Ma nel «secolo breve» dei conflitti quanti esempi di nonviolenza


di Goffredo Fofi in “Avvenire” del 14 settembre 2013

Anna Bravo, storica torinese di grande valore e autrice per Laterza di studi di storia delle donne italiane negli anni 1940-45 e di acute riflessioni sulla generazione del Sessantotto, parte in questa Conta dei salvati, che ha come sottotitolo «Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato», dalla domanda sul perché gli storici (e non solo loro) scrivano moltissimo di conflitti bellici e di violenze e così poco e di rado del contrario. E cioè di persone e gruppi che, nonostante i conflitti, nel mezzo dei conflitti o prima o dopo della loro opera di distruzione, hanno tentato, a volte perfino con successo, strade di soluzione dei conflitti proponendo accanitamente il dialogo tra le parti, mediando, facendo da ponte, rischiando o anche perdendo la vita in quest’attività, ma anche a volte vincendo, dando vita (vita, parola chiave…) a esperienze originali e vastissime di alterità pacifica, pacifista o meglio, nonviolenta. È come se la storia con la maiuscola – quella del romanzo della Morante… – non avesse mai tregua nella sua imposizione di lutti e tragedie, come se Antigone dovesse sempre perdere, avesse sempre perso… Mentre, dice Anna Bravo, non sempre è stato così e ancora oggi non sempre è così. Le storie che questo saggio ci racconta sono di soldati che hanno cercato di rifiutare i messaggi di odio dei loro capi ricercando la solidarietà coi colleghi del campo avverso, per esempio durante la Grande Guerra; sono i modi in cui il governo e il popolo danese si rifiutarono al ricatto hitleriano riguardante gli ebrei durante la seconda guerra mondiale; sono l’azione di capi politici e di figure religiose come Mandela e Tutu in Sudafrica, come Martin Luther King negli Usa, che fu nello stesso tempo leader politico e religioso, e ovviamente come Gandhi, anche lui leader politico e religioso nell’India dominata dagli inglesi. Sono le storie di quella parte della «zona grigia » che nell’Italia della guerra civile ha praticato la pietà nei confronti delle vittime, di tutte le vittime. E sono infine, molto vicini a noi, gli esempi del modo di lottare per la pace nel Kosovo e nella ex Jugoslavia degli anni Ottanta praticato da Ibrahim Rugova, ostinato mediatore (e ai margini di questa grande prova ci sono quelle di Alex Langer o di don Tonino Bello), e nel Tibet dominato dall’imperialismo cinese il metodo scelto del Dalai Lama, la cui figura è per la Bravo esemplare di una strategia agile e di lungo periodo, che esclude lo scontro diretto e sanguinoso. «Piuttosto che un pacifista, un nonviolento è un ‘facitore di pace’. (La nonviolenza) non è avidità né remissività: richiede pazienza, mitezza, e coraggio davanti alla ferocia altrui – esiste una combattività nonviolenta molto temuta da chi è al potere. Non è spontaneismo ingenuo: inventa tattiche nuove.

(…) Non è un’esclusiva delle fedi religiose, anche se può trarne un forza straordinaria. Non è ‘cosa da donne’, è universale, anzi ridefinisce i modelli di genere, valorizzando la compassione negli uomini, e nelle donne la fiducia in se stesse», scrive la Bravo nell’introduzione. E risponde – una prima risposta – scegliendo appunto, per parte sua, da storica di mestiere, di battere questo terreno non amato dai grandi storici, di parlare del bene piuttosto che del male, e del bene possibile, non astratto, dei molti modi concreti in cui si è in passato operato per la pace, e si continua a farlo. Per prevenire i conflitti, per evitarli… O, quando questo risulti impossibile, dei modi in cui si è operato e ancora si opera per «limitare il danno», per salvare vite insistendo sulla vita e non sulla morte, sulla protezione e salvezza delle vittime che, come è ben noto, non appartengono mai a una sola delle parti in conflitto. È invero consolante e positivo che studi di questo genere aumentino e si diffondano. Mancano nel libro molti esempi – come se i capitoli che lo compongono fossero i primi di un lavoro in fieri.

Che so? Il lavoro di Aldo Capitini nell’Italia del fascismo e del dopoguerra, appena accennato, o quello di Albert Camus per evitare i massacri delle due parti nel conflitto franco- algerino, e luminose figure di pacifisti come André Trocmé, pastore protestante, o don Primo Mazzolari, sacerdote cattolico, e don Lorenzo Milani, eccetera. Ma questo è solo un inizio, o meglio:

l’affermazione di un bisogno forte e diffuso, più attuale che mai, che deve farsi azione e intervento contro la guerra e le dittature da parte di tutti, anche oggi che tante guerre sono in corso e venti di guerra soffiano insistenti e più pericolosi che mai, come soluzione ipocrita ai mali del mondo.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Film, libri, siti... e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...