Lo stile di papa Francesco e la riforma della Chiesa


di Piero Stefani in “Il pensiero della settimana” del 16 giugno 2013

A Santa Marta Bergoglio dice cose che sembrano non provenire da un papa. Avendo affianco l’ordinario castrense afferma che la guerra è il suicidio dell’umanità, con pari schiettezza afferma che una chiesa ricca è vecchia e che San Pietro non aveva conti in banca, inoltre parla di corruzione e di lobby. Discorso analogo vale per l’udienza privata in cui ha ricevuto i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana dei religiosi), Francesco avrebbe detto loro: «Anche se vi arriverà una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, affermando che avete detto questo o quello, non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, però andate avanti. Aprite porte, facendo qualcosa là dove la vita vi chiama. Preferisco una Chiesa che si sbaglia per fare qualcosa, che una che si ammala per rimanere rinchiusa».

Con il passare delle settimane lo stile comunicativo orale e libero di papa Bergoglio non muta; tuttavia il contesto in cui cade cambia inesorabilmente. Il vescovo di Roma Francesco visita una parrocchia della periferia romana la domenica in cui si gioca il derby di Coppa Italia e vi allude scherzosamente con i bambini della prima comunione provocando un ennesimo effetto a sorpresa. Qualche tempo dopo però papa Bergoglio riceve solennemente il presidente Napolitano con tutte le regole dell’etichetta diplomatica. Cardinali di curia, nobili, ambasciatori e guardie svizzere sono estranee a San Pietro non meno di quanto lo siano i conti in banca. È vero, si preannunciano modifiche radicali nello IOR, ma la situazione della «banca vaticana» è così indecente che anche papa Ratzinger sarebbe stato costretto a intervenire. Inoltre anche se fosse chiusa, il Vaticano, per forza di cose, non cesserà di avere stretti rapporti con alcune banche.

In sintesi, papa Francesco compie affermazioni dirompenti in un quadro complessivo finora immutato e dove, al più, si annunciano futuri interventi. È presto, ma il tempo passa; il discorso però non è solo questo. Il Vaticano, a prescindere dai suoi attuali bilanci, è il luogo al mondo in cui vi è la massima concentrazione di ricchezza storico-artistica in larga misura frutto di uno stile papale che faceva dello sfarzo la propria cifra. Che tutto avvenga all’insegna del bello e della cultura non toglie che quel patrimonio sia nato, in buona parte, grazie allo sfruttamento subito dalla povera gente. L’ordinario castrense ha il titolo, lo stipendio e la pensione di un generale ed è espressione di un regime concordatario che poco ha a che fare con l’assistenza spirituale dei soldati, conseguibile con altri mezzi. Quanto a eventuali futuri moniti della Congregazione, quest’ultima è espressione di una curia al cui vertice c’è il papa stesso. Le situazioni paragonabili a queste sono innumerevoli.

Nei prossimi mesi a papa Francesco si aprono tre alternative: continuare così con parole forti e interventi contenuti (qualche nomina, qualche risanamento dei bubboni più purulenti, ecc,); modificare radicalmente il vertice della Chiesa cattolica; dichiarare pubblicamente la situazione oggettivamente contraddittoria in cui si trova la Chiesa cattolica.

Alla prima alternativa non è dato prolungarsi a tempo indeterminato. Su di essa infatti peserebbe sempre più il sospetto di ipocrisia, atteggiamento alieno all’animo di Francesco, ma riscontrabile nell’oggettività della situazione. La seconda via è ardua e la porta di accesso a essa strettissima. Alcune decisioni saranno prese (prima o poi verrà nominato, per esempio, un nuovo Segretario di Stato), tuttavia è assai difficile immaginare l’irrompere di capacità in grado di rinnovare ab imis la Chiesa cattolica ponendola sotto il primato della povertà. Ciò comporterebbe, infatti, attuare riforme strutturali che metterebbero in discussione moltissime cose (non ultimo la forma Stato goduta dalla S. Sede): esse possono essere imposte da violenti sconvolgimenti storici ma nessun processo di autoriforma è stato finora in grado di attuarle.

Resta la terza alternativa che non comporta né immobilismo, né rassegnazione, né la scelta di uno stile cupamente penitenziale. Essa significa semplicemente diventar consapevoli che per essere fedeli all’evangelo occorre essere convinti che le sue richieste si pongono al di là di quanto è

possibile attuare in una qualsiasi istituzione. La vecchia definizione di Chiesa intesa come «societas perfecta» era per sua natura anticristica. Ogni istituzione si presenta, almeno in parte, antievangelica. Il “discorso della montagna” è l’espressione più riconoscibile di questa inestinguibile e salvifica eccedenza.

La gratitudine nei confronti di papa Francesco e dello stile da lui assunto trova riscontro in un’enorme popolarità nel cui seno fremono sentimenti e speranze profonde e che sarebbe errato etichettare solo come espressione di una moda. Si tratta di un patrimonio da guidare, da indirizzare e da difendere (anche da impropri usi mass-mediatici). Per farlo occorre che papa Francesco apra presto il capitolo delle decisioni impegnative.

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