«L’Altrapagina», in Umbria le inchieste le fa un prete


di Roberto Rossi in “l’Unità” del 18 novembre 2013

In una minuscola cucina di un canonica alla periferia di Città di Castello, a cinquanta chilometri a nord di Perugia, la redazione non è ancora arrivata. Il fuoco scoppietta nel camino. Nella piccola
e calda sala attorno a un tavolo da cucina coperto con una tovaglia a strisce colorate, don Achille Rossi e suo fratello Enzo mostrano l’ultima loro fatica. Sono le dieci di mattina, fuori piove. Siamo nel ventre di un piccolo gioiello dell’editoria umbra, una perla nascosta nel mare profondo dell’informazione di una regione che ha le principali testate, il Corriere dell’Umbria e il Giornale dell’Umbria, senza contare La Nazione e il Messaggero, nella mani di grandi gruppi industriali, che fanno capo a cementieri, costruttori e cliniche private.

La rarità è un mensile e si chiama «l’altrapagina» e la sua piccola luce brilla ormai da trenta anni. Da quando, nel 1984, don Achille ed Enzo non decisero che anche una comunità come Città di Castello dovesse avere un luogo dove confrontare idee, discutere e criticare. Otto, dodici, poi 24, infine 48 pagine, il mensile nel tempo si è trasformato in un oggetto particolare. Una sorta di prodotto «glocal» dell’informazione. Molto radicale e puntiglioso sulle questioni locali, ma aperto al mondo e alle sue contraddittorie dinamiche con le firme di molti scrittori, filosofi, economisti e pensatori del nostro tempo.

Mentre si parla la sala si riempie. Arrivano i «redattori». Stefania, la segretaria, inizia a darsi da fare per vedere di arrangiare un pranzo. Attorno al tavolo, ora, sono circa otto, il nocciolo duro di un organico che conta su una cinquantina di collaboratori. Qui a discutere sono in maggioranza pensionati ma nessun giornalista di professione (solo quattro pubblicisti). Sono tutti volontari e nessuno percepisce uno stipendio. Si professano, senza eccezione alcuna, di «sinistra» – categoria che ingloba una parte del Pd, Sel, il Movimento 5 Stelle (che a Città di Castello ha il 27%) – ma se ne fregano di quella di «potere». Hanno anche un’altra particolarità: sono in maggioranza «atei». L’ANIMA E IL MOTORE

Ed è questa la cosa sorprendente. Perché l’anima di questo gruppo «di vecchi rompicoglioni» è proprio don Achille Rossi, 73 anni, di cui cinquanta in abito talare, un uomo minuto, magro e ascetico. Formalmente è il parroco di Riosecco, piccola frazione in una città che non conta più di 40mila abitanti, ma in realtà è molto di più: è soprattutto il punto di riferimento, anche spirituale, di una intera comunità che inaspettatamente varca i confini dell’Alta Valle del Tevere e dell’Italia. Spesso se nel corso degli anni in pagina, a parlare dei problemi del mondo, hanno trovato spazio gente del calibro di Raimon Panikkar, (filosofo, teologo e scrittore spagnolo) o Ivan Illich (scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco), oppure di personalità della Chiesa come il vescovo honduregno Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga (che all’ultimo Conclave è stato prossimo al soglio pontificio, mentre oggi è a capo del Consiglio dei cardinali), di economisti come Riccardo Petrella, Bruno Amoroso, Guido Viale, o Susan George (una delle studiose più importanti della questione della fame nel Terzo mondo), oppure di filosofi come Pietro Barcellona, teologi come Vito Mancuso, storici come Marco Revelli, scrittori e saggisti come Goffredo Fofi o, ancora, di personalità della scienza ambientale come Gianni Tamino o Gianni Mattioli, se tutte queste personalità, dicevamo, hanno scritto e, alcune di loro, continuano a scrivere per questo piccolo mensile, lo si deve proprio a questo parroco dal sorriso contagioso che ha scelto di vivere per gli altri (nella parrocchia c’è anche una comunità di recupero per tossico dipendenti).

E se don Achille è la coscienza, Enzo, suo fratello, è il motore. È lui, 66 anni, il direttore responsabile, è lui che guida la piccola truppa, impagina, scrive, pensa, taglia, rammenda. Ma non è un uomo solo al comando. Il mensile è frutto di una discussione collettiva e il tema principale finisce al centro giornale. Molto spesso si tratta di battaglie civili nazionali come, ad esempio, quella per l’acqua pubblica che «l’altrapagina» ha affrontato ben prima della creazione di un movimento referendario di massa. Ma se ambiente, sviluppo, inquinamento, immigrazione o anche

capitalismo finanziario diventano spesso la vetrina, la forza e l’impatto di questo mensile si misurano con le inchieste locali. Perché da questa canonica non si risparmia nessuno. Tanto meno l’establishment politico-economico locale e regionale, Coop comprese. E funziona? Non come vorrebbero, spiegano i redattori, ma in questa regione «l’altrapagina» è una delle poche voci che si alza contro la cementificazione selvaggia, gli scempi urbanistici o il malaffare mascherato da sviluppo.
E non si dica che è poco per un mensile che ha una distribuzione limitata (poco oltre le mille copie) e che per scelta vive senza pubblicità. Le uniche entrate sono il prezzo di copertina, due euro, e un convegno organizzato la prima domenica di settembre con il quale, da anni, si riempe il teatro della città.
Per 15 euro si discute del mondo e il mondo, con le sue idee e i suoi intellettuali, viene a confrontarsi qui, a Città di Castello. Con don Achille ed Enzo e la loro piccola perla editoriale.

http://www.altrapagina.it

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