L’arcivescovo e l’imam: “Noi fratelli gemelli”


di Véronique Viriglio in “il Fatto Quotidiano” del 15 settembre 2014

“A Bangui la gente ci chiama i fratelli gemelli oppure gli inseparabili. Nel bel mezzo della tempesta abbiamo ricevuto il dono di conoscerci e di lavorare insieme per la pace e la riconciliazione”. Con tono entusiasta e allo stesso tempo riflessivo l’imam Oumar Kobine Layama, presidente della Comunità islamica del Centrafrica, racconta della sua esperienza di vita mentre il paese sta attraversando uno dei suoi periodi più bui. Per cinque mesi l’imam Layama ha vissuto con l’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nzapalainga, che gli ha aperto la porta di casa mentre fuori le milizie a maggioranza cristiana Anti-Balaka davano la caccia ai ribelli della Seleka e ai cittadini di confessione musulmana, costretti a fuggire dalla capitale. “Nonostante anni tormentati dall’indipendenza (dalla Francia, il 13 agosto 1960), in cui si sono susseguiti colpi di stato, ammutinamenti e ribellioni, la storica convivenza tra musulmani e cristiani (rispettivamente l’11% e l’80% della popolazione) non è mai stata messa in pericolo. Delle incomprensioni tra comunità ci sono state, ma di buona norma abbiamo sempre vissuto in simbiosi, nel rispetto l’uno dell’altro fino a quel terribile dicembre 2012”, racconta l’imam del Centrafrica.

Iniziano le ostilità

Quella data ha segnato l’avvio delle ostilità da parte della coalizione Seleka, costituita nel nord-est da gruppi eterogenei e sulla scia di vecchie ribellioni, in una remota regione la cui popolazione si sentiva abbandonata dalle autorità centrali e esclusa dai benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse minerarie e naturali, a cominciare dai diamanti. La Seleka è nata con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il contestato presidente François Bozizé, arrivato al potere nel 2003 con un colpo di stato ai danni del predecessore. Per la Seleka obiettivo raggiunto il 24 marzo 2013. Nella sua ‘marcia’ verso Bangui ha reclutato mercenari e ribelli dei vicini ed instabili Sudan e Ciad – per lo più musulmani – commettendo crimini e saccheggi ai danni della popolazione, a maggioranza cristiana. “Da subito abbiamo unito le forze per proteggere la nostra gente ed evitare la strumentalizzazione religiosa dei centrafricani. Con l’imam Layama abbiamo costituito un fronte comune per far capire a tutti che non si tratta di una guerra confessionale ma di una lotta tra gruppi per il potere politico ed economico”, gli fa eco monsignor Nzapalainga. Tra i due uno “stretto rapporto di collaborazione , convivialità e fratellanza” costruito in mesi di convivenza quotidiana, presso la cattedrale Notre Dame a Bangui. Per non parlare dei viaggi che da un anno e mezzo a questa parte li hanno portati ai quattro angoli del Centrafrica, nei paesi vicini, negli Stati Uniti e in Europa. “Abbiamo molte cose da fare insieme per preservare la relazione islamo-cristiana. Sarà più comodo se viene a stare da me”: con queste parole lo scorso gennaio Nzapalainga ha aperto la porta di casa all’imam, minacciato dalle milizie Anti-Balaka. All’imam Layama è stato assegnato l’appartamento nel quale alloggia regolarmente il vescovo della diocesi di Bambari (centro). “Attraverso questa esperienza abbiamo riscoperto la tradizione di ospitalità, di protezione fraterna e di coesione sociale che ha sempre contraddistinto il rapporto tra le nostre due comunità. Speriamo che possa servire da modello ai nostri fratelli per compiere passi avanti verso la riconciliazione e tornare a vivere insieme pacificamente come lo hanno sempre fatto” auspica l’imam Layama.

Preghiera comune

Raccontando della loro convivenza quotidiana, monsignor Nzapalainga ci dice che “nell’arco della giornata c’erano dei momenti di preghiera comune per invocare la pace per il nostro paese. Per cercare tutto quello che ci unisce. Poiché, come mi dice sempre l’imam, siamo tutti figli di Abramo. Abbiamo radici comuni che dobbiamo ricordare e tutelare”. Sempre all’interno dell’arcivescovado monsignor Nzapalainga ha aperto un apposito spazio per consentire all’imam di pregare assieme alle famiglie musulmane rimaste a Bangui. Nel conflitto centrafricano sono stati distrutti molti luoghi di culto sia cristiani che musulmani. In una situazione sempre più pericolosa sul piano della sicurezza, all’arcivescovado sono stati accolti anche la moglie e i figli dell’imam Layama.

I pasti hanno rappresentato un altro momento di ritrovo importante che scandiva il quotidiano dei due capi religiosi. “Facevamo a turno le benedizioni di rito. Ho sempre mangiato da solo con l’imam visto che nella religione musulmana la donna non condivide i pasti con l’uomo. Poi nella preparazione del cibo ho dato precise istruzioni per fare in modo che il suo regime alimentare venisse sempre rispettato. Dal tavolo sono state bandite alcune carni, tra cui il maiale, e altre pietanze che lui non consuma” dice ancora monsignor Nzapalainga, 47 anni, originario di Bangassou (sud-est), arcivescovo di Bangui da marzo 2012. “Abbiamo vissuto per cinque mesi nel rispetto reciproco e senza alcun tabù. Stare insieme vuol dire accogliere l’altro nelle sue differenze senza cercare di influenzarlo o di fargli cambiare idea. Poi la religione è una scelta così personale e intima” tiene a precisare l’imam Layama.

Insieme nel rispetto comune

E lui lo sa molto bene. È nato 54 anni fa in una famiglia prevalentemente cristiana di sette figli, nella località sud-orientale di Mobaye (sud-est). È stato battezzato e cresimato. “Per una curiosità personale e in modo libero a 22 anni mi sono avvicinato all’Islam. Ho vinto una borsa di studio in Arabia Saudita per approfondire gli studi teologici. Tra i miei parenti c’è chi ha criticato questa scelta e chi invece l’ha rispettata, dicendomi che ormai ero maggiorenne. Il tempo ha dato loro la risposta: il mio destino era diventare imam”. Per Layama, un’altra cosa è certa: “In nessun modo il Corano spinge i fedeli a intraprendere guerre sante. Per definizione nessuna guerra è santa! Il buon Jihad (che significa ‘lo sforzo nella voce di Dio’) è colui che con le sue azioni agisce a favore del bene e contribuisce alla pace. Invece ci troviamo di fronte ad individui che strumentalizzano il Corano per fini politici e materiali, facendo dell’odio e dell’intolleranza la loro religione, nel totale disprezzo del diritto e della vita umana” deplora il presidente della Comunità islamica del Centrafrica.

“Grazie all’imam Layama, ho conosciuto in modo più approfondito la sua religione. Le maschere sono cadute e le etichette sono state rimosse. Così si è rivelato a me il vero volto dell’Altro. Il mio fratello è una persona intelligente, colta, moderata e estremamente attenta al suo vicino. Questa esperienza provvidenziale mi ha fatto riconciliare con l’Islam attraverso la riscoperta delle nostre radici comuni” riconosce a modo di confessione l’arcivescovo Nzapalainga.

Da oggi in Centrafrica saranno i caschi blu dell’Onu a monitorare la sicurezza mentre un governo di unità nazionale dovrà accompagnare il paese fino ad elezioni generali, da tenersi nel 2015, per archiviare la transizione. “Il sostegno della comunità internazionale è determinante ma tocca a ogni centrafricano assumersi le proprie responsabilità per contribuire alla costruzione di un futuro di fiducia reciproca, coesione sociale e pace” insiste l’imam Layama. “La nostra forza è la verità e la comunicazione diretta tra le diverse comunità per stroncare sul nascere ogni potenziale causa di divisione e conflitto. Tocca a noi, leader religiosi, preservare l’armonia della nostra società facendo capire a ciascuno che la particolarità del Centrafrica è proprio la sua diversità. Per questo va rispettata e coltivata” conclude l’arcivescovo.

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