Cercasi Gandhi per i musulmani


di Ramin Jahanbegloo in “Avvenire” del 17 giugno 2014

Negli ultimi dieci anni l’islam è stato più che mai associato a immagini di violenza ed estremismo. Osama bin Laden e Saddam Hussein sono gli emblemi di questa associazione, che è una conseguenza dell’11 settembre e della guerra al terrore che ne è seguita. In tutto questo è andata perduta una consolidata esperienza islamica di cambiamento non violento e azione di pacificazione. Eppure l’islam difficilmente esalta la violenza. Anzi, celebra piuttosto esplicitamente il suo opposto. La storia offre una chiara testimonianza della tolleranza islamica e dell’impegno civile con le altre tradizioni culturali e di fede. L’islam non violento potrebbe portare nuova linfa alla laicità nelle società musulmane e contribuire a sottrarre lo spazio pubblico dal controllo dell’islam di Stato o da altre forme di islam politico, con le sue folli utopie. Per le comunità islamiche di tutto il mondo la realizzazione degli ideali della nonviolenza è una lotta perpetua che si inserisce nella lotta per la vita democratica.

Con la maturazione di una lettura nonviolenta delle esperienze storiche e politiche islamiche, è ora chiaro che la concezione della sfera pubblica islamica come questione culturalmente minacciosa non può più essere un punto di partenza teoretico per riflettere sulla relazione tra islam e democrazia. Per cui la vera domanda diventa ora se i metodi nonviolenti funzionano in un contesto islamico. Non ci sono ragioni, politiche o morali, per cui una società islamica non possa assumere oggi un ruolo di guida nello sviluppo della nonviolenza. Nel promuovere il paradigma della nonviolenza nell’islam, i musulmani possono guardare agli esempi recenti di leaders come gli indiani Khan Abdul Ghaffar Khan (1890-1988) e Maulana Abul Kalam Azad (1888-1958), i quali con il loro rifiuto della violenza e della vendetta e la loro disponibilità a vivere, cooperare e costruire con i non musulmani hanno lasciato ai nostri tempi violenti una preziosa eredità.

Questa eredità può essere di grande aiuto nel tentativo di superare le divisioni tra i cittadini laici e religiosi nel mondo musulmano, ma anche nella costruzione di una sfera pubblica islamica empatica e deliberativa. Molti considerano Khan Abdul Ghaffar Khan un nazionalista Pashtun, piuttosto che un fautore dell’islam nonviolento.
Ghaffar Khan iniziò a dar forma alla suo filosofia della nonviolenza prima di entrare in contatto con Gandhi. La sua azione nonviolenta traeva ispirazione dal Corano e dal profeta Maometto, a differenza di Gandhi, le cui idee erano ispirate alla Bhagavad Gita, al Nuovo Testamento e agli scritti di Thoreau, Ruskin e Tolstoj. Abdul Ghaffar Khan era solito dire: «Non ho imparato la laicità da Bapu (Gandhi, ndr ). L’ho trovato nel Corano».
Verità, amore e servizio erano centrali nella concezione di Ghaffar Khan di una sfera pubblica spiritualizzata, dove ogni fede avrebbe svolto un ruolo importante. Perciò un aspetto molto significativo del suo pensiero e della sua azione era il perseguimento dell’unità tra hindu e musulmani: è questo il motivo per cui egli era fermamente contrario alla creazione del Pakistan come patria per i musulmani nel subcontinente indiano.

Maulana Azad, come Ghaffar Khan, era un ardente sostenitore della tolleranza come uno dei valori fondamentali della vita e credeva profondamente nella sostanziale somiglianza dei principali insegnamenti di tutte le grandi religioni. Per lui il vero scopo della religione non era dividere, ma unire. L’unità delle religioni, per come la interpretava Maulana Azad, non era l’identità delle religioni e nemmeno l’uniformità delle credenze. Le religioni, per Azad, sono strade diverse che convergono verso lo stesso scopo. Ciò significa che le stesse verità fondamentali sono state rivelate da Dio in diversi testi, diversi linguaggi, attraverso diversi profeti e in diverse nazioni.

Perciò, come Azad afferma nel suo Tarjumanul- Quran «non è corretto considerare queste differenze come unità di misura del vero e del falso». In realtà, Azad distingue tra dîn e sharî’a . La sharî’a può variare da persona a persona, a seconda del tempo, del luogo e dei modi di vita in condizioni diverse, ma il dîn, che è l’essenza della religione o della fede, è uno per tutti. In altre

parole, l’interrogativo di Azad (ed è lo stesso di Ghaffar Khan) è: se la religione esprime una verità universale, perché dovrebbero esserci differenze e conflitti tra quanti professano religioni diverse? Dicendo questo, Azad definisce la laicità non come assenza di religione o di spiritualità nello spazio pubblico, ma come pari rispetto per tutte le religioni. Tale approccio critica uno spazio pubblico mono-religioso o mono-secolare. Così, nel suo approccio pluralista, Azad invita musulmani, hindu, buddisti, sikh, parsi e cristiani, a vivere insieme in un clima illuminato di comprensione, tolleranza, concordia, mutuo rispetto e stima reciproca.

Era lo stesso sogno del Mahatma Gandhi. Per entrambi, la vera sfida era garantire che lo spazio pubblico laico potesse sostenere i diritti costituzionali di tutte le minoranze religiose. Nella mente dei «Gandhi musulmani» come Ghaffar Khan e Maulana Azad, lo spazio pubblico laico implicava la separazione della religione dagli aspetti politici, economici, culturali e sociali della vita, e la sua considerazione come una questione puramente personale. Significava la dissociazione dello Stato dalla religione. Significava piena libertà e rispetto per tutte le religioni. Significava pari opportunità per i seguaci di tutte le religioni e assenza di discriminazione su basi religiose. Soprattutto, significava ferma opposizione al comunitarismo di qualsiasi genere.

Nella situazione attuale dell’islam è questo aspetto più critico della laicità. Il vero campo di battaglia di una sfera pubblica islamica pluralista e nonviolenta è una tolleranza attiva, generata da una costante comunicazione e interazione tra il secolare e il religioso. È in realtà una lotta tra quanti desiderano preservare l’essenza delle loro convinzioni religiose e quanti tentano deliberatamente di trasformare quell’essenza in un fattore teocratico.
Per creare e preservare il pluralismo politico nelle società islamiche è importante che i musulmani imparino dalle esperienze di pensatori e attivisti musulmani nonviolenti come Ghaffar Khan e Maulana Azad, sebbene la loro esperienza sia lungi dall’essere perfetta. L’islam non violento può segnare una svolta per la laicità nelle società islamiche.

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