Ma anche le donne portavano la kippah


di Anna Foa in “Avvenire” del 10 settembre 2014

Domenica prossima è la Giornata europea della Cultura ebraica. Previsti in tutta Italia centinaia di eventi sparsi in 77 città. La manifestazione è promossa dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane che, per l’occasione, aprirà le porte di sinagoghe, musei e quartieri, invitando chi vuole a scoprire i luoghi, la storia e la cultura ebraica di ieri e di oggi. Il tema di quest’anno che farà da ideale trait-d’union della giornata è «Donna Sapiens. La figura femminile nell’ebraismo», e focalizzerà il discorso sulla emancipazione femminile nella tradizione ebraica.

Sono storie diverse nel tempo e nello spazio quelle delle donne ebree: tenute lontane dalla sfera religiosa pubblica e che, ancor oggi, almeno nell’ebraismo ortodosso, non hanno accesso al rabbinato; centrali nella vita familiare, dove sono al cuore di una religiosità fatta di riti e tradizioni domestiche; in grado nel passato di leggere e scrivere più forse di quanto non lo fossero le donne cristiane; munite talvolta di ampi spazi di autonomia lavorativa ed economica; mai sottoposte all’obbligo di coprirsi il volto, come le donne musulmane… E potremmo continuare ad elencare i loro poteri e le loro limitazioni e a confrontarli con quelli delle altre culture, a cominciare da quella cristiana. Un panorama in realtà molto variegato di rapporti di genere, in cui rispetto al mondo cristiano l’elemento forse di maggior differenza è l’inesistenza, fra gli ebrei, del monastero, e cioè della possibilità femminile di rinunciare alla famiglia e di sfuggire così anche alle regole e limitazioni che sempre caratterizzano la vita famigliare. Donne che, come le loro sorelle cristiane, nella maggior parte dei casi hanno attraversato la storia senza lasciare traccia di sé, senza che il loro nome fosse ricordato. Ma non sempre, ma non tutte.

Durante la prima Crociata, nel 1096, gruppi marginali di Crociati assalirono e distrussero le comunità ebraiche della zona renana della Germania, per sbarazzarsi dei nemici interni prima di attaccare quelli esterni. Numerosi furono fra gli ebrei, soprattutto nelle famiglie rabbiniche, coloro che per evitare la conversione uccisero i loro famigliari e si suicidarono. Nei lunghi elenchi dei martiri, letti per secoli in sinagoga, ci sono anche i nomi delle donne, anche il loro ricordo è entrato nella preghiera. Nei ghetti italiani del Cinquecento, le donne erano economicamente munite di notevoli autonomie: potevano recarsi dai notai senza mediatori maschili, possedere beni di proprietà, far testamento autonomamente. Troviamo anche ragazze che rifiutano lo sposo che la famiglia ha loro destinato, che si ribellano con forza ai voleri dei genitori. E troviamo, nel ghetto di Mantova, una cantante ebrea famosa alla Corte dei Gonzaga, Madama Europa, la sorella del compositore Solomone Rossi, e in quello di Venezia una poetessa e scrittrice ebrea, Sara Copio Sullam.

La prima donna ebrea a scrivere un’autobiografia vera e propria fu nella Germania della seconda metà del Seicento Glueckel von Hameln. Lavorò a fianco del marito mercante, gestì gli affari dopo la sua morte, si risposò, allevò molti figli. Il suo libro, scritto originariamente in yiddish, è un testo prezioso e godibilissimo che ci consente uno sguardo in profondità sul suo mondo, sui suoi affetti, sulla sue religiosità. Diversissimo un secolo dopo il mondo ebraico berlinese di Rachel Varnhagen, il cui salotto fu frequentato dai massimi intellettuali tedeschi del tempo.

Scrittrice, si convertì nel 1814 al cristianesimo. Nella straordinaria biografia che ne ha scritto, Hannah Arendt ce la mostra nella sua drammatica ambivalenza tra ebraismo e cristianesimo. Ed è forse nella via stretta fra le due religioni, nelle conversioni, che le donne ebree emergono a tutto tondo. È attraverso le donne che nelle famiglie ‘marrane’ si tramanda maggiormente l’adesione segreta all’ebraismo.

Nella Napoli del secondo Cinquecento, molte donne di origine spagnola sono arrestate come giudaizzanti, ed alcune di loro sono accusate di aver tradotto testi dall’ebraico. Sono donne sapienti, come nel titolo della Giornata della cultura ebraica. Alcune finiranno per questo sul rogo.

Con l’avvicinarsi dell’emancipazione, le donne emergono sempre più alla luce nel mondo ebraico. Nella Russia zarista, dove l’emancipazione restava ostinatamente negata agli ebrei, le donne si gettano nella politica, nell’opposizione al regime zarista, nel sionismo. Emigrano per poter frequentare le università, come Anna Kuliscioff, che da Zurigo passa poi in Italia, divenendo uno dei leader del partito socialista, compagna di Andrea Costa e poi di Turati e modello di anticonformismo. Nelle Americhe, nella grande ondata di emigrazione ebraica di fine Ottocento, le donne ebree diventano operaie nelle fabbriche, partecipando della vasta adesione ebraica alla modernità. Nell’incendio del 1911 a New York della fabbrica Triangl, in cui morirono 123 operaie, a cui si fa erroneamente risalire la festività dell’8 marzo, la maggior parte delle vittime erano operaie ebree che venivano dai villaggi ebraici dell’Europa orientale.

Nelle comunità americane, in maggioranza riformate o conservative, le donne hanno accesso al rabbinato, a differenza che nelle comunità ortodosse. Ma la prima donna a essere ordinata rabbino fu nel 1935 in Germania Regina Jones. Ortodossa, Regina Jones si vide naturalmente rifiutare l’ordinazione dai rabbini ortodossi e la ricevette da un rabbino riformato, senza tuttavia aderire alla Riforma. Regina Jones fu arrestata dai nazisti nel 1942, spedita a Theresienstadt dove lavorò nell’équipe dello psicologo Viktor Frankl aiutando i deportati nella loro battaglia per la sopravvivenza. Morì ad Auschwitz nel 1944 ma nessuno ne ha lasciato menzione fra i sopravvissuti, nemmeno Frankl.

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