Al Vescovo, ai Preti, ai Consigli pastorali, ai Credenti e ai Cittadini


di Comunità cristiana del Villaggio Artigiano (Modena) del 13 gennaio 2013

Una bella lettera, pacata, della Comunità cristiana del Villaggio Artigiano di Modena. A partire da una rilettura del Concilio dona spunti importanti di riflessione per l’oggi delle nostre comunità. Sarebbe bello e interessante se in questo anno che celebra i 50 anni del Concilio Vaticano II, altri Consigli Pastorali o semplici gruppi di credenti  si riappropiassero del loro essere chiesa e facessero sentire, senza gridare, la loro voce.

A 50 anni dalla fine del Concilio Vaticano II, abbiamo riletto i documenti conciliari; abbiamo partecipato agli incontri diocesani; abbiamo riflettuto insieme. I padri conciliari si erano rivolti a tutti gli uomini, volevano riprendere il dialogo con il mondo. Il Concilio si era proposto di “aggiornare la chiesa”, aveva fatto affermazioni nuove che scaldarono il cuore degli uomini e delle donne di fede. Era nato un dialogo ricco di proposte e uno scambio di nuove esperienze.

In 50 anni quel mondo e quella chiesa sono in parte cambiati.

Un progressivo abbandono della pratica religiosa (causata anche dalla forte secolarizzazione) preoccupa giustamente la chiesa anche della nostra città: dopo il catechismo la grande maggioranza dei ragazzi lascia la parrocchia; alla messa domenicale partecipa circa il 10% dei cittadini; i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi; i cattolici scelgono autonomamente i loro comportamenti.

Conosciamo bene la grande vivacità di gruppi, comunità e parrocchie della chiesa modenese e italiana: molti cristiani si spendono con un volontariato gratuito, nella catechesi ai fanciulli, nell’accoglienza (poveri, disabili, anziani, stranieri), nell’organizzazione delle parrocchie come preziosi centri di aggregazione sul territorio. Ma ci sembra che sia indispensabile riprendere oggi alcune parole importanti che il Concilio aveva detto: sulla Chiesa, sulla Bibbia, sulla Liturgia e sul rapporto con il Mondo. Solo così possiamo ritrovare coraggio e speranza per una presenza nuova della parola di Gesù nel mondo di oggi.

Il Concilio ha affermato che la Chiesa non è l’insieme di preti, vescovi, cardinali e papa, ma tutto il “Popolo di Dio”: cioè i credenti (preti e laici) che in modi diversi sono responsabili della missione della chiesa cioè della trasmissione integra e della testimonianza del ‘Vangelo’. La “Parola di Dio” è stata ridata in mano ai credenti. I cristiani non sono più passivi ascoltatori, ma soggetti attivi che partecipano alla “liturgia”. Il “mondo”, cioè gli “altri”, non è un pianeta a parte da guardare come nemico da convertire, ma tutti insieme ci dobbiamo impegnare a costruire un mondo di pace e di giustizia.

Ecco dunque alcune riflessioni che proponiamo al Vescovo, ai preti, ai consigli pastorali, ai credenti e a tutti i cittadini interessati ai problemi della chiesa per il suo rinnovamento. Noi ci sentiamo appartenenti al popolo di Dio e alla chiesa di Modena; il Concilio chiede ai battezzati di aiutare i vescovi nella loro missione pastorale.

Il “Popolo di Dio” nella chiesa attuale non riesce ad esprimersi. Il papa o un cardinale parla da Roma a nome di tutti i cristiani; così nelle parrocchie, anche se c’è grande volontà di partecipazione, chi decide a nome di tutti è il parroco rischiando così un nuovo tipo di clericalismo. Chi non condivide o si trova a disagio lascia in silenzio la chiesa o la parrocchia. Perché i credenti non siano sudditi ma protagonisti è necessario trovare canali nuovi affinché tutti possano liberamente esprimersi, discutere e proporre. I bilanci economici, sia delle parrocchie che della diocesi, devono essere trasparenti e conosciuti da tutti. In una chiesa più democratica la scelta o la permanenza di un parroco o del vescovo non può essere decisa da pochi, ma (anche se non chiediamo elezioni ‘popolari’ come al tempo di San Geminiano), i cristiani dovrebbero essere consultati. Chiediamo anche un’informazione più completa e un confronto più libero e diversificato di opinioni e di esperienze, su ‘Nostro Tempo’, il settimanale diocesano di ‘tutti’, per dare voce a tutti i cristiani e alle comunità invisibili.

Nelle chiese di Modena si assiste in genere a liturgie dignitose. Spesso però sono belle rappresentazioni da guardare, ma scarsamente ‘vissute’. Si privilegia la ritualità. La preghiera dei fedeli è poco partecipata. Ai laici è praticamente negata la parola in chiesa. L’eucarestia, dice il Concilio, costruisce la comunità: ma una comunità viva deve attivare strumenti di conoscenza, partecipazione e condivisione che siano oggettivamente segni di comunione. Le grandi assemblee domenicali non sono certo funzionali alla creazione di rapporti personali e fraterni: si potrebbero prevedere comunità più piccole e stabili distribuite nei quartieri…

Modena ha una buona tradizione di studi biblici ereditata dal Concilio. E’ un buon punto di partenza perché la Sacra Scrittura letta e meditata diventi di nuovo fonte di conversione individuale e crescita comunitaria. I giovani devono accostarsi a questo strumento indispensabile per la scoperta e la crescita della Fede. I catechisti in particolare, dovrebbero essere degli esperti e dei testimoni della Parola, per suscitare comportamenti nuovi. Un buon metodo di avvicinamento alla scrittura è “La lettura popolare della Bibbia” importata dal Brasile: un piccolo gruppo confronta la sua vita con le parole ispirate.

Oggi mancano i preti, si dice. Ma il modello di prete è ancora quello del Concilio di Trento. È questo modello di sacerdote che viene a mancare. Le comunità sono in grande sofferenza: da una parte non si ha il coraggio di delegare a cristiani non preti la gestione autonoma di comunità e parrocchie; dall’altra una disciplina antica e ormai incomprensibile all’uomo di oggi impedisce a uomini sposati o a donne di diventare presbiteri. E così si importano preti dall’Africa e dalla Polonia, certamente lontani dalla nostra cultura e con spiritualità spesso preconciliari. O si fanno lavorare fino allo sfinimento preti ormai vecchi, meritevoli di riposo, per garantire una messa veloce ad una parrocchia.

“Chiesa povera e chiesa dei poveri” “La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile anzi essa rinunzierà all’esercizio di diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza” (GS 76). Queste parole, avevano fatto nascere comunità parrocchiali che si spogliavano di strutture inutili, comunità libere e leggere slegate dal potere del denaro; davano il superfluo ai poveri; si discuteva dei legami della chiesa con il potere politico ed economico, dell’opportunità del Concordato. A Modena e provincia c’erano 25 preti operai; 30 laici/e e preti diocesani erano andati in Brasile e avevano riportato in provincia nuove sensibilità nei confronti degli ultimi. Qualcosa di questo è rimasto, la chiesa di Modena da molti anni fa una lodevole opera attraverso le Caritas parrocchiali e Porta Aperta nei confronti dei ‘poveri’; ma dovrebbe riflettere di più sui meccanismi che producono la povertà e tentare di dare voce e ruolo ai poveri nelle comunità. A tutti i cristiani (laici, preti, vescovi, associazioni, istituti religiosi) si chiede una testimonianza diretta della propria fede attraverso segni significativi e leggibili di sobrietà, di riconciliazione e condivisione (ad esempio in questo particolare momento di difficoltà chi ha appartamenti vuoti accolga famiglie sfrattate, si sospenda l’affitto per chi non può pagare ecc.).

“L’autonomia della realtà temporale” e la ‘libertà di coscienza’ è affermata dal Concilio con decisione; nelle scelte morali individuali, nella politica, nella professione, gli esperti sono i “laici”, inseriti nel mondo. “Spetta alla loro coscienza iscrivere la legge divina nella vita della città terrena”(GS 36; 43).

La gerarchia ecclesiastica italiana, nonostante i recenti scandali delle finanze vaticane, delle scuole e degli ospedali gestiti dalla chiesa, tende ancora ad invadere in modo improprio un campo non suo. Ad esempio: la Curia romana ha sì abbandonato il governo precedente ormai inaffidabile, ma appoggia una nuova coalizione che garantisca i vecchi privilegi e tenga lontana la sinistra laica. Noi pensiamo, come dice il Concilio, che il cristiano è il ‘sale della terra’ e non deve sposare ‘ideologicamente’ nessun governo o coalizione. Questo comportamento crea dolorose divisioni. Non ci possono essere confessionalismi né di destra, né di sinistra, né di centro: crediamo alla piena laicità della politica. La gerarchia rappresenta tutto il Popolo Dio e non deve prendere parte per un gruppo politico. Avvertiamo in particolare in questi giorni l’inopportunità degli ultimi interventi quando molti cattolici anche con impegni parrocchiali, hanno votato alle primarie del PD insieme ai vecchi “comunisti”.

Nella diocesi di Modena stiamo sperimentando una notevole frammentarietà e divisioni: negli anni postconciliari era nato un dialogo ricco di proposte e scambio di nuove esperienze. Oggi sembra che parrocchie, gruppi, movimenti, singoli preti, teologi laici, percorrano strade solitarie alle volte lontani non solo dal Concilio ma dalle parole del Vangelo. Il Vescovo deve riattivare, senza paura, lo spirito di dialogo degli anni sessanta e settanta, e dedicare più tempo alle comunità, metterle in comunicazione, ascoltare le narrazioni della loro esperienza, perché solo nella consapevole diversità dei carismi nasce l’armonia del corpo di Cristo nello Spirito. Noi abbiamo sperimentato nella nostra comunità quanto la liberazione della parola arricchisca la fede.

Ricerca teologica e pastorale. “I teologi sono chiamati a percorrere strade nuove” (DV 23): in questi anni sono nate diverse teologie che non hanno ancora una piena cittadinanza come la Teologia della Liberazione, la Teologia ecologica, la Teologia al femminile ecc. A Modena teologi, sia preti che laici, comunità e riviste, hanno approfondito studi biblici ed elaborato contenuti teologici: dobbiamo farli emergere dal silenzio a cui spesso sono relegati… Il Centro Studi Religiosi S. Carlo, la Fondazione Gorrieri, il Centro Studi Ferrari, e anche il Festival della Filosofia, ogni anno producono un prezioso materiale sociale, filosofico e religioso. La chiesa modenese non dovrebbe privarsi di queste ricchezze e opportunità.

Queste sono alcune cose scaturite dalla “rilettura” del Concilio e dal confronto con la realtà attuale, guardando i “segni del tempo”. Per non vanificare la ‘Nuova evangelizzazione nell’Anno della Fede’ la chiesa deve dare una testimonianza originale, che sia segno di speranza per tutti, specialmente per i più poveri ed emarginati.

Comunità cristiana del Villaggio Artigiano – Modena 13 Gennaio 2013

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