Perché Dio è maschio?


intervista a Rita Torti a cura di Vittoria Prisciandaro in “Vita Pastorale” del febbraio 2014

Essere maschi o essere femmine fa molta differenza. Non solo perché si hanno corpi diversi, ma soprattutto perché diversi sono i significati e i ruoli attribuiti loro: si vede nella cultura, giocattoli, organizzazione familiare, strutture sociali, programmi scolastici e palinsesti televisivi.
Ciò condiziona bambini e bambine, ma anche chi si occupa di loro: genitori, insegnanti, educatori. Rita Torti, con Mamma, perché Dio è maschio? Educazione e differenza di genere (Effatà 2013, pp. 224, H 18,00), raccoglie le voci della scuola primaria e le riflessioni di maestre, mamme e papà, e cerca di capire quali sono oggi questi messaggi, da dove vengono e dove stanno andando. E come anche l’educazione religiosa e la trasmissione della fede abbiano un ruolo attivo nella costruzione del maschile e del femminile.

Necessario ma indigesto. Parlare di “gender” in casa cattolica, in Italia, vuol dire prima di tutto vincere la resistenza di chi associa alla parola un pensiero unico e non coglie la ricchezza di un approccio interdisciplinare che può aiutare a “pensare” a rapporti più giusti e reciproci tra uomini e donne. Con Rita Torti, che ha dedicato studi e ricerche all’argomento (ultimo lavoro, per Effatà, Mamma, perché Dio è maschio? Educazione e differenza di genere), cerchiamo di capire perché la prospettiva di “genere” è determinante anche nella formazione delle nuove generazioni.

«Il termine “genere”, a partire dagli anni ’70 del Novecento, indica il complesso di significati che ogni società di volta in volta attribuisce al dato fisiologico della dualità dei sessi. È una distinzione fondamentale, perché nella nostra storia le discriminazioni nei confronti delle donne si sono sempre basate sull’affermazione della superiorità naturale del sesso maschile. Nel momento in cui si è mostrato che questa superiorità era un’interpretazione del dato biologico, e non una sua conseguenza, si è tolta legittimità a tutta l’impalcatura sovrastante, e si è posta una domanda di fondo: perché gli uomini hanno creato un sistema che per reggersi ha bisogno di vedere nel maschile il modello unico dell’umano, e nelle donne l’“altro”, l’imperfetto, il parziale?

A livello epistemologico, quindi, si è reso necessario riformulare i criteri usati dalle varie discipline per descrivere il mondo: pur essendo sempre stati presentati come oggettivi e universali, essi in realtà si reggevano (e spesso ancora si reggono) su una prospettiva solo maschile».
È difficile negare la situazione problematica in cui ci troviamo dal punto di vista del maschile- femminile e le sue ripercussioni tanto sulla vita individuale che su quella collettiva: esaminiamo con qualche esempio queste ripercussioni nei diversi ambiti.

«Pensiamo ad esempio allo squilibrio fra donne e uomini nel carico familiare, al divario di genere nel mondo del lavoro, alla violenza maschile nei confronti delle donne – che si annida fra l’altro in un numero drammatico di relazioni familiari o comunque di intimità – : in teoria non più giustificabili, questi fenomeni sono diffusissimi e trovano un ottimo terreno di coltura ad esempio nei modelli di uomo e di donna diffusi dalla tv, come anche nei giochi e nei prodotti per bambini e bambine. D’altra parte, i luoghi in cui si potrebbero creare alternative non sempre sono all’altezza del compito: basta pensare ai programmi scolastici, in cui il messaggio trasmesso a ragazzi e ragazze è che quanto di importante e degno di memoria c’è al mondo è opera di maschi: le femmine o non ci sono, o non sono importanti, o sono in funzione degli uomini. Come ogni altra società noi stiamo costruendo un “dover essere” maschile e femminile che ci condiziona; non potremmo immaginarci qualcosa di meglio? Perché non lo facciamo?».

Non c’è modo di separare l’esperienza e la trasmissione della fede dai modi in cui si vivono la femminilità e la maschilità nel complesso dell’esistenza personale e sociale. In questo senso quale consiglio dare agli educatori: genitori, maestri, docenti, catechisti?
«Se la nostra idea di Dio, le interpretazioni della Scrittura e le dinamiche intraecclesiali sono condizionate dal tipo di donne e di uomini che concretamente siamo e dalle relazioni tra i sessi che ne conseguono, è importante riflettere innanzitutto su di sé; ascoltare e interrogare la propria storia di uomini o di donne in quanto tali – non genericamente come “persone” – provando a vedere come essa abbia orientato e orienti (e magari anche limiti) l’esperienza di fede. È un percorso liberante, anche se non facile; può essere uno stimolo per confrontarsi con chi l’ha già sperimentato, e per imparare a trattare con consapevolezza e cautela i concetti e i gesti con cui diciamo la fede alle generazioni più giovani: altrimenti, come spesso è accaduto e accade, diranno qualcosa di molto diverso rispetto alla piena dignità, parità e soggettività per entrambi i sessi».

Quali stereotipi emergono dai libri di testo per l’ora di religione?

«Nei libri di religione che ho analizzato in Mamma, perché Dio è maschio? il problema non è costituito da stereotipi evidenti; anzi, in alcuni casi bambini e uomini sono mostrati in atteggiamenti non convenzionali rispetto al modello del “macho”. Però sia nelle sezioni di carattere antropologico

che in quelle direttamente riferite alla Scrittura c’è una rimozione costante delle figure femminili: le cose importanti della vita umana e della storia della salvezza appaiono quindi come faccende di uomini, in cui le donne o non ci sono, o se ci sono potrebbero non esserci e la storia non cambierebbe. Quindi lo stereotipo che emerge è quello di fondo, molto antico, secondo cui il maschile è universale, il femminile parziale e accessorio».

Può farci degli esempi di alcuni dei modi in cui nella vita della Chiesa cattolica si vanno costruendo modelli e prassi di femminilità e maschilità?
«Nella vita ecclesiale, come in quella sociale, la maschilità e la femminilità vengono plasmate su una pluralità di livelli e in direzioni non univoche, quindi si possono individuare tendenze dominanti, ma ricordando appunto che il panorama è complesso e gli esiti non sono mai scontati. Accenno solo a qualche elemento. La struttura ecclesiale in sé, con la discriminante del sesso alla base dei ministeri ordinati e di quelli istituiti, orienta diversamente maschi e femmine fin dall’infanzia; la rappresentazione maschile di Dio presuppone e produce in donne e uomini di ogni età differenti e asimmetriche proiezioni, relazioni con il divino e percezioni del ruolo dell’altra/altro.

«In molti documenti del magistero e anche in testi elaborati da organismi ecclesiali di rilevanza nazionale, poi, così come nella maggior parte dei convegni di interesse pastorale e teologico, la voce e la prospettiva sono ancora prevalentemente maschili: lo si nota nel linguaggio e nel tipo di analisi e di proposte. Questo da una parte costringe molte donne all’alternativa fra il sentirsi escluse (e magari andarsene) o l’adeguarsi a un’esperienza e a una elaborazione della fede e del mondo che non sentono corrispondenti a sé; d’altra parte, non aiuta la crescita di uomini consapevoli della propria parzialità, perché dà per scontato che lo sguardo maschile sia misura oggettiva e universale. «Questa impostazione è molto evidente anche quando si riflette esplicitamente sulla dualità dell’umano: in questi casi accade quello che gli esperti di men’s studies chiamano l’invisibilità del soggetto maschile: gli uomini descrivono e definiscono il mondo, ma non mettono in questione sé stessi e la loro storia maschile.

Nel caso della teologia e della pastorale, infatti, ad essere osservate, definite, esortate e spesso richiamate sono sempre le donne, mentre è assente un discorso sulla maschilità; così come del tutto assenti sono le riflessioni riguardo alla cultura maschilista e alla violenza degli uomini contro le donne».

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