Prete in fabbrica, non prete operaio


di Luisito Bianchi in “Avvenire” del 12 novembre 2013

Entrai in fabbrica assieme a una trentina di terremotati del Belice, il 5 febbraio 1968. Il vescovo era intervenuto discretamente presso il direttore della Montecatini di Spinetta Marengo, a 5 chilometri da Alessandria, perché non si meravigliasse della richiesta di un prete d’essere assunto nella grande fabbrica. Il direttore mi fece chiamare il giorno dell’assunzione. Mi disse: «Ho bisogno di manovali. Che sia prete o meno non mi interessa. Il suo titolo di studio non ha nessuna rilevanza nel settore chimico e, quindi, non è d’ostacolo. Però debbo dire alla commissione interna che ho assunto un prete affinché non pensino, venendo a saperlo oggi stesso per altre vie, che l’abbia voluto io stesso per scopi politici». Si alzò, mi dette la mano: «Da questo momento lei è l’operaio Luisito Bianchi che sarà assunto definitivamente dopo i quindici giorni di prova, se sarà positiva». Fu galantuomo. Per i tre anni che passai a Spinetta Marengo non mi incontrai più con lui. Tutti gli avvenimenti precedenti della mia vita erano stati combinati in modo da portarmi all’invio in fabbrica; tutti gli avvenimenti successivi sono segnati nel bene e nel male, luce ed ombra, da quell’invio.

Giacché fu fin da quel 5 febbraio 1968 che cominciai a pormi l’interrogativo del come la Chiesa si era posta, lungo il corso dei secoli, di fronte alla Gratuità dell’annuncio e del ministero. Dal mio rientro in diocesi era già una norma interiore per me il rifiuto delle offerte per le intenzioni delle messe e pacifico che, fossi stato nominato parroco, anche il ministero inerente alla Parola e ai sacramenti sarebbe stato gratuito. Come avrei allora provveduto al mio mantenimento? Non ci pensavo. Mi era anche chiaro, da un punto di vista sociologico, che la società moderna era nata nella conflittualità provocata grosso modo, dal denaro; anche la Chiesa, preti e vescovi, vi avevano partecipato difendendo o realizzando posizioni di potere, sempre traducibili in termini di denaro. In tale situazione il sociologo che c’era in me concludeva che solo un annuncio gratuito era credibile. Dicevo: «Con questo non si trasmette la fede, essendo essa un dono di Dio, ma si toglie l’ostacolo alla credibilità: e qui finisce l’opera dell’uomo, benché Dio possa far uscire figli di Israele dalle pietre, figuriamoci dal tintinnio di denaro attorno all’altare». Tutto questo mi divenne palpabile con la tuta antiacido dell’aspirante operaio chimico addosso, ma era pur sempre mio bagaglio personale, non l’avevo ancora raffrontato con quello autentico della Chiesa. Non avevo evidentemente possibilità di studio su documenti che solo una ricerca in biblioteche specializzate poteva garantire; e tuttavia, riflettendo sul comportamento e sulle parole di Paolo riguardante il lavoro delle proprie mani come unica possibilità di un ministero gratuito, scopersi con gioia che tale scelta non era un fatto puramente personale, di Paolo, ma anche di Barnaba, coinvolgente tutti i collaboratori che, già impegnati nei lunghi viaggi, ricevevano sostentamento dal lavoro diuturno dello stesso Paolo.

Potevo dire che col mio lavoro m’inserivo nella tradizione della Chiesa con le sue radici saldissime fin dall’inizio, se esso serviva a rendere gratuito il ministero? E non era la condizione per rendere credibile l’annuncio, in una società che presentava, in questo settore, sorprendenti analogie con quelle di Paolo? La già traballante, per il suo fondamento idilliaco, Théologie du travail, crollava completamente sotto i colpi della realtà che vivevo e che condividevo con i miei compagni, mentre per me prete il lavoro in sé immettendomi in piena umanità senza più nessun privilegio clericale, acquistava per il prete una dimensione di Chiesa che lo insediava al centro del mistero non extra moenia in qualità di esploratore e di libero battitore. Emarginato, invece, risultai a distanza di tre anni dal gruppetto di preti che cominciavano, con o senza benedizione del loro vescovo, a lavorare in fabbrica e chiamarsi, sull’ondata francese, preti-operai. La mia visione del lavoro come necessità (e quindi qualsiasi lavoro: in fabbrica, in scuola, da professionista, artigiano, traduttore, eccetera) per sostentarsi, per me prete aveva l’enorme importanza di stabilirmi come cerniera fra quella che fu la scelta di Paolo come Chiesa nella gentilità e il comportamento della stessa Chiesa del XX

secolo, erede della gentilità, per rendere credibile il messaggio, la buona notizia a essa affidata. Rifuggiva quindi da ogni leadership politico-sindacale (non dall’impegno sindacale, che è un’altra cosa, più un ascoltare che un parlare) che invece nel gruppetto predominava. La Chiesa non interessava più, era scontato che fra essa e la lotta operaia s’imponeva una scelta, che l’annuncio sarebbe arrivato successivamente alla giustizia ristabilita, alla sconfitta del capitalismo. Questa posizione era per me espressione d’un clericalismo che, smessa la sottana o il clergyman per indossare la tuta, continuava a spadroneggiare, nell’assoluta buona fede del nuovo prete operaio, certamente. Ma questo voler mettersi alla testa di situazioni ancora sconosciute, questo rifiutare come cosa estranea la Chiesa nelle sue strutture di potere che pure, fino al giorno prima, lo stesso prete aveva concorso a mantenere, quasi egli non vi fosse mai entrato, a me sembrava la riduzione a piccolo cabotaggio di contestazione, un piccolo ’68 clericale, di un’occasione storica irripetibile, o comunque non così immediata e spontanea che poteva far rivivere la tensione, con la gratuità del ministero, alla credibilità dell’annuncio. Che cosa sarebbe avvenuto nella Chiesa se questi preti, sparuto gruppo ma anche di una certa presa sull’opinione pubblica, fuori e dentro la Chiesa, avessero legato il lavoro alla gratuità del ministero come fu all’inizio? Io ero in fabbrica e sperimentavo come quel tipo di lavoro potesse permettere l’attività cosiddetta pastorale. Con i turni che quotidianamente cambiavano (6-14, 14-22, 22-6) sempre 24 ore fra un turno e l’altro, ci sarebbero state buone possibilità di tempo per un’attività di aiuto parrocchiale se fosse stato necessario. C’erano infinite possibilità, in teoria, di mantenersi senza rinunciare a nessuna attività parrocchiale; bastava provare. Soprattutto, mi dicevo, bastava alzarsi un mattino e gridare davanti a Dio e alla propria coscienza, vescovo, prete, parroco o curato che si fosse: «Basta, da oggi tutto è gratuito, cápiti quel che vuole capitare».

Se «La messa dell’uomo disarmato» (Sironi) è stato il volume che, oltre a farlo conoscere ed apprezzare al grande pubblico, ha romanzato la sue esperienza e i suoi ricordi giovanili durante la Resistenza nella Bassa padana, questa «Lettera all’amico vescovo» in uscita per Edb (pp. 152, euro 13) copre tutto il resto della biografia di don Luisito Bianchi (1927-2012): gli studi sociologici in Cattolica col giovane Francesco Alberoni, il tentativo (fallito) di prepararsi a Lovanio a fare il missionario, gli anni a Roma come vice-assistente nazionale delle Acli, quindi il lavoro in fabbrica e poi come inserviente in ospedale, la lunga cappellania presso le benedettine di Viboldone… Il testo viene filologicamente curato da Marco D’Agostino, che lo riprende da quattro quaderni manoscritti da don Luisito tra il 1998 e il 1999; l’autore li immagina come lettera all’amico don Maurizio Galli, ordinato vescovo di Fidenza proprio nel 1998 (morirà 10 anni dopo). Ma il fil rouge dell’opera resta indubbiamente la gratuità del ministero sacerdotale, che don Bianchi intendeva anche come rifiuto di ricevere lo stipendio riservato al clero. 

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2 risposte a Prete in fabbrica, non prete operaio

  1. andrea ramacciotti ha detto:

    L’ho ascoltato una volta intervistato da Corrado Augias nella sua trasmissione che teneva su Rai 3 alle 12,45. Non lo conoscevo ma ho apprezzato molto la sua figura e le sue parole, che mi hanno incoraggiato in scelte che stavo maturando. Anche se per me di strada ce n’è ancora da fare!!!

  2. renverni ha detto:

    L’ha ribloggato su vernini.

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