La missione? È opporsi agli imperi del mondo


di Alex Zanotelli in “Avvenire” del 27 giugno 2014

La passione missionaria di Paolo è semplicemente straordinaria; egli è stato affascinato da Cristo risorto e brucia dal desiderio che tutti ne facciano esperienza. Ecco perché Paolo è così duro con le sue comunità: perché devono riflettere Gesù con uno stile di vita alternativo a quello imperial- romano. Ecco perché Paolo ammonisce i Filippesi così: «Essere irreprensibili e puri, figli di Dio, innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita» (2,15). È a questa passione missionaria di Paolo che papa Francesco vuole riportare la Chiesa nella sua esortazione Evangelii gaudium.

Papa Francesco ripete, senza stancarsi, l’invito all’«uscita», alla «scelta missionaria», all’«impulso missionario», a una «pastorale in chiave missionaria» e a «costituirsi in tutte le regioni della terra in uno ‘stato permanente di missione’»! (n. 25). E ripropone, in termini moderni, la stessa passione di Paolo per l’annuncio missionario. «Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: ‘Voi stessi date loro da mangiare’» (n. 49). E con ancora più calore scrive: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere, se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo» (n. 273). (…) Tutto ciò pone domande enormi al mondo missionario, che si è mosso in larga misura, dal 1500 ad oggi, all’ombra dei grandi imperi occidentali (spagnolo, portoghese, olandese, britannico e americano), per sfociare nell’odierno impero della finanza. Paolo, da buon apocalittico che era, sapeva che gli antichi imperi (Babilonia, Persia e Grecia) erano «bestie» (Dan 7) e Roma la più orribile di tutte (Ap 13). Paolo aveva capito che l’impero era l’opposto di quello che Gesù chiama «regno di Dio» e che Paolo chiama «giustificazione per fede». Ha ragione Albert Schweitzer quando afferma che «la più grande tragedia del cristianesimo è stata non aver capito che il regno di Dio, predicato da Gesù, è la stessa realtà che Paolo chiamava giustificazione per fede». È chiaro che quello che Paolo annuncia, e tenta di realizzare nelle sue comunità, è il sogno di Dio, espresso così bene da Gesù: il sogno di un mondo ‘altro’ rispetto a quello che abbiamo. Basta leggere i primi capitoli della Lettera ai Romani per renderci conto che, per Paolo, c’è qualcosa di profondamente sbagliato, se non nella natura umana almeno nella civiltà. Scrive Crossan: «Roma non era l’impero del male dell’antichità. Roma non era la realtà peggiore avvenuta prima dell’era industriale. Roma era semplicemente la normalità della civiltà, dentro le opzioni del primo secolo d.C. Quello che i Romani erano allora, noi americani lo siamo oggi. Noi siamo, all’inizio del terzo millennio, quello che Roma era all’inizio del I secolo».

Nella storia umana (almeno di questi ultimi duemila anni) vi sono due faglie tettoniche che si scontrano: quella imperiale e quella utopica. La faglia imperiale, che rappresenta la normalità della civiltà, ha un unico slogan: «Prima la vittoria e poi la pace». La faglia utopica, invece, ha come motto «Prima la giustizia e poi la pace», o «La pace tramite la giustizia». Oggi siamo a una svolta epocale. Se l’umanità continuerà sulla strada imperiale degli ultimi 8000 anni, quello che l’attende è la morte per fame, per guerra e per surriscaldamento del pianeta. Sarà l’uomo, oggi, capace di scegliere la seconda opzione, l’utopia? (…) È stata questa la grande sfida missionaria che Paolo ha dovuto affrontare davanti al più grande impero dell’antichità: Roma; lo ha fatto fondando piccole

comunità alternative all’impero. Oggi la grande sfida della missione è vissuta dentro il più grande impero della storia, l’impero del denaro. Questa sfida sarà vinta se la missione imparerà la strada del Gesù «kenotico», delle piccole comunità alternative all’Impero, e dell’impegno per giustizia, pace e integrità del creato.

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