Rompere il soffitto di vetro anche nei luoghi di culto Ruoli femminili nelle celebrazioni


di Emma Klein* in “www.thetablet.co.uk” del 10 agosto 2013 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Papa Francesco ha invitato la Chiesa a creare una più profonda teologia delle donne, anche se ha escluso l’ordinazione femminile. Ma come possono il cristianesimo e le altre religioni ritagliare dei ruoli per le donne, se le considerano cittadini di second’ordine? Forse l’ebraismo potrebbe indicare la direzione da seguire?

A che punto sono oggi le donne nelle religioni mondiali? Dai recenti sviluppi, pronunciamenti ed eventi, emerge un quadro molto complesso. Non meno complessa è la posizione delle donne all’interno dell’ebraismo, una delle religioni mondiali numericamente più ristrette.
Fino al XIX secolo, quando in Germania è emerso il movimento riformatore nell’ebraismo, l’ortodossia prevaleva e le donne, ad eccezione di poche figure storiche, furono confinate in casa e, all’interno della sinagoga, alla galleria delle signore o dietro una mechitza o parete divisoria – spesso una tenda. Il fondamento logico per questa separazione derivante dal periodo del Talmud e Mishnah, il commento orale della Torah, o Legge, era che una donna e il suo corpo potevano distrarre gli uomini e portarli a pensieri impuri durante la preghiera.

Nelle Scritture Ebraiche, c’era ben più di un gruppo ristretto di donne importanti, non ultime le quattro “matriarche” Sarah, Rebecca, Lia e Rachele; la profetessa e sorella di Mosé ed Aronne, Miriam; e Deborah, giudice e profetessa. Anche la moabita convertita Ruth, antenata di re Davide, ed Esther, la moglie ebrea del re persiano Assuero, giocano un ruolo significativo nella tradizione ebraica.

Con le varie conquiste ed espulsioni a cui fu soggetto il popolo ebraico, e la successiva estesa storia di persecuzione, l’ortodossia ebraica divenne più rigorosa, tra gli altri aspetti, anche relativamente al ruolo delle donne nel culto. Una donna eccezionale ai tempi del Talmud fu Bruriah. Figlia e moglie di importanti rabbini, era citata come una “saggia”. In un periodo storico successivo, due donne svolsero la funzione di rabbino, senza ordinazione formale. Una fu Asenath Barzanu nel XVII secolo, che svolse la funzione di rabbino tra gli ebrei curdi, e la seconda fu Hannah Rachel Verbermacher, che fu rebbe (maestro, mentore) in una comunità hassidica nell’Europa dell’est nel XIX secolo.

Cionondimeno, la probabilità che ci sia un rabbino donna ortodosso nel nostro tempo è stata, fino a un’epoca molto recente, qualcosa di virtualmente impossibile da immaginare. E l’ortodossia è ancora la fazione più ampia in Israele, in Francia e nel Regno Unito. Negli Stati Uniti, tuttavia, dove la popolazione ebrea vicina ai sei milioni è quasi quanto quella di Israele, l’ortodossia è un blocco minoritario, con la maggioranza di ebrei americani praticanti che appartengono a comunità conservatrici o riformatrici.

È probabilmente a causa dello status di minoranza dell’ortodossia americana che c’è stato negli ultimi anni un cambiamento che ha colpito molto. E cioè la comparsa di un seminario ortodosso a New York in cui le donne sono preparate per l’ordinazione. Il seminario è conosciuto come Yeshivat Maharat – dove yeshiva è la parola ebraica per seminario e maharat è l’acronimo di parole ebraiche che significa “insegnante di legge e spiritualità ebraica”. Il decano del seminario, Rabba Sara Hurwitz, è stata ordinata da due rabbini ortodossi. Tuttavia, il fatto che lei stessa si sia chiamata “rabba” – la versione femminile di “rabbi” [rabbino] – causò un tale sdegno in molti appartenenti alla comunità ortodossa che, come compromesso, si stabilì che una laureata del seminario sarebbe stata chiamata “maharat”.

Tre donne laureate nel seminario il mese scorso sono già state assunte da congregazioni a Montreal e a Washington accanto a rabbini maschi in servizio. Tuttavia un docente pionieristico di ragazze ortodosse, che era presente alla cerimonia di laurea, commentò che il titolo “maharat” è come

laurearsi in una scuola medica, non avere il permesso di chiamarsi dottore.
Mentre queste donne vogliono, in qualche modo, essere leader spirituali di comunità, continueranno a dover affrontare molte restrizioni sotto la legge ebraica ortodossa. Dovranno sedersi separatamente durante i servizi, non sarà loro permesso leggere dalla Torah e non saranno contate in un minyan – il quorum di 10 fedeli richiesto per la recita di certe preghiere, compreso il Kaddish, a cui spesso si fa riferimento come la preghiera di chi piange un defunto. Il concetto del Minyan viene dal racconto del tentativo di Abramo di salvare Sodoma e Gomorra dalla distruzione. Si racconta che Abramo fece un patto con Dio secondo il quale, se avesse trovato 10 uomini giusti, le città non sarebbero state distrutte. Ma non fu possibile trovare il numero necessario.
A parte gli Stati Uniti, ci sono stati dei progressi, anche se limitati. In Israele, per la prima volta ci sono state due donne nel comitato di 11 membri che sorvegliano le elezioni per il Rabbinato Capo tenute alla fine di luglio. E un gruppo di donne israeliane si è rivolta ai tribunali per obbligare le autorità ortodosse a permettere loro di diventare sorveglianti di cashrut – l’azione per assicurare che i prodotti alimentari e i ristoranti siano kosher.
In Gran Bretagna, ci sono state molte donne rabbini nei movimenti riformisti e liberal, tra di esse la baronessa (Julia) Neuberger e rabbi Laura Janner-Klausner, capo attuale del Movement for Reform Judaism. Tuttavia, il movimento Masorti – o conservatore – negli Stati Uniti non ha ancora rabbini donne. La cosa più significativa è che a Londra, in Israele e a Toronto, così come in città americane, c’è stato recentemente un cambiamento conosciuto come “Partnership minyan”, un termine usato dalla Jewisch Orthodox Jewish Alliance, per descrivere un gruppo di preghiera che si conforma alle critiche della legge ebraica ortodossa, ma permettendo che alcune parti dei servizi siano guidate tanto da donne che da uomini.
Ci sono stati anche alcuni servizi di sole donne ortodosse, ad esempio per leggere il rotolo di Esther, che viene letto ogni anno al festa di Purim, che commemora la liberazione del popolo ebraico in Persia dalla congiura volta alla sua distruzione istigata da Haman, il visir reale del marito di Esther, re Assuero. Tuttavia, il “partnership minyan” è certamente un progresso rispetto ad un gruppo di preghiera di sole donne. Non sorprende che abbia avuto forti critiche da molti nella comunità ortodossa.
In alcune religioni mondiali c’è stato un sostanziale riconoscimento dell’importanza delle donne. Il Dalai Lama, ad esempio, ha detto che sarebbe molto contento se il suo successore dovesse essere una donna e c’è attualmente in Tibet un lama buddista donna, Khandro Rinpoche che, all’età di due anni, è stata riconosciuta da un anziano leader spirituale buddista come la reincarnazione di una donna lama nata nel XIX secolo.
Più vicino a noi, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby ha anche espresso la sua convinzione che un giorno una donna ricoprirà il suo incarico ed è stato chiaro nel suo sostegno alle donne vescovo. Nonostante la sconfitta a sorpresa della decisione sulle donne vescovo nel voto dei membri laici del Sinodo Generale lo scorso anno, l’argomento torna all’ordine del giorno e si pensa che l’approvazione finale potrebbe essere data per la nuova legislazione entro la fine del 2015.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, papa Francesco, nella sua conferenza stampa improvvisata sull’aereo nel viaggio di ritorno da Rio il 28 luglio, ha ripetuto, in base al “definitivo” insegnamento di Giovanni Paolo II, che la porta per l’ordinazione delle donne è chiusa. Tuttavia, ha detto che la Chiesa ha bisogno di una teologia delle donne più profonda, facendo notare che Maria è più importante degli apostoli. E ha aggiunto: “Non basta avere delle chierichette, delle donne lettrici e delle donne come presidenti della Caritas… Le donne nella chiesa sono più importanti dei vescovi e dei preti”.
Nell’islam, uomini e donne generalmente assistono alle funzioni separatamente. Di solito alle donne non è permesso guidare preghiere miste. Ancora una volta, gli Stati Uniti sono il paese dove le donne musulmane sono diventate più importanti nel culto e ci sono molte comunità nelle quali le donne hanno guidato preghiere miste. Mentre è improbabile che delle donne siano in tempi brevi ordinate come imam, c’è una studiosa afroamericana islamica, Amina Wadud, che è stata chiamata Imam Amina Wadud. Naturalmente, in molti paesi islamici, al di fuori della sfera religiosa, la possibilità per una donna di realizzarsi, è fortemente repressa.

Nell’induismo, mentre vengono adorate molte divinità femminili, il ruolo della donna è generalmente visto in qualche modo tradizionalmente come la figura chiave per facilitare la continuazione del lignaggio familiare. L’aspetto, invece, della supremazia del maschio nella religione indù mi è diventato recentemente chiaro quando ho saputo che il figlio di soli dieci anni della mia vicina indù, che è tra l’altro medico ginecologo, è stato obbligato a celebrare come primo officiante la cerimonia di cremazione di suo nonno a Londra e poi la cerimonia dello spargimento delle ceneri nel fiume Gange, essendo l’unico discendente maschio diretto.

Se posso terminare con un aspetto personale, devo dire che c’è un rituale ebraico che sono decisa a mettere in atto e che alcuni rabbini ortodossi non permettono alle donne di celebrare. È la recitazione del Kaddish. Composto per la maggior parte in aramaico, ad eccezione dell’esortazione alla pace con cui si conclude, è fondamentalmente un’esaltazione del nome dell’Onnipotente e non contiene nulla che si riferisca a dolore o morte. Tuttavia, il fatto che venga recitato in occasione della morte di un parente prossimo è il motivo per cui si pensa spesso che si tratti di una preghiera di lutto.

Recitare il Kaddish è stato per me di grande importanza dal momento della prematura morte del mio amato fratello 13 anni fa. Ho recitato la preghiera in una sinagoga Masorti ogni sabato mattina per 11 mesi. Questo mi ha dato forza e quando è venuto il momento di porvi termine, ho fatto l’esperienza di una tremenda sensazione di perdita. Da allora ad ogni yartzeit – cioè ad ogni anniversario della sua morte – io recito di nuovo il Kaddish per lui. È diventato un giorno molto importante.

*Emma Klein è una giornalista freelance, specializzata in temi religiosi.

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