L’occhio vuole la sua parte (ma forse gliene diamo troppa…)


di Erri De Luca in “Avvenire” del 16 giugno 2013

Mi è caro nelle storie sacre il dettaglio dei piedi. Il primo gesto di ospitalità era di procurare al viandante acqua per lavarli, olio per ristorarli. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento la premura verso la parte più umile del corpo mostra l’importanza del resto, della presenza fisica. Il tatto, l’imposizione delle mani, scatenano l’energia dei miracoli. Gesù tocca e risana, tocca e moltiplica. Quando deve consegnare la sua eredità ai discepoli, lo fa a una tavola imbandita, dividendo pane e vino.

Perché la pietanza, la bevanda, sono opere da onorare attraverso il gusto che permette di apprezzarle. Nel deserto di Sinai piove manna, scaturisce acqua, arrivano pure le proteine sotto forma di enormi stormi di quaglie.
E il naso ha la sua parte: nel libro Esodo/Shmot è detto con insistenza che dai sacrifici prescritti sull’altare si leva un profumo gradito alle narici del Creatore. Ma il più prestigioso senso della Scrittura Sacra è l’udito. I profeti ricevono in ascolto i discorsi divini da riportare nel mondo e nessuno di loro prende appunti, chiede una ripetizione. Essi semplicemente ricordano tutto, non per prodigio, ma perché le parole a quel tempo avevano un peso e s’incidevano nella membrana acustica dei presenti. Gesù non lascia scritto, lascia detto e questo basta e avanza a produrre quattro Vangeli, più altri apocrifi, scritti a distanza di tempo da chi, venuto dopo, ha raccolto e custodito i racconti a voce.
«Un paio di orecchie hai scavato in me» dice Davide, usando il verbo con cui si scavano i pozzi. Perché così è, anzi era, l’udito: un pozzo in cui le parole finivano raccolte e conservate, acqua preziosa in terra di siccità. E dal pozzo potevano essere attinte senza perderne goccia. È strepitoso come sia fisico, e felice di esserlo, il libro spirituale del monoteismo. L’ultimo dei sensi è la vista. «E vide Elohìm la luce, che è buona», è scritto nel capitolo primo della creazione. La vede, ma dopo averla fatta. I sei giorni della sua opera contengono ognuno la formula: «E vide Elohìm», ma sempre dopo l’opera, al termine del giorno. La vista è notizia terminale. Non determina.
Siamo nell’epoca opposta in cui la conoscenza dipende dallo sguardo. Abbondano gli schermi, nelle case, nei posti di lavoro per strada e quando si va in vacanza ci si dota di cineprese e apparecchi fotografici. Siamo nel primato della percezione visiva, il senso più esaltato e meno affidabile. In montagna basta un po’ di nebbia o una nevicata e si è accecati.
Allora ci vuole l’istinto che raduna gli altri sensi e fa fiutare, assaggiare, toccare, ascoltare, per trovare l’uscita, la via del ritorno. È tempo di tornare a imparare da tutta la cooperativa dei sensi. L’occhio ha già avuto la sua parte.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Pensieri e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...