscuri e oscurati della questione ambientale che ha tanto interpellato la sollecitudine pastorale del Vescovo di Roma da indurlo a dedicarvi la sua seconda enciclica, dopo la Lumen fidei scritta «a quattro mani» con Papa Ratzinger.

Il rapporto di Global Witness, intitolato «How Many More?» – e rilanciato anche da Fides, l’Agenzia delle Pontificie opere missisonarie – attesta che nel 2014 sono stati registrati 88 omicidi di difensori dell’ambiente nella sola America Latina. Il numero di crimini contro attivisti ambientali perpetrati nei paesi latinoamericani è pari a tre quarti delle uccisioni di militanti impegnati nella difesa dell’ambiente registrati in tutto il mondo. Secondo il documento, ogni settimana almeno due persone nel mondo vengono uccise per aver preso posizione contro la distruzione dell’ambiente. Nel conto sono compresi sia gli ambientalisti ammazzati da militari e forze di polizia durante le manifestazioni e gli scontri legati all’occupazione di terre, sia quelli eliminati da sicari. «Mentre le aziende cercano nuove terre da sfruttare – si legge nel rapporto – ci sono sempre più persone che alla fine pagano in questo modo la loro resistenza».

Il rapporto mette in risalto un dato eloquente: nei paesi dell’America Latina, oltre il 40% delle vittime che si contano nelle file dei difensori della natura e della terra appartengono alle popolazioni indigene. La violenza degli apparati e quella criminale colpisce con particolare virulenza le popolazioni indigene che scelgono di difendere le terre in cui vivono dall’assalto delle aziende alla continua ricerca di nuovi territori da sfruttare. Nel 2014, sono stati 47 gli indigeni ammazzati mentre cercavano di proteggere i propri territori di residenza. Un numero probabilmente inferiore al dato reale, se si tiene in conto che le violenze di questo tipo vengono perpetrate spesso in aree remote, e le identità delle vittime spesso rimangono ignote.

Nei casi documentati nel 2014, tutte le morti violente di attivisti pro-terra sono avvenute nel contesto di dispute riguardanti la proprietà, il controllo e l’uso della terra e delle risorse naturali, con un aumento delle morti collegate alle proteste provocate dall’istallazione di impianti per la produzione di energia idroelettrica e per lo sfruttamento di miniere e altre industrie estrattive, ma anche dalla contaminazione delle acque, dalla pesca illegale e dallo sfruttamento scriteriato della flora e della fauna.

Un altro aspetto documentato dal Dossier di Global Witness è la diffusa impunità che segue le violenze e gli omicidi a danno degli attivisti pro-ambiente. La documentazione raccolta intorno ai casi divenuti oggetto di indagini e di azione giudiziaria ha individuato tra gli autori materiali di tali violenze gruppi paramilitari, forze di polizia e contractor privati, mentre tra i mandanti ci sono proprietari terrieri, figure del crimine organizzato e membri e agenti dei gruppi economici impegnati nello sfruttamento delle risorse naturali.

Il Brasile guida la lista dei paesi dove ammazzano con più frequenza attivisti ambientali (29 uccisi), seguito da Colombia (25), Honduras (12), Perù (9), Guatemala (5).

La strage dei difensori della terra e delle risorse naturali interpella anche le Chiese, nei paesi dove da sempre la predilezione per i poveri ha fatalmente incrociato la questione ambientale e i conflitti dello sfruttamento delle risorse naturali. Soprattutto in America Latina, da decenni molti tra gli operatori pastorali uccisi mentre servivano Cristo nei poveri erano stati coinvolti in conflitti legati all’uso della terra e dei suoi beni. Uomini e donne come Ezechiele Ramin, il missionario comboniano caduto nel 1985 in un’imboscata a Cacoal, nello stato brasiliano di Rondonia, per aver difeso i piccoli agricoltori dall’oppressione dei latifondisti. O come Dorothy Stang, la suora brasiliana di origini statunitensi uccisa da sicari nel 2005 nello stato brasiliano di Parà, dopo che aveva affiancato per anni agricoltori e operai nelle lotte contro il disboscamento dell’Amazzonia.

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