Il mondo di Joseph Ratzinger


di Piero Stefani in “Il pensiero della settimana” del 25 novembre 2012

La Premessa all’ultimo libro di Jospeh Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù – termina con queste parole: «spero che il piccolo libro, nonostante i suoi limiti, possa aiutare molte persone nel loro cammino con e verso Gesù». Non c’è ragione per dubitare che quella dichiarata costituisca l’effettiva intenzione del papa. Tuttavia, forse ancor più dei due volumi precedenti dedicati a Gesù di Nazaret (2007 e 2011), quest’ultimo sembra guidare il lettore non tanto verso la comprensione del Gesù dei vangeli quanto verso la conoscenza del pensiero di Jospeh Ratzinger. Ciò avviene, in buona parte, a motivo del fatto che Benedetto XVI applica ai due vangeli dell’infanzia. secondo Matteo e secondo Luca, gli stessi criteri adottati per descrivere la vita pubblica di Gesù. Poco spazio è concesso alla riflessione sul loro peculiare genere letterario e nessuna attenzione è riservata al fatto che il vangelo più antico, quello di Marco, trascuri ogni riferimento all’infanzia di Gesù.

Leggere queste pagine significa essere trasportati nel mondo di Benedetto XVI, ambito che, il più delle volte, appare distante dal nostro mondo. Le preoccupazioni del papa non sono le nostre, così come i nostri problemi non sono i suoi. Più volte Ratzinger sostiene che le storie contenute nei primi capitoli di Matteo e Luca prospettano il concreto calarsi dell’universale in uno specifico tempo e in un determinato luogo; l’autore dell’Infanzia di Gesù appare invece lontano dal tempo e dal mondo in cui è chiamato a operare. L’atteggiamento avrebbe tratti di nobiltà se fosse consapevole; di contro risulta evanescente se pretende, come lascia ritenere l’autore, di fornire risposte convincenti a problemi contemporanei.

Se le riflessioni contenute nel testo rispettassero rigorosamente un genere letterario di tipo omiletico-spirituale, il lettore troverebbe in esse spunti belli, alcuni dei quali sarebbero, in effetti, in grado di aiutarlo a progredire nel suo cammino di fede. Tuttavia anche questi passaggi sono indeboliti dalla pretesa del libro di essere non tanto una meditazione quanto una presentazione storica della prima parte della vita di Gesù. Il bersaglio costante del libro di Ratzinger, più volte dichiarato in maniera esplicita, è la posizione, condivisa dalla gran parte della ricerca biblica attuale, secondo cui le storie dell’infanzia di Gesù non sono storiche nel senso fattuale del termine. Esse si presentano piuttosto come racconti teologici i quali sono veri non perché corrispondono agli avvenimenti in quanto tali, ma perché arricchiscono la comprensione del messaggio evangelico. Il loro stile si imparenterebbe perciò a quello del midrash narrativo. Inoltre, in base alla polisemia propria del genere – ed è il secondo grande obiettivo polemico di Benedetto XVI – quelli di Matteo e Luca sono intesi come due racconti differenti, significativi proprio a motivo della loro irriducibile diversità.

La semplice lettura dell’indice del libro attesta che la posizione di Benedetto XVI è una specie di riproposizione, in chiave devota, del genere ottocentesco delle «vite di Gesù». Il discorso, infatti, si dipana attraverso una specie di successione cronologica di storie provenienti sia da Matteo sia da Luca. In effetti, qua e là, l’autore segnala qualche discrepanza tra i due vangeli, ma esse, in ogni caso, sono sempre reciprocamente compatibili; la ragione di ciò è semplice: tutte hanno alle spalle gli stessi eventi effettivamente accaduti. Il procedimento di Benedetto XVI è diametralmente opposto a quello della ricerca biblica che parte dalle fonti, le valuta per poi chiedersi se, attraverso esse, si possa risalire agli avvenimenti. Ratzinger parte, invece, dal presupposto che gli avvenimenti siano veri in senso fattuale e, al più, concede una qualche diversità nei modi in cui essi sono teologicamente interpretati. Tutto è accaduto nell’ordine dei fatti: l’apparizione dell’angelo a Zaccaria nel tempio, l’annunciazione nella casa di Nazaret, i sogni di Giuseppe, la nascita a Betlemme, i re magi, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti e così via. Anzi, sono proprio questi accadimenti a rivelare l’autentico significato di antiche profezie rimaste per secoli «parole inattesa». Il vaticinio di Isaia pronunciato nel 733 a.C. relativo a una vergine che partorirà un figlio ha aspettato per secoli di essere spiegato, ogni tentativo di darne ragione è rimasto, però, frustrato fino al momento in cui il passo viene citato da Matteo in relazione alla nascita di Gesù (di passaggio, Ratzinger non si preoccupa affatto di precisare che ‘almah in ebraico significa giovane donna, vergine, si dice betulah ) (cfr. p.60-62).

Si dirà che per secoli si è ragionato così come fa ora Benedetto XVI. L’affermazione non appare affatto scontata. Basti pensare che una gran parte dell’iconografia delle storie dell’infanzia deriva dai vangeli apocrifi (in particolare il cosiddetto Proto-vangelo di Giacomo). Quando la si raffigurava nessuno si faceva problema se la palma che si piegò verso la famigliola in fuga verso l’Egitto (rappresentata in vari mosaici antichi) corrispondesse o meno a un fatto storico. Lo stesso vale per «lo sposalizio della Vergine» reso celeberrimo da Raffaello. Quale sia il pensiero di Ratzinger al riguardo non può dirsi in modo esplicito (in tutto il libro non c’è alcun riferimento agli apocrifi), tuttavia pare ragionevole ritenere che neppure lui darebbe credito a queste narrazioni le quali, non a caso, sono appunto apocrife. Benedetto XVI, peraltro, dichiara apertamente la storicità del profeta non ebreo Balaam (p. 107), mentre tace sul fatto se lo stesso criterio sia estendibile anche alla sua asina parlante (Nm 24, 22-35).

Ratzinger insiste più volte sul fatto che il testo evangelico deve parlare anche a noi. Questo presupposto ermeneutico relativizzerebbe la portata dell’accesso storico che consegnerebbe quegli scritti a un remoto passato. Si tratta di un argomento rovesciabile come un guanto. L’istanza di conseguire una comprensione storica è infatti tipicamente nostra. Il testo biblico non può parlare a noi moderni a prescindere da questo tipo di approccio il quale, è ovvio, non è, né vuole essere, assoluto. Peraltro ogni documento è da considerarsi in se stesso storico, non nel senso di narrare sempre e comunque eventi realmente accaduti, ma in quanto testimonia le convinzioni di chi l’ha prodotto. Proprio il presupposto che quei testi ci devono parlare induce a considerarli narrazioni teologiche.

Se l’interesse per il libro fosse circoscritto a coloro che si occupano del pensiero del suo autore, questo terzo e conclusivo volume su Gesù sarebbe persino utile. Purtroppo le cose, con ogni probabilità, andranno in modo diverso. Ciò avverrà a causa del silenzio pubblico (e del dissenso privato) manifestato da molti biblisti. Essi non si sentiranno liberi di parlare e incasseranno senza replicare i fendenti che, in modo sbrigativo, Joseph Ratzinger infligge – in questo caso con poca umiltà – a studi condotti con acume ed erudizioni immensi. Visto in quest’ottica, il sintomo è grave.

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2 risposte a Il mondo di Joseph Ratzinger

  1. papa maman j'a pas mieux pour un enfant ha detto:

    ……..Ma al di là del complesso psico-fisico, che è poi la dolente umanità che ogni vecchio si porta con sé, c’è il fattore spirituale. E qui si apre il vero capitolo di storia che riguarda questo gesto, capace di bruciare secoli di protocolli inossidabili, una prassi canonistica con una mezza dozzina di eccezioni in due millenni, che pone questioni teologiche non risolte nemmeno dal Dante Alighieri commentatore di Celestino V e del suo gran “vile” rifiuto. Ratzinger parte dal coraggioso e saggio riconoscimento di una mancanza personale oggettiva. Ha vissuto da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella fase della sua maturità di vescovo e nella sua integrità di perno in acciaio della curia romana, gli anni sfolgoranti di Giovanni Paolo II. In accordo o in dissenso da lui, ma sempre porgendogli in battaglia un prezioso aiuto sia di dottrina sia di spada, si è reso conto di quanto abbia galoppato la chiesa nella sua stagione polacca, di quanto certe ambizioni, non a caso definite “atletiche” dagli storici del pontificato giovanpaolino, fossero onorate in virtù di una spinta energetica, vitale, che travolgeva i media, i cuori, le chiese territoriali, le altre confessioni, i regni e la terra tutta in un progetto di amore cristico e di assolutizzazione della salvezza per la cui trama il cardinale tedesco organizzava l’orizzonte concettuale e di fede, e il pontefice polacco lo slancio umano e storico, oltre il particolare vigore della fede mariana. Nel momento in cui si è reso conto che erano venute meno le energie dell’inizio del pontificato, quelle concentrate nell’omelia del decano contro il relativismo o, a elezione da poco avvenuta, del discorso di Ratisbona, il Papa ha cominciato a interrogarsi sul futuro della chiesa sotto la sua supervisione.
    La campagna sugli abusi sessuali del clero americano e di altri segmenti delle chiese europee, fino alla messa in stato d’accusa dell’episcopato belga e alla dissacrazione della tomba del cardinale Leo Suenens, uno dei padri del Concilio Ecumenico Vaticano II, aveva contribuito a mettere sulla difensiva un pontificato di guerra alle pretese di onnipotenza della cultura occidentale, che da due secoli vuole invadere la chiesa, laicizzarla e democratizzarla per uniformarla al mondo. Il ratzingerismo non è mai stato un atteggiamento moralistico o retrogrado, è originato da una grande e moderna sensibilità della fede e della ragione, da un autentico illuminismo cristiano, predica un apostolato che contribuisca a mettere il mondo sulla strada della sua “giusta forma”, relativizzando umanisticamente la scienza e la sua deriva scientista, la tecnologia, l’ingegneria biologica, il diritto eutanasico, le pretese delle culture di genere e gay, e sottraendo invece a ogni forma di relativismo filosofico ed etico le questioni di bene e di male che sono il sale della vita umana.
    Il Papa era stato umile, in specie nella bella lettera al clero irlandese dopo la tempesta dell’attacco governativo ai conventi sulla scia dei casi di pedofilia, e aveva decretato una stagione espiatoria valida per tutta la chiesa. Era stato severo, come non poteva non essere, e attento a spuntare gli artigli dell’aggressione al clero. Ma si sentiva che il fulgore di un discorso sul cristianesimo e la cultura europea, come quello tenuto nel collegio parigino dei bernardins, o la forza costruttiva delle teorie di politica, teologia e diritto esposte al Bundestag di Berlino in un’altra grandiosa allocuzione, si capiva che tutto questo fronte di battaglia aveva bisogno, nei pensieri del generalissimo chiamato a combatterla sul soglio di Pietro, di una riserva di forza e di spiritualità profetica che non sono esigibili da un venerabile teologo interamente formatosi e invecchiato nel Novecento. Quest’uomo di ragione, di fede e di buonumore non poteva ingannare sé stesso. E ha escogitato con l’abbandono la più radicale e simbolica riforma della chiesa da secoli a questa parte. Un atto di implicita modernizzazione che preserva il Papa, paradossalmente relativizzandolo come persona, e tutto quello che egli significa nella cattolicità, dal sospetto di declinare come una stella cadente, di finire nella marginalità della storia. C’è stata invece la virtù di una reazione che, a costo di un tremendo strappo alla tradizione, ha riaffermato centralità e capacità di guida del vescovo di Roma nella chiesa universale. Fino a qui ho potuto, si è detto, oltre sarebbe un errore.
    (Giuliano Ferrara)

  2. Claudio ha detto:

    Alcune riflessioni su ciò che NON DICE il Papa sull’infanzia di Gesù.
    http://www.utopia.it/infanzia_gesu_libro_papa.htm

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