“Io sacerdote e priore più che mai con Elena ho riscoperto la vocazione”


intervista ad Alberto Stucchi, a cura di Giacomo Galeazzi in “La Stampa” del 18 maggio 2014

«Mi hanno eletto alla guida della comunità perché ero il più giovane dei monaci e quindi potevo portare novità. Poi, quando, ho proposto di creare una realtà che includesse celibi, eremiti e coniugati mi hanno opposto il muro delle leggi ecclesiastiche». Padre Alberto Stucchi è sacerdote e religioso, priore del monastero di Chiaravalle, nel Milanese, dove vive un’antica comunità dell’ordine cistercense. Dopo 11 anni di vita monastica condotta, per ammissione stessa dei suoi superiori, in modo esemplare, ha conosciuto Elena, con la quale è nata una storia d’amore. Dopo aver chiesto e ottenuto un periodo di riflessione fuori dal monastero ha deciso di non interrompere la sua relazione. «I consigli peggiori me li hanno dati in monastero. Erano arrivati anche a “giustificare” la mia relazione. Mi dissero che ero priore, che avevo tante responsabilità, che forse avevo bisogno di uno sfogo, insomma “Fai quello che vuoi, ma di nascosto”. L’importante era che non si sapesse in giro».

A chi ha detto della sua relazione?

«Appena ho capito di amare Elena prima ne ho parlato con i miei confratelli, poi con i superiori dell’ordine. Ho avvertito subito il loro terrore. Ho capito che dovevo scegliere: o lei o il monastero. Dovevo rinunciare all’amore per conservare il patentino necessario a predicare l’amore: un paradosso. Il diritto canonico concede un anno di riflessione e andai a vivere con Elena. Mi fu detto di chiedere la dispensa dal sacerdozio».

Vuole la dispensa?

«No, sarebbe come ammettere di non essere stato consapevole al momento dei voti. In pratica, un errore. Invece io non rinnego nulla di quello che ho vissuto. Davanti a me si era aperta una nuova strada. Sono uscito dall’ordine ma sono ancora sacerdote. Se un vescovo o il generale di una congregazione mi accogliessero, potrei tornare a svolgere la mia missione. Elena è morta 5 mesi fa per un tumore alle ossa».

E’ stata una crisi di vocazione?

«La crisi non era legata al mio ministero. Non stavo perdendo la vocazione, anzi la stavo scoprendo più che mai. Dopo l’incontro con Elena ho riconosciuto la bellezza della vita religiosa, e avrei desiderato continuare a condurla in un nuovo villaggio monastico. Per questo ho provato a più riprese, con la mia compagna, a dialogare con l’istituzione ecclesiastica, cercando di spiegare l’assurdità di un celibato vissuto non come scelta ma come obbligo. E lasciare Elena per tornare come se nulla fosse alla mia precedente vita non era una soluzione possibile. Il mio desiderio di amore si è scontrato con la rigidità delle leggi ecclesiastiche, con la contraddizione di essere fuori dalle regole canoniche e allo stesso tempo sempre più coinvolto in un’esperienza che mi faceva sentire più monaco, prete e priore che mai. Tra due opzioni inconciliabili ho scelto Elena».

Cosa avevate chiesto?

«Abbiamo cercato di rivendicare come l’amore per Dio e l’amore per una donna non siano in contraddizione. Su questo punto con i miei superiori non c’è stata alcuna possibilità né di dialogo, né di comprensione. Io e Elena abbiamo rifiutato di mantenere segreta la nostra relazione, di accettare quella che è divenuta, nella vita religiosa, una consuetudine tollerata o suggerita».
E la risposta?
«”Di nascosto si ruba e si uccide, non certo si ama”, ho replicato a chi mi proponeva di vivere la mia storia nell’ambiguità, nel compromesso. Il principio agostiniano “Ama e fa’ quel che vuoi” si trasforma drammaticamente in “Fa’ quello che vuoi, ma di nascosto”. Confido che le donne in cerca di vera limpidezza trovino in papa Francesco un coraggioso difensore della trasparenza».

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