La Chiesa che papa Francesco vuole


di Isabelle de Gaulmyn, Martine de Sauto e Agnès Chareton in “La Croix” del 31 luglio 2013 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Nel corso del suo viaggio in Brasile, papa Francesco ha indicato chiaramente alla Chiesa quali devono essere le sue priorità, sia per assicurare il rinnovamento del suo funzionamento interno, sia per migliorare il dialogo con il mondo. Sulla base dei suoi discorsi, in particolare quelli ai vescovi del Brasile e dell’America Latina, “La Croix” presenta nel dettaglio le grandi linee del “programma” del papa per i cattolici.

Una Chiesa sinodale

Al suo arrivo sul suolo brasiliano, il 22 luglio, Francesco si preoccupa di salutare i vescovi delle “Chiese particolari”. Un modo di dire che lui è lì come un vescovo (di Roma) invitato nelle diocesi di altri vescovi, e non come il capo della Chiesa universale che si reca in visita ai suoi “sudditi”. Allo stesso modo, quando, sabato 27 e domenica 28 luglio, si rivolge ai suoi “fratelli” vescovi, del Brasile o dell’insieme dell’America Latina, lo fa non tanto nella forma di un discorso ex cathedra, ma in maniera più informale, come un invito al dialogo, lanciando una serie di domande e di proposte e, secondo le testimonianze dei vescovi presenti, ascoltando abbastanza a lungo i suoi interlocutori in risposta.

Un atteggiamento che riflette la concezione del governo della Chiesa di papa Francesco, concezione che lui non cessa di chiarire da quando è stato eletto. Del resto, secondo la definizione del Concilio Vaticano II (Lumen Gentium), il papa è il “primo” (primus) tra gli altri (inter pares): prende posto per primo in un collegio episcopale a cui spetta collegialmente il compito del governo della Chiesa. Non decide da solo in maniera arbitraria o monarchica.
Essendo collegiale, la Chiesa deve quindi dare spazio alla discussione e alla assunzione di decisioni in comune. A Rio, il papa ha auspicato chiaramente che questa collegialità si manifesti a livello delle conferenze episcopali, nazionali o continentali, che devono essere, ritiene, organismi decisionali per i problemi regionali. Sembra quindi andare in controtendenza rispetto ai predecessori, che hanno sempre rifiutato di riconoscere un vero ruolo a quelle conferenze, col pretesto che rischiavano di interferire tra il vescovo e il papa.
Collegialità significa lavoro in comune. Ricordando come si era svolta la conferenza di Aparecida nel 2007, il papa presenta il suo metodo ai vescovi dell’America Latina: non un documento stabilito in precedenza, sul quale doversi pronunciare, ma una elaborazione progressiva, tramite la discussione, “a partire dalla messa in comune delle preoccupazioni dei pastori”. Ecco qualcosa che annuncia sicuramente una revisione molto forte dei sinodi dei vescovi così come sono organizzati a Roma oggi, spesso ridotti al ruolo di sale di registrazione, senza poter essere veri luoghi di dialogo. Abbastanza logicamente, il papa raccomanda la stessa “sinodalità” a tutti i livelli della Chiesa: quindi dei consigli diocesani, ma anche dei consigli parrocchiali, pastorali o per i problemi economici. Tali consigli devono diventare luoghi di “partecipazione dei laici nella consultazione, nell’organizzazione e nella pianificazione pastorale”, dice, prima di ammettere senza giri di parole: “Credo che in questo siamo molto in ritardo”.
Tale sinodalità, agli occhi di Francesco, non è un principio a se stante, ma una condizione dell’evangelizzazione: è per il fatto che l’organizzazione ecclesiale deve essere a servizio “del popolo di Dio nella sua totalità” e non delle strutture, che deve permettere una vera comunione tra tutti i suoi membri. Infatti, dietro alle strutture, è della missione che si tratta: gli “agenti pastorali” della Chiesa e i fedeli in generale devono, dice, sentirsi “parte della Chiesa”, identificarsi con essa, renderla vicina ai battezzati lontani o che si sono allontanati.
Una Chiesa meno ideologica
Nel suo discorso al comitato di coordinamento del Consiglio episcopale latino-americano (Celam), il 27 luglio, papa Francesco mette in guardia contro le diverse tentazioni che minacciano il “discepolo missionario” e di cui soffre, a suo avviso, l’evangelizzazione.

La prima di tali tentazioni sta nell’ideologizzare, in diversi modi, il messaggio evangelico. Cita in particolare il rischio della “riduzione socializzante”, che definisce “una pretesa interpretativa in base a una ermeneutica secondo le scienze sociali”, l’“ideologizzazione psicologica”, che, in definitiva, riduce l’incontro con Gesù Cristo, e il suo sviluppo ulteriore, ad una dinamica di autoconoscenza; quella della “proposta gnostica”, che porta a fare di “problemi discussi degli atteggiamenti pastorali”; e infine la proposta pelagiana, che guarda nello specchietto retrovisore e cerca di “recuperare” il passato perduto, atteggiamento “fondamentalmente statico”. Altri due atteggiamenti minacciano la Chiesa: il funzionalismo che, cercando prima di tutto il risultato, “si entusiasma più per il ruolino di marcia del cammino che per la realtà del cammino”, e il clericalismo.
“Le affermazioni del papa sulle grandi ideologizzazioni del messaggio del Vangelo si dimostrano purtroppo universali e ci invitano a rileggere le nostre pratiche pastorali con vigilanza ed esigenza, nota Thomas Gueydier, direttore del Centro studi teologici di Caen. Ognuna delle ideologizzazioni corrisponde ad una tentazione generazionale, ed evitare di soccombervi è anche un bel modo di mettere in atto la concordia tra le generazioni. Nello specifico, il papa mette il dito su una realtà onnipresente nelle nostre diocesi oggi, che riguarda in particolare le generazioni intermedie, segnate dal rinnovamento carismatico, ossia una grande tentazione spiritualista. Col pretesto di non ricadere negli errori della generazione precedente che ha messo da parte lo spirituale a favore di un impegno totalmente immerso nella Storia, il rischio è oggi di trascurare il rapporto col mondo per una vita cristiana letteralmente disconnessa dalle realtà economiche e sociali. Oggi, abbiamo la tentazione di sviluppare una pastorale da discepolo e non da missionario, che ignora che la “sequela” di Cristo non si fa solo nella tranquillità accogliente della cappella, ma anche e soprattutto nel servizio arduo della dignità umana nel cuore della polis, tema ampiamente sviluppato in Lumen fidei (n° 51)”.
Secondo questo giovane teologo, il problema del lavoro, citato dal papa di fronte ai giovani a Rio, in questo ambito è centrale. “Un tempo, la vita della Chiesa, animata dall’ideale dell’Azione cattolica, investiva totalmente questo ambito. Oggi, anche se alcuni gruppi e alcuni movimenti che sostengono il problema del rapporto col mondo cercano di sopravvivere, siamo costretti a constatare che abbiamo la tentazione di eliminare queste problematiche a favore di un “incontro con Gesù Cristo” in realtà staccato dal suo dispiegamento concreto in ciò che si chiamava, al tempo del Concilio Vaticano II, l’apostolato. Siamo diventati esperti in rilettura, in introspezione, ma come si fa a raggiungere il mondo del lavoro?”.
Una Chiesa aperta a ciascuno
Non esitando ad usare la parola “seduzione” davanti ai vescovi brasiliani o l’espressione “astuzia evangelica” davanti a quelli dell’insieme dell’America latina, papa Francesco sostiene l’idea di una Chiesa più “pastorale”, che sappia accogliere prima di giudicare, come ha detto sulla questione dell’omosessualità nel corso del suo incontro con i giornalisti sull’aereo di ritorno dal Brasile. Formula così una visione pastorale in definitiva molto ignaziana, che consiste nel prendere le persone in funzione delle situazioni in cui vivono, e non a partire da una morale stabilita a priori. Cosa che chiama, con una bella formula, la “rivoluzione della tenerezza”…
Alla radice di questo atteggiamento, c’è la “misericordia”, una delle parole più usate dal papa dalla sua elezione. La Chiesa non è un organismo di giudizio e di regole. Oppone quindi una “Chiesa della misericordia” ad una “Chiesa del controllo”, e si esprime a favore di una “Chiesa che facilita la fede, e non una Chiesa che la controlla”.
E ripete in maniera martellante, che essa deve essere attenta “ai problemi complessi che si presentano” e saper creare dei luoghi e delle occasioni “per manifestare la misericordia di Dio”. Questo obbliga ad andare verso le persone, a “non aver paura di uscire nella notte” dei nostri contemporanei, a “incrociare i loro cammini” e a dialogare con loro, ad andare nelle “periferie esistenziali”, secondo un’espressione che gli è cara.
Secondo il papa, molti fedeli hanno lasciato la Chiesa cattolica perché essa non ha saputo raggiungerli là dov’erano. “È apparsa loro troppo alta la misura della Grande Chiesa”, ed è in parte per questo che sono ormai sedotti dai movimenti pentecostali…

“I paesaggi e gli areopaghi sono i più diversi, ha ricordato il papa, davanti al comitato di coordinamento del Celam. Ad esempio, in una stessa città, esistono diversi immaginari collettivi che configurano diverse città. (…) Dio ne è parte: bisogna saperlo scoprire per poterlo annunciare nell’idioma di ogni cultura; e ogni realtà, ogni lingua, ha un ritmo diverso”.
Per Thomas Gueydier, questa osservazione riguarda anche la Chiesa francese. “Nelle diocesi chiamate rurali, come quelle della Bassa Normandia ad esempio, dimentichiamo che le persone a cui la Chiesa si rivolge vanno a studiare i grandi autori all’Università popolare di Michel Onfray”, sottolinea. “Notiamo che Francesco non vede in questa distanza del discorso cristiano un semplice errore di comunicazione o una scelta pastorale non appropriata, insiste, ma una colpa spirituale, per non dire un peccato grave, capace di annullare le forze dello Spirito Santo”.
Nel complesso, il papa desidera favorire una Chiesa “capace di andare al di là del semplice ascolto, una Chiesa che accompagni il cammino mettendosi in cammino con le altre persone”. Perché il Dio che si è rivelato nella storia è il Dio “vicino” al suo popolo, che “esce incontro al suo popolo”. E non una “pastorale disciplinare, che privilegia i principi, i comportamenti, le procedure organizzative…”
Una Chiesa povera e a servizio
“Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. Questo desiderio, espresso davanti ai media il 16 marzo scorso, il papa lo ha riformulato a più riprese davanti ai giovani del mondo intero e ai vescovi brasiliani a Rio.
La Chiesa povera che si augura non deve limitarsi ad essere una ONG, ma deve essere “capace di riscaldare i cuori”. Certo, l’istruzione, la salute e la pace sociale sono “le urgenze brasiliane”, ha sottolineato papa Francesco, e su questo tema, la Chiesa deve far sentire la sua voce. Ma “per rispondere adeguatamente a queste sfide, non sono sufficienti soluzioni meramente tecniche, ma bisogna avere una visione sottostante dell’uomo, della sua libertà, del suo valore”.
Per padre Philippe Kloeckner, ex responsabile del polo America Latina della Conferenza episcopale francese, il papa mostra con questo che “non vuole che la Chiesa sia un’istituzione che lavora per proprio conto, ma che sia veramente a servizio di Dio e dell’annuncio del Vangelo”.
Nel suo discorso davanti al Celam, papa Francesco ha fustigato la “psicologia dei principi” di certi vescovi e ha ricordato che il ruolo del pastore non è di essere “maestro” ma di “condurre”. Secondo lui, i vescovi devono “amare la povertà”, sia “la povertà interiore come libertà davanti al Signore, sia la povertà esteriore come semplicità ed austerità di vita”.
Per Elena Lasida, dell’Institut catholique di Parigi, incaricata per la commissione Giustizia e Pace, e uruguaiana, “l’idea di una Chiesa povera va molto al di là della semplicità materiale”. Vi vede un invito ad entrare “in una relazione di dialogo, di compagnia con l’altro”, sottolineando che di fronte alla povertà, “la Chiesa non può offrire delle soluzioni prefabbricate”.
Una Chiesa controcorrente
“Vi chiedo di essere rivoluzionari, di andare controcorrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi le vostre responsabilità, che non siete capaci di amare veramente…”, ha esclamato papa Francesco il 28 luglio ai volontari della GMG di Rio. Per il filosofo Guy Coq (ultimo libro pubblicato: La Foi, épreuve de la vie, ed. Parole et Silence), questa frase, “profondamente evangelica” delinea una figura di cristiano capace di “rompere” con tutti i conformismi. “Essere rivoluzionari, ricorda, non significa voler spaccare tutto. Significa essere capaci di staccarsi da correnti che attraversano il mondo così come attraversano noi. E per questo, il papa dà un metodo: mostrarsi di nuovo capaci di impegni profondi, uscire dalla cultura dell’immediato per ritrovare un senso della storia dell’umanità e della salvezza”. Ma questo appello ad essere rivoluzionari va oltre la vocazione personale di ciascuno. “Il papa invita a trasformare il mondo, a trasformarlo radicalmente. Lo si vede bene quando denuncia l’onnipresenza della finanza. Il profeta è colui che vuole strappare gli uomini alla china collettiva disastrosa nella quale sono trascinati. In questo senso, papa Francesco ha una parola profetica che dà senso all’impegno concreto, etico. Non considera la rottura come un fine in sé. Crede, con una forma di imprudenza, alla capacità di immaginare un altro mondo possibile. Conserva la quintessenza di ciò che offriva la teologia della liberazione, ossia che il cristiano trova nel Vangelo le leve per trasformare il mondo. Questo papa, il cui discorso non è moralizzatore, e che non si rinchiude in posizioni ideologiche o in schemi prestabiliti, è un papa della speranza”.

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