Quando l’obbedienza non fu più una virtù


di Marco Labbate in “il Foglio” – mensile di alcuni cristiani torinesi – del marzo 2015

Non credo che vi sia modo migliore per fare memoria della Lettera ai cappellani militari che rileggerla. Può sembrare — e in parte lo è — una proposta con un tratto leggermente demagogico: un discorso simile può valere per qualsiasi testo scritto che meriti di essere ricordato. È vero, ma ritengo che nel caso di don Milani questo approccio indichi anche una pista interpretativa. Scriveva José Luis Corzo nel suo saggio su don Milani che le parole del sacerdote «invadono il testo, straripano dalle situazioni descritte e riducono il biografo e il lettore al ruolo di mero ascoltatore, concordante o discordante, ma ascoltatore». Se a distanza di cinquant’anni riteniamo che l’anniversario di questa lettera vada celebrato, il motivo ineludibile sta nella sua prosa. Dal punto di vista dei contenuti don Milani non aggiungeva nulla al già detto, né sulle pratiche nonviolente, né sul rapporto tra vangelo e guerra moderna. In ambito cristiano le maggiori innovazioni vennero probabilmente dalle riflessioni di Primo Mazzolari e Ernesto Balducci. Proprio perché la forma di uno scritto non è un aspetto inessenziale, la Lettera ai cappellani militari si configura come elemento profondamente originale e di rottura di tutto il panorama pacifista italiano. Essa ha la capacità di rendere la riflessione sulla guerra giusta e sull’obiezione di coscienza un concetto semplice, facilmente trasmissibile. Il priore impostò la lettera con l’esplicito intento di suscitare reazioni e «attirarsi più grane possibili» (lettera alla madre del 16 febbraio 1965) e colpì con efficacia i tabù di una propaganda secolare, rimodulando proprio attraverso il taglio linguistico, concetti fino a quel momento statici e indiscutibili (si pensi alla fortuna della proposta milaniana della parola «patria» nel Sessantotto). Se è lecito un paragone retroattivo, si può dire che don Milani utilizzò, alla maniera che sarà di Pasolini, idee note, facendole passare attraverso una forma linguistica che le rendeva dirompenti e dunque nuove. Un ritaglio de «La Nazione»
Racconta Mario Lancisi che la domenica del 14 febbraio 1965 il professor Agostino Ammannati, vecchio militante nel Partito d’Azione che collaborava col priore nella comunità di Barbiana, si presentò da don Milani con la faccia di chi sapeva di portargli una notizia che lo avrebbe fatto indignare. Recava in una tasca un ritaglio de «La Nazione» di due giorni prima in cui era riportato il comunicato dei cappellani in congedo dalla Toscana, redatto in occasione dell’anniversario della conciliazione tra Stato e Chiesa. Il priore lesse ai suoi ragazzi le poche righe che si chiudevano con la famosa allocuzione in cui si definiva l’obiezione di coscienza «un insulto alla Patria e ai suoi caduti», «estranea al comandamento dell’amore», «espressione di viltà».
La Lettera ai cappellani militari nacque da una discussione pubblica sull’articolo che don Milani tenne insieme ai suoi allievi. Essa fu dunque in primo luogo il risultato di una «lezione». L’aspetto educativo ne è un tratto distintivo. Il duplice ruolo del priore di «maestro e sacerdote», rivendicato nella autodifesa davanti ai giudici, lo portava a ristabilire la verità offesa «di fronte ai ragazzi che mi guardavano sdegnati e appassionati, poiché un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale».
In secondo luogo il richiamo di don Milani agiva dentro una pedagogia della responsabilità delle proprie azioni, che stava alla base dell’esistenza stessa della scuola di Barbiana, non solo come principio, ma anche come mezzo. Questa era nata con l’intento di dare la parola a un muto, i figli dei contadini: «anticipazione, profetica anticipazione della liberazione degli oppressi incarnata dalla teologia della liberazione», avrebbe detto qualche tempo dopo Ernesto Balducci. Dare ai poveri i mezzi necessari per esprimersi significava anche tendere a una società in cui «ognuno è responsabile di tutto». Equa nei diritti e nei doveri.
A che cosa obbedire?
Come è stato più volte messo in luce da molti autori, la Lettera ai cappellani è un testo che parla di obbedienza prima che di obiezione di coscienza. Non solo perché il termine «obbedienza» è presente più di quello di «obiezione», ma perché essa è il nucleo portante di tutto il discorso. La coscienza milaniana non si risolveva mai in una dimensione individualistica, ma era iscritta dentro un’esistenza comunitaria. Ad essa era affidato il compito di stabilire leggi migliori che dessero al popolo una sovranità effettiva (il suo intimo amico Gianpaolo Meucci, parlò in proposito di «disobbedienza creativa»). Solo partendo da questo principio, egli che si era definito un «fanatico dell’osservanza della regola» poteva scrivere davanti ai suoi ragazzi e davanti alla sua Chiesa che «l’obbedienza non era più una virtù».

La lettera ha come retroterra l’autorità morale di una manifesta obbedienza dottrinale, per cui diventava impossibile ai suoi avversari coglierlo in fallo: obbedienza che era riposta in Cristo e attraverso di lui nei poveri che la legge doveva tutelare secondo il dettato costituzionale. La grande domanda che sta alla base del testo è «a che cosa obbedire», non «a che cosa obiettare». E destinatari non sono solo i suoi allievi che lo costringono a prendere posizione, ma sono anche i cappellani e la chiesa tutta. Come scrisse Giovanni Miccoli, la lettera parlava a una Chiesa atrofizzata nelle sue componenti gerarchiche da una falsa idea di obbedienza all’autorità, che l’aveva fatta rifuggire da una assunzione delle proprie specifiche responsabilità.

Da Barbiana all’Italia: una lettura «strabica»

La lettera fu pronta il 23 febbraio, venne pubblicata in tremila copie su unico foglio dattiloscritto, inviata a undici giornali, ai sindacati, agli amici di Barbiana e a tutti i preti fiorentini. Veniva dopo un’altra risposta agli stessi cappellani, ingiustamente dimenticata, scritta da don Bruno Borghi, un sacerdote-operaio intimo amico di don Milani, fin dai tempi del seminario, che aveva dato un taglio prettamente evangelico. Tra le motivazioni che spinsero don Milani a diffondere un testo ben più provocatorio vi fu anche la scarsa rilevanza data dalla stampa a quello di Borghi. Il destino sembrava tuttavia simile. Invece il 6 marzo «Rinascita» lo pubblicava con il titolo equivoco I preti e la guerra. Anche in questo caso pubblico e privato si incrociavano: il direttore di «Rinascita», Luca Pavolini, era stato un amico di infanzia del priore, prima che le loro vite si dividessero. Si ritrovarono insieme alla sbarra a dover rispondere degli stessi capi d’imputazione: apologia di reato, incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare. Don Milani non gradì l’accostamento a un giornale comunista. Nella Lettera ai giudici disse che «Rinascita» non meritava «l’onore d’esser fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la nonviolenza».

Il 6 marzo, dunque, la lettera uscì da un ambito privato, o comunque elitario, e divenne un testo che fece discutere un Paese e almeno due generazioni. L’eco e la ricezione della lettera di don Milani rimandano a una storia che corre a fianco della biografia del priore e tiene insieme il processo, con la presenza di istituti non democratici all’interno dell’Italia repubblicana, l’impantanamento del centrosinistra, le molte strumentalizzazioni politiche, l’ostilità della curia fiorentina e la cauta solidarietà del Papa (figura dei compromessi consiliari), i cambiamenti dei movimenti pacifisti, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, le oscure e anonime minacce fasciste, l’esplosione della contestazione. Parla molto dell’Italia e poco della piccola comunità di Barbiana.

Questo, come altri scritti milaniani va letto con occhi strabici. Don Milani non può essere astratto dall’originalità della sua biografia, né dell’atipicità con cui affrontò i problemi civili e religiosi. Allo stesso tempo i fraintendimenti e gli usi fatti delle sue parole rappresentano una storia che va indagata e non accantonata come falsa: è questo che fa di don Milani un punto di snodo accostandosi al quale si può vedere in controluce una fase decisiva della storia di un Paese che affrontava tumultuosamente e in modo schizofrenico il boom economico e la ribalta di una nuova generazione. E forse capirla meglio.

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