E adesso, Francesco, parliamo delle cause


Quelle che potete leggere sotto sono riflessioni che un amico, Franco Dinelli, ha scritto per il sito di Pax Christi. I gesti compiuti fino ad oggi da papa Francesco hanno acceso la speranza, adesso arriva il tempo di un cambio di passo, il tempo delle scelte.

L’entusiasmo iniziale, per la novità portata da Papa Francesco, si sta parzialmente offuscando di fronte all’ipocrita riallineamento di prelati, commentatori televisivi e politici che fino a un mese fa usavano toni ben diversi.

Tutto questo genera in me un forte disagio e mi domando: da cosa nasce?

Oggi Venerdì Santo, ai piedi della Croce dove Gesù muore per mano dell’Impero Romano, non possiamo limitarci alla compassione e a un appello ad uscire dalle nostre case per andare verso i poveri e i peccatori. Parlare di Chiesa e dell’opzione per i poveri senza parlare delle cause che generano la povertà non è sufficiente; anzi alla lunga può essere un boomerang. 

I motivi sono vari e provo ad elencarne alcuni.

Sbandierare i martiri cristiani e le persecuzioni subite nelle parti del mondo dove la Cristianità è minoritaria senza svelare le trame dell’occidente cristiano per il possesso delle risorse petrolifere e minerarie, serve solo a giustificare i cosiddetti interventi di Pace. Non dimentichiamo che le motivazioni con cui si scatenano le guerre sono mascherati dalle presunte necessità di proteggere i deboli. La Siria è l’ultimo tragico esempio.

Se non diciamo chiaramente la verità siamo complici e, purtroppo fino ad oggi, lo siamo stati.

I poveri saranno sempre poveri, e i peccatori esisteranno sempre. Stare veramente con i poveri non è una passeggiata ma è faticoso, perché i poveri se gli vengono gettate perle diventano come i porci che sbranano i benefattori. Andare incontro ai poveri con un atteggiamento come se noi sì che possiamo risolvere i loro problemi, alla fine quando vedremo e sperimenteremo la realtà ci potrà trasformare in biechi persecutori. La povertà va affrontata con la giustizia e non con il paternalismo.

E infine, soprattutto, la realtà è che i poveri e i peccatori siamo noi. I nostri sensi sono annebbiati da anni di opulenza e privilegi. Non siamo noi che possiamo insegnare a loro ma sono i poveri che ci possono insegnare venendoci incontro.

Fino a che non saremo additati come “Comunisti” e saremo lodati dai Potenti non potremo dirci Veri Cristiani che portano la Croce.

(FD)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Chiesa/Chiese e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a E adesso, Francesco, parliamo delle cause

  1. Elisa Frediani ha detto:

    Ringrazio Franco Dinelli, è di queste voci che abbiamo bisogno.

    • Non attendere che su di te discenda e dica: Sono ! ha detto:

      Papa Francesco minaccia di andare in parrocchia a confessare i fedeli

      Soffre, Papa Francesco, per l’impossibilità di confessare. A Buenos Aires, quand’era cardinale, lo faceva sempre. Ogni settimana, una parrocchia dopo l’altra, fino alla periferia della diocesi, per ricordare ai fedeli che il confessionale “non è una tintoria” dove andare a ripulirsi dai propri peccati. Era un momento particolarmente atteso da Jorge Bergoglio: nel chiuso del confessionale, separato da una grata sottile, chiedeva al padre di famiglia quanto tempo al giorno dedicasse a giocare con i propri figli, mentre alle signore “cristiane da salotto, bene educate” domandava se oltre a fare l’elemosina guardassero negli occhi anche il povero cui facevano la carità. Avrebbe voluto farlo fin da subito anche a Roma: uscire liberamente dal recinto delle mura leonine e frequentare le tante chiese e chiesette della città di cui è vescovo, con la sua veste talare bianca e la stola viola propria del confessore. Ci ha provato, qualche giorno dopo l’elezione, andando a celebrare nella parrocchia di Sant’Anna, a pochi passi da San Pietro. Ancora vestito con i paramenti sacri, si era sporto verso le transenne dietro cui si assiepavano fedeli e curiosi: strette di mano, saluti, qualche veloce scambio di parole. Poi, più tardi, la sicurezza gli ha fatto presente che era pericoloso, che dopotutto lui è il Papa e non un semplice curato. Bisognava stare attenti, rispettare (almeno un po’) i protocolli. E Bergoglio “ha compreso subito le nostre esigenze”, ha detto qualche giorno fa il comandante della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani. Il Pontefice “ha immediatamente compreso quali fossero le nuove esigenze legate al servizio cui è stato chiamato”,
      Si è rassegnato, Francesco, e così non ha ancora potuto varcare il colonnato del Bernini per andare a confessare il suo popolo. Lo ha detto lui stesso, sabato scorso, durante la veglia di Pentecoste con i movimenti. Stava rispondendo a braccio (come spesso fa sia durante le celebrazioni eucaristiche sia in occasioni meno solenni) alle quattro domande che gli erano state poste da alcuni rappresentanti delle varie comunità ecclesiali, quando – mostrando tutto il suo dispiacere – ha detto: “Andando a confessare… qui ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema…”. Confessarsi, aveva detto il Papa in una delle prediche mattutine a Santa Marta lo scorso aprile, “non è una seduta di tortura, ma un incontro con Gesù, che ci aspetta come siamo”. Non serve fare molto: basta entrare in confessionale “con la nostra verità di peccatori, con fiducia, con gioia. L’importante è non truccarsi”. Fondamentale è “provare una benedetta vergogna, essere consapevoli di aver peccato”. Non era la prima volta che Bergoglio toccava il tema della confessione. Lo aveva già fatto in passato, fin dalle prime omelie. Lui è un gesuita, e per i soldati di Ignazio – passati alla storia anche per essere stati i confessori di re e regine di mezza Europa – la confessione deve essere frequente, perché solo così si ricava consolazione e forza interiore necessarie per la vita.
      Francesco spera di poter tornare al più presto in confessionale, con il suo nuovo popolo. Anche se al posto della talare nera indossa ora quella bianca di vescovo di Roma. Anche Giovanni Paolo II era capace di gesti inconsueti. Wojtyla in un episodio ricostruito dal vaticanista del “Giornale” Andrea Tornielli. racconta che il Papa,, “doveva pranzare con un vescovo italiano. Il prelato giunse in ritardo nell’appartamento papale e si scuso’ con iI pontefice dicendo di aver incrociato in San Pietro un suo ex sacerdote, divenuto da 17 anni un barbone e di essersi fermato a parlare con lui. Il Papa gli disse di andarlo a cercare e di inserirlo nell’udienza e poi di portarlo a tavola. L’ex sacerdote, imbarazzato e impacciato, pranzo’ quindi con Wojtyla”. A fine pasto, il Pontefice gli chiese: “Vuoi confessarmi?”. “Il barbone – continua Tornielli – disse di si’, con l’incredulita’ e la gioia dipinte sul volto. Alla fine della confessione il papa gli aveva detto:” vedi quanto è grande il sacerdozio, non deturparlo” Successivamente,Il monsignore trovò il sacerdote in lacrime. Dopo quell’incontro, senza che nulla gli venisse chiesto del suo passato, il barbone torno’ a fare il prete”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...