Il complesso di Adamo


di Aldo Bodrato in “il foglio” – mensile di alcuni cristiani torinesi – n. 398 del dicembre 2012

Nel corso del dibattito provocato dal volantino, appeso all’ingresso della chiesa da un prete di Lerici, che dichiarava le donne colpevoli di provocare i maschi che poi arrivano anche a ucciderle, qualche teologo ha pensato di tirare in ballo i racconti genesiaci e ha evocato il «complesso di Eva», per spiegare l’origine della misoginia clericale. Direi che invece una corretta lettura esegetica e psicanalitica del racconto delle origini, comunemente conosciuto come «jahvista» (Gen 2-3), il solo dove sono presenti Adamo ed Eva, dovrebbe suggerirci di parlare piuttosto di «complesso di Adamo». Può darsi, infatti, che l’interpretazione teologica tradizionale della cacciata dal Paradiso terrestre come conseguenza del «peccato originale» abbia spinto molte credenti a sentirsi eredi della funzione mediatrice tra demoni e uomini, fatta giocare in queste pagine alla donna primigenia, e, di conseguenza, a introiettare il «complesso di Eva». Ma mi pare che alla base del maschilismo ecclesiastico stia piuttosto il «complesso di Adamo», di cui l’immagine della donna come tentatrice è una conseguenza, più che una causa.

L’uomo-maschio anzitutto

Due sono infatti le narrazioni bibliche della creazione del mondo. In Genesi 1, ritenuta l’inizio del testo «sacerdotale», uomo e donna vedono insieme la luce come componenti equivalenti e reciprocamente necessari. Il che esprime tutta la potenzialità di vita e di azione di ogni singola parola creatrice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (1,26). Nella narrazione «jahvista» si parte da una terra (adamah) arida, che Dio rende un giardino da affidare ad adam-Adamo, formato con la polvere del suolo. Quindi per dare un «aiuto» all’uomo, che «non è bene sia solo», Dio plasma, anch’essi dalla terra, gli animali e, infine, da una costola di Adamo, Eva la donna (ishà), perché tratta dall’uomo (‘ish).

Certo questo consente al testo, subito dopo, di santificare l’unione sessuale dei due in «una sola carne». Resta, però, il fatto che tale racconto pone l’uomo (‘ish) all’origine della donna (‘ishà) e la donna, con gli animali, in veste di aiutante dell’uomo. Rende inoltre esplicita la potenziale natura tentatrice della stessa, mettendo sulla bocca di Adamo l’accusa a Eva, «postagli accanto da Dio», di averlo indotto alla trasgressione fatale, dopo aver ceduto alla seduzione del «serpente».

Un’analisi completa della narrazione jahvista sarebbe a questo punto necessaria. Si potrebbe così mostrare come essa sia anche finalizzata a radicare nell’ordine della creazione la supremazia dell’uomo sulla donna, frutto della quasi universale, ma storica, vittoria del patriarcato sul matriarcato («Il tuo istinto sarà verso tuo marito, ma egli ti dominerà», Gen 3, 16). Ma per restare nei limiti di uno spunto di riflessione, basta sottolineare ancora che il testo sacerdotale vide la luce dopo quello jahvista. Quest’ultimo, quindi, non può essere interpretato come la descrizione dettagliata dell’origine dell’uomo e della donna, sinteticamente rappresentata nel primo. Cosa che fa chi considera il loro ordine testuale un vincolo esegetico assoluto.

Anche la Bibbia si corregge

Qualunque lettore, infatti, una volta appurato che la successione cronologica e l’analisi filologica collocano l’origine dello jahvista molto prima della stesura del sacerdotale, ammetterà l’indipendenza narrativa e teologica dei due testi e la possibilità che l’uno vada compreso come presa di distanza dall’altro o come più meditata proposta interpretativa dell’origine dei «generi» e delle loro ricchissime potenzialità relazionali.

C’entra qualcosa tutto ciò col «complesso di Adamo»? C’entra perché chi ha scritto il testo jahvista e chi privilegia nella sua visione dei rapporti uomo-donna l’ottica da esso assunto, a scapito di quella del sacerdotale, è mosso dal bisogno di rivendicare al maschio una qualche forma di primato generativo della vita, il privilegio dell’originaria compiutezza dell’umanità, il ruolo sussidiario della donna, la sua esistenza come aiuto, sia pure preziosissimo, dell’uomo, la mancanza di ogni sua vera autonomia, la pericolosa predisposizione alla tentazione demoniaca, sia passiva che attiva, e la naturale soggezione

all’uomo.
L’origine della misoginia ecclesiastica sta nel «complesso di Adamo», tormentato dall’evidenza della sua inferiorità nel potere di generare, alimentare e controllare la vita, e non nel «complesso di Eva», che al più può essere attribuito alle donne che subiscono passivamente i frutti di tale misoginia. Tale misoginia non deriva tanto dal celibato, ma dalla storia pastorale e teologica di quasi duemila anni di cristianità e affonda le sue radici in larga parte del testo biblico e della cultura tradizionale di varie civiltà, non solo di quelle forgiate dalle «religioni del Libro».
Lo stato celibatario del clero cattolico, imposto dal Codice di diritto canonico, aggiunge a tutto ciò la sordità al versetto jahvista: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). Lo dimostrano anche i molti

mali provocati da tale sordità nella storia della chiesa a seguito degli ostacoli posti dalla gerarchia alla contraccezione, alle legislazioni relative all’aborto e alla procreazione assistita.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Chiesa/Chiese e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...