Resistenza. Quei preti apuani uccisi senza perché


di Roberto Beretta in “Avvenire” del 11 giugno 2014

Ucciso dai tedeschi, non dai partigiani. Nell’Italia delle stragi impunite e dei misteri irrisolti, fa piacere che un giovane storico dilettante (ma appassionato) corregga a quasi 70 anni di distanza dai fatti la versione corrente di un delitto particolarmente odioso: l’uccisione di un sacerdote, sia pure in tempo di guerra.

La storia riguarda infatti don Carlo Beghé, parroco di Novegigola di Tresana (Ms), piccola località della Lunigiana. Finora sul decesso dell’anziano sacerdote (aveva 83 anni nel 1945) gravava un mistero, declinato in due versioni discordanti persino sulla data di morte: secondo la prima, il prete sarebbe stato «prelevato» dalla canonica dai soldati tedeschi – la Lunigiana si trovava sulla linea dell’estrema resistenza nazifascista – il 1° gennaio, malmenato e poi rilasciato, ma sarebbe defunto in seguito alle percosse il 12 marzo; a dar retta alla seconda, invece, il rapimento avvenne il 19 febbraio ad opera di partigiani comunisti, che inscenarono una falsa fucilazione in seguito al cui spavento don Beghé morì il 2 marzo.

Ora Simone Ziviani è riuscito a ricostruire la verità, che pubblica nell’interessante volumetto A morte il prete (Ciclostile, pp. 86, euro 8), grazie in primo luogo ai registri anagrafici (il trapasso del sacerdote è registrato in effetti il 2 marzo, ufficialmente per «polmonite») ma soprattutto per la testimonianza di un anziano pronipote della vittima, all’epoca abitante con lui: furono le Ss a fare irruzione nella casa, esattamente all’alba del 17 febbraio, e a trascinare l’anziano parroco fino in chiesa, dove pensavano che fossero nascosti dei partigiani. In seguito allo strapazzo il prete cadde malato e morì pochi giorni dopo.

Ma non è l’unico caso sul quale il giovane Ziviani fa miglior luce, in quanto sono 5 i religiosi a- puani massacrati in quei giorni. Di altri due risulta abbondanza di materiale, in virtù dei processi celebrati nel dopoguerra ai loro assassini: si tratta di don Sante Fontana, parroco a Comano, ucciso da partigiani della feroce IV Brigata Garibaldi (che ne impedirono persino le esequie) e di don Giuseppe Lorenzelli. Anche qui parlano nuovi testimoni, rintracciati dallo storico locale.

Don Fontana, 64 anni, era diventato inviso sia al capo della resistenza «bianca», un medico al quale rimproverava una convivenza illecita, sia, per motivi ideologici, al commissario politico di quella «rossa», per cui «quando stilarono la lista delle persone da eliminare, lui finì inevitabilmente al primo posto». Una pattuglia lo prelevò la sera del 16 gennaio 1945 con la solita scusa, un moribondo da confessare, ma quando il prete capì il trucco e tentò di fuggire, venne ammazzato sul posto. Si dice che qualcuno lo abbia sentito invocare gli uccisori, evidentemente gente del luogo: «Siete cristiani, vi ho battezzato io…». Nel testamento di pochi giorni prima, presagendo il rischio, aveva scritto: «Offro la mia vita a Dio, perché io sia l’ultima vittima di quest’odio disumano». Don Lorenzelli invece era un simpatizzante fascista dichiarato, molto interessato alle migliorie tecniche dell’agricoltura, che aveva introdotto tra i contadini della sua parrocchia a Corvarola di Bagnone (Ms) soprattutto per migliorare la coltura della vite e dei frutteti. Sapendo che era minacciato dai partigiani, un parrocchiano gli aveva predisposto un passaggio segreto per scappare dalla canonica in caso di bisogno; ma don Lorenzelli, che aveva 53 anni, non lo usò quando vennero a prelevarlo: il 27 febbraio 1945 si consegnò anzi agli uomini armati, per evitare che si rivalessero sulla sorella, venne sottoposto a processo sommario e quindi ucciso a colpi di mitra. Ziviani ha raccolto numerose testimonianze anche giudiziarie secondo le quali il colpevole principale sarebbe stato un partigiano comunista che fece poi carriera politica; un processo del 1991 contro 4 presunti responsabili ha concluso per un loro «concorso quanto meno morale» nel delitto, peraltro amnistiato.

Forse però lasciano ancor più amarezza i casi degli ultimi due sacerdoti pontremolesi uccisi sulla coda della guerra: don Luigi Grandetti, parroco alla pieve di Offiano presso Casola, e don Pietro Maraglia, responsabile della chiesa di San Venanzio. Amarezza perché? Anzitutto per la data della loro morte, abbondantemente «fuori tempo massimo»; e poi per l’omertà che tuttora ne circonda la storia. Don Maraglia era destinato a far carriera nella diplomazia pontificia: ma, annota Ziviani, «nessuno al giorno d’oggi sa più chi sia stato questo sacerdote, sacchettato e ucciso poco più che trentenne, più di due anni dopo la fine della guerra ». Don Pietro infatti è morto addirittura il 26 febbraio 1948, apparentemente per cause naturali; tuttavia pare che il sacerdote nell’ottobre precedente fosse stato aggredito in circostanze poco chiare nel pontremolese a colpi di sacchetti di sabbia (un sistema che non lasciava segni sul corpo ma lesionava in modo letale gli organi interni). Per giustificare l’episodio si tirò fuori anche un presunto regolamento di conti dei parenti di una donna «insidiata» dal prete; ma c’è il sospetto che sia stato un assassinio politico.

Come per don Grandetti, morto il 31 gennaio 1947, «ufficialmente» per tumore all’intestino (aveva 72 anni). Peccato che «a Casola – scrive Ziviani – tutti hanno sempre saputo che la versione ufficiale non corrisponde alla verità»: don Grandetti venne fermato per strada la sera del 17 dicembre 1946 da tre sconosciuti e costretto a inghiottire una manciata di vetro. La vittima non rivelò mai i nomi degli aggressori; lo storico ha però rintracciato un testimone (che ha voluto restare anonimo) secondo il quale avrebbe potuto trattarsi di una vendetta di ex fascisti, visto che il parroco durante la guerra aveva simpatizzato per i partigiani. Altri testi propendono invece decisamente per la versione opposta.

Dove sta la verità? Molti sembrano saperlo, ma non parlano nemmeno a 70 anni di distanza; per quanto incredibile possa sembrare, uno dei successori di don Grandetti lo spiega così: «C’è stata, e c’è ancora una certa paura a parlare di questa vicenda». Per cui Ziviani conclude la sua ricerca con un esplicito invito: «Se qualcuno sapesse più di quanto io non abbia scritto, si faccia avanti. I tempi sono ormai maturi per conoscere tutta la verità». Parole da sottoscrivere in pieno.

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