Quell’omelia papale che ha irritato i parlamentari


di Franco Monaco in “Europa” del 28 marzo 2014

Devo confessare che ero restio a partecipare alla messa celebrata ieri dal papa per i parlamentari italiani. Poi un collega deputato cattolico più istituzionale di me mi ci ha convinto, procurandomi gentilmente l’invito che io non avevo ritirato. La ragione della mia originaria resistenza è presto detta: la sensazione che sia difficile mettere al riparo tali cerimonie da ipoteche formalistiche e persino mondane, da un elemento di profana ritualità; la preoccupazione verso la mescolanza di sacro e profano. Tanto più che si trattava di una celebrazione eucaristica.

Ex post confesso di non essere pentito. Papa Francesco non ha concesso nulla né alle convenzioni né ai convenevoli. Ha celebrato la messa. Punto. Giustamente: di messa si trattava, non di una udienza. Semmai la sua omelia, pur se aderente alle letture dettate dal calendario liturgico e non selezionate per l’occasione, è stata chiarissimamente modulata sull’assemblea un po’ speciale di politici che affollavano la basilica.

Un’omelia “tosta”, tagliente, nella quale ha bollato l’ipocrisia, il fariseismo, la corruzione, la distanza tra il popolo e le classi dirigenti, chiuse entro anguste logiche di fazione, di ideologie, di interessi. Classi dirigenti che, come ammonisce il Vangelo, proclamano una morale «doverista» chiedendo ad altri di farsi carico di pesi e sacrifici cui esse invece si sottraggono.

Nel passaggio forse più urticante, Francesco ha ripreso un motivo a lui caro da arcivescovo di Buenos Aires e del quale si trova traccia in una raccolta di suoi scritti pubblicati dall’editrice San Paolo sotto l’eloquente titolo: Peccatori sì, corrotti no. Spingendosi a sostenere la tesi forte secondo la quale per il peccatore è sempre possibile il ravvedimento, mentre per il corrotto cronico la via della conversione è assai più ardua e improbabile.

A fronte di un’omelia tanto sferzante era da mettere nel conto qualche incomprensione e persino, in alcuni, una certa irritazione. Taluno ha lamentato l’asciuttezza dell’incontro, la circostanza che il papa non abbia riservato una sola parola o un solo gesto mirato ai suoi astanti fuori dal canone liturgico. Altri hanno eccepito su un discorso duro, privo della benché minima concessione alla retorica della politica come forma di carità e di servizio, dei quali pure, effettivamente, molti politici danno limpida testimonianza. Infine vi è chi si è spinto a inscrivere le parole del papa entro la cifra del populismo e dell’antipolitica che dilagano nella opinione pubblica a ogni livello.

Penso che siano reazioni sbagliate. Comunque originate da una incomprensione di Francesco. Nella cui scelta del nome già è scolpita una visione del cristianesimo e della Chiesa che marca la sua distanza da chi detiene il potere. Una Chiesa che adotta il registro del Vangelo e della profezia e non quello della negoziazione con i titolari del potere politico. Fosse anche per difendere principi etici che le stanno a cuore oggi come ieri.

Il populismo largamente praticato dagli attori politici che oggi occupano la scena è cosa affatto diversa dalla “radicalità evangelica”, cioè dal severo richiamo a istanze di valore che giudicano, scuotono, chiamano a conversione. Non è questo il compito proprio di una Chiesa finalmente restituita alla sua vocazione? Non sta anche in questo il senso e il valore della svolta rappresentata da papa Francesco? Non è forse per questa via, anziché per quella del compromesso, che la stessa politica è stimolata a operare lo scatto in alto da tutti invocato?

Come sorprendersi che Francesco, consapevole della natura trascendente della propria Parola rispetto a tutte le umane parole, sappia distinguere la messa (vertice e culmine del mistero pasquale) da una udienza con i suoi rituali?

Forse troppo a lungo, soprattutto la politica italiana, è stata avvezza a interfacciarsi con le gerarchie ecclesiastiche secondo un registro diplomatico – da potere a potere, nel segno dello scambio – per comprendere la svolta rappresentata da papa Francesco.

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