Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante»


di Lorenzo Maria Alvaro in vita.it del 16/01/2015

Per lo scrittore la battuta del Pontefice non è casuale né ingenua: «è stato un modo con cui non solo ha chiarito che come Papa difende la Chiesa ma anche che non è indifferente al ridicolizzare le fedi, il tutto però sdrammatizzando. Oggi si tende a commentare tutto in diretta. Dovremmo cominciare a riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella»

Il grande dibattito che l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha scatenato in Occidente è in particolare sulla libertà di espressione e sulla satira. Tutto è lecito? Non ci sono limiti? Proprio nel mezzo di queste discussioni è arrivata una battuta del Papa che è deflagrata come una bomba. Il Pontefice dopo aver chiarito che non si può uccidere in nome di Dio e chiarito che l’irrisione della fede è sbagliata ha concluso «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Per riflettere su questi temi abbiamo chiamato lo scrittore Moni Ovadia noto, tra le altre cose, in particolare per essere un formidabile raccontatore di barzellette ebraiche.   

Cosa ne pensa di questo dibattito sulla libertà di espressione?
Il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti dice che non si può arrestare nessuno prima che abbia parlato. E secondo me è sacrosanto. Quindi le censure non si possono fare a priori. Secondo me poi non si possono fare neanche a posteriori, a meno che non si rintracci una qualche forma di diffamazione o calunnia. Nel qual caso ci sono le leggi.

Secondo lei, al di là della legge, esiste un limite non valicabile?
Il limite da porre alla libertà di espressione è certamente un problema. Ad esempio, se io ridicolizzo una vittima di pedofilia, irridendone le esperienze e la sofferenza, come verrebbe preso? O se facessi satira sulle vittime della Shoah che cosa accadrebbe? È chiaro che ci deve essere un limite, ma deve essere etico, affidato alla coscienza di ognuno. Non può essere stabilito per legge.

C’è poi un’altra faccenda sul tavolo. Qual è l’oggetto della satira?
Certamente. Se io prendo in giro Ruini su, ad esempio, l’eterologa, a mio avviso sto facendo satira. Nel senso che il prelato che vuole intervenire sulle questioni che afferiscono alla sfera politica può essere un tema satirico. Ma se comincio a irridere la Vergine Maria o Gesù Cristo sto irridendo valori sacri. Qualcosa che è al di sopra di un chierico e delle sue azioni. E questo vale anche per l’ebraismo e per l’Islam. Sparare a zero con la satira su certi atteggiamenti dei rabbini in Israele è sacrosanto. Irridere la Torah invece no. Lo stesso vale per l’Islam. Nel caso dei mullah, è giusto poter essere satirici, anche in modo aggressivo. Maometto invece è un’altra cosa. Non per ragioni politiche, di politically correct o riverenza nei confronti del potere, sia chiaro. Si tratta di rispettare la fede autentica.

Insomma la satira colpisce vizi, atteggiamenti e peccati, non persone o simboli?
Esatto. La satira deve irridere i comportamenti non le figure. Io, ad esempio, sono stato personalmente molto contrario alla satira nei confronti di Brunetta, che si concentrava a colpirne le fattezze fisiche. Non è giusto fare satira su un handicap. Anzi, non credo sia proprio satira.

Un argomento che non vale solo per la satira ma per il concetto di libertà in generale. Libertà non può essere fare quello che si vuole…
Uno dei vizi di questo nostro mondo è quello che si pensa di poter fare qualunque cosa, l’importante è non dare fastidio. Invece, anche se non ci sono conseguenze di legge, non tutto è lecito. O la libertà ha contenuto o diventa arbitrio. Su questo ha ragione il mio amico Revelli. E aggiungo che l’attenzione alle sensibilità altrui non è illibertaria ma un esercizio intelligente della propria libertà.

E poi c’è il famoso pugno del Papa. Che ne pensa?
Io credo che abbia pensato a sé da ragazzo. Quando, probabilmente faceva a botte nelle periferie di Buenos Aires come tanti suoi coetanei. Ha fatto riferimento al “vilipendio” della mamma, che in castillano è una cosa estremamente pesante. Per altro dal punto di vista cattolico, guardando al comportamento di Gesù, non è una cosa così strana. La cacciata dei mercanti dal tempio lo fa prendendoli a pedate e bastonate. E il motivo era proprio la mancanza di rispetto per la fede. Gesù non fu tenero e mostrò molto vigore. In ogni caso ritengo che quella battuta sia stato un seme sapiente di lungimiranza.

Lungimiranza? Perché?
Quella battuta dice in una sola volta tre cose a tre mondi diversi. La prima è rivolta ai cristiani e dimostra come il Papa difenda la fede da chi la attacca. La seconda è rivolta al mondo occidentale e cattolico e tende a sdrammatizzare e stemperare la grande tensione. Infine la terza è rivolta ai musulmani comunicandogli che i cristiani non sono indifferenti alle questioni delle offese alla fede, ma chiarendo che non si può uccidere in nome di Dio. C’è poi un messaggio universale che potrebbe essere il quarto aspetto. Tutto il mondo capisce la differenza tra i terroristi che uccidono e il Papa che, pur con fermezza, fa una battuta di spirito.

A me ha ricordato Don Camillo di Guareschi…
Si è molto doncamillesco ma, ribadisco, anche molto lungimirante. Perché questa battuta in sostanza mira ad evitare la contrapposizione tra cristiani e musulmani. Credo sia stato un atteggiamento molto intelligente per stemperare la violenza. Altro che alimentarla. Comunque sono convinto che il problema, nella comprensione di quello che succede è che siamo diventati tutti troppo frettolosi. Arrivano le cose e noi le giudichiamo al volo. Bisognerebbe cercare di ragionare di più, confrontarsi. Riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella.

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