I senzatetto che vivono nella chiesa del Papa


di Mauro Favale in “la Repubblica” del 12 giugno 2014

«Noi siamo qui perché ci hanno detto che la chiesa è la casa di Dio e nessuno può essere buttato fuori». Omero è romano, ha baffoni brizzolati e una piccola falce e martello tatuata sul polso. Si muove svelto, evitando i gruppi di turisti fermi con lo sguardo in su ad ammirare lo spettacolare soffitto a cassettoni della Basilica di Santa Maria Maggiore, a due passi dalla stazione Termini. Lui, ormai, non lo nota più. Da otto giorni è diventato il suo tetto, da quando, insieme a una cinquantina di famiglie sgomberate da un palazzo occupato a Torre Spaccata, periferia sud est della capitale, si è trasferito qui. In tutto, sono in centoventi, compresi una quindicina di bambini, a vivere e dormire dentro la Basilica dal 4 giugno.

«Ormai, anche loro si sono abituati agli orari da convento», scherza padre Angelo, responsabile della sagrestia di una delle quattro basiliche papali di Roma insieme a San Pietro, San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura. Si svegliano tutti alle 5.30: ci sono da liberare gli altari usati come giacigli, da rimettere a posto banchi e panchine, da ripiegare i sacchi a pelo e le coperte, da ripulire un po’ in giro prima dell’inizio della messa delle 7. Durante il giorno, nel via vai di turisti e fedeli, se ne restano nella navata di sinistra, in fondo, a lato dell’altare: qualcuno si rimette a dormire protetto alla vista da un confessionale, qualcun altro resta seduto su tre file di sedie rosse, legge un giornale, ascolta musica dalle cuffie. Chi può va a lavorare e chi resta, invece, si ritrova nel parcheggio riservato al Vicariato: lì c’è un bagno, un po’ d’ombra, si può mangiare qualcosa, i ragazzini possono giocare. Poi, di sera, verso le 8, quando chiudono i tre portoni d’ingresso, loro rientrano e si sistemano per la notte. «Non era mai successo che una situazione del genere andasse avanti così a lungo», spiega padre Angelo. Qui siamo in territorio Vaticano e non è la prima volta che Santa Maria Maggiore viene “occupata” simbolicamente. Era successo già a febbraio, quando una cinquantina di manifestanti dei “Forconi” erano entrati in chiesa chiedendo di parlare con il Papa. «Ma sono rimasti solo due notti», ricorda il prete. Loro, invece, i senza casa, è da otto giorni che non si muovono, guardati a vista dalla gendarmeria vaticana.
«Siamo sotto pressione — riprende Omero — e per fortuna che ogni tanto qualcuno riesce a fare una doccia a casa di amici, viene ospitato in altre strutture occupate». Per il mangiare si arrangiano come possono: la rete di solidarietà che arriva dagli altri movimenti per la casa garantisce sempre qualcosa, a pranzo e a cena. All’esterno, subito fuori dal negozio di souvenir, alle 11 di mattina una donna distribuisce a una trentina di persone una manciata di patatine. Ci sono rumeni, algerini, qualche marocchino, qualche ucraino. «Ma gli italiani sono tanti, non me l’aspettavo», sorride Maddalena, 30 anni, rumena. Davanti a lei, due ragazzi, jeans e maglietta provano a ripararsi dal sole mentre una decina di persone fa la fila per il bagno.
«Fino a quando potremo restare qui?», si interroga Omero. La stessa domanda che si fa, tra i legni della sagrestia, padre Angelo: «La Basilica comincia a sentire il peso di questa presenza. Sono brave persone, per carità, non c’è mica da aver paura. Ma qui, rispetto ad altre chiese, non abbiamo una sala parrocchiale o uno spazio in cui sistemarli. Questo è un luogo di culto che la sera si trasforma in un dormitorio ». I gendarmi all’ingresso sono indulgenti: «Ogni tanto i più piccoli fanno un po’ di confusione mentre si celebra una messa, ma nulla di più».
Il Vicariato si muove sotto traccia per trovare una soluzione. L’unica proposta finora avanzata dagli assistenti sociali è quella di portare donne e bambini in alcune case-famiglia, separandoli dai mariti e dai compagni. «Ma noi non vogliamo farci dividere», spiega Maria che ha due figli e che, dopo lo sgombero di dieci giorni fa, ha perso anche il lavoro. Fino a due giorni fa nessuno del Comune si era fatto vivo per risolvere la questione. «È una vergogna », dice, con rabbia, Omero subito dopo il primo contatto con gli assessori in Campidoglio. Insieme alle famiglie, ha appena detto no alla proposta di spostarsi in blocco alla vecchia Fiera di Roma: «Ma lì manca la luce e ci sono stati casi di turbercolosi», interviene Maddalena.
In Chiesa, intanto, continuano a entrare gruppi di turisti. Nella navata centrale due americani si scattano un selfie, poche decine di metri più in là, si dorme ancora, mentre una mamma non riesce a far smettere di piangere suo figlio. A parte tutto, però, la presenza dei senza casa è discreta: borse, zaini, passeggini ammassati in un angolo nascosto, un litro di latte e una bottiglia d’acqua rimasti sui gradini di un altare. «Non è facile stare qui», racconta Marco, 27 anni, romano. Ha appena finito di leggere un giornale alle pagine dedicate ai Mondiali in Brasile. «Dormire sui lastroni di marmo non è bello — dice — ma l’alternativa è passare la notte per strada». Per adesso, insomma, si resta dentro, finché non arriva una soluzione diversa. Nel frattempo, la Basilica si sta preparando alla processione del Corpus Domini prevista per il 19: da San Giovanni in Laterano, fino a Santa Maria Maggiore. Ci sarà, ovviamente, Papa Francesco. I senza casa, invece, ancora non si sa.

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