Una voce dal Sinodo: “La Chiesa si penta”


di Marco Politi in “il Fatto Quotidiano” del 7 novembre 2012

Sotto la pelle del pontificato ratzingeriano c’è una gran voglia di nuova Chiesa. Il Sinodo degli oltre 250 vescovi, venuti da tutto il mondo a Roma a ottobre per discutere della “nuova evangelizzazione”, ha aperto una finestra sul cattolicesimo del XXI secolo e ha indicato temi, che saranno al centro del futuro conclave. I mass media se ne sono occupati poco. Non c’è da meravigliarsi: il Sinodo non ha poteri decisionali e i suoi documenti sono generici e annacquati.

Ma è come durante le gravidanze. Le contrazioni rivelano che il nascituro è già in cammino, anche se il parto non è imminente. Al Sinodo le “contrazioni” si sono manifestate sotto forma di richieste insistenti per una Chiesa umile, credibile, che dia finalmente un ruolo alle donne, che stia dalla parte dei poveri e combatta le ingiustizie. “La Chiesa deve farsi in tutta onestà un esame di coscienza sul modo di vivere la fede”, ha dichiarato monsignor Carlos Aguiar Retes, presidente dell’episcopato latino-americano. Deve saper condurre un “dialogo senza arroganza” con la scienza, ha sottolineato il cardinale Ravasi, responsabile vaticano per la Cultura. Deve attrezzarsi al confronto di idee “non in termini di aggressione ideologica”, ha raccomandato il vescovo di Dublino Martin. Abbia il coraggio di indagare su “quali sono le ombre o i fallimenti ai quali bisogna porre fine”, ha incalzato il filippino Palma.

Un altro filippino, Villegas, è stato ancora più esplicito: “La gerarchia deve evitare l’arroganza, l’ipocrisia, il settarismo”. Nei gruppi di lavoro di lingua spagnola si è chiesto che tutta la Chiesa “faccia un esame di coscienza, riconoscendo i suoi errori e peccati”. “Dov’è la nostra umiltà?”, ha rilanciato il vescovo iracheno Wardouni.

Se la relazione introduttiva del vescovo statunitense Wuerl aveva toni allarmisti, evocando lo “tsunami della secolarizzazione” abbattutosi sulla Chiesa, molti vescovi hanno rovesciato l’impostazione. Forse sarebbe meglio concentrarsi sulla “nostra mediocrità di cristiani”, hanno suggerito alcuni presuli di lingua inglese. Non ha senso lamentarsi o abbandonarsi al vittimismo, hanno detto in molti. Fondamentale è rivolgersi al mondo con amicizia. “Non si tratta di imporre, ma di attrarre”.

Il futuro cardinale Tagle, arcivescovo di Manila, ha ammonito che il volto di Gesù nel mondo contemporaneo si testimonia con l’“umiltà, il rispetto e il silenzio della Chiesa”. Il keniota Njue ha rammentato che l’annuncio del vangelo si basa sulla “credibilità dei credenti”. Il croato Bozanic si è rivolto all’assemblea scandendo: “C’è una domanda ineludibile: dov’è che la nostra non-credibilità diventa non-testimonianza per gli altri?”. Gli ha fatto eco il francese Rey, rammentando che preti e vescovi devono adottare un nuovo stile di vita pastorale. Il nigeriano Badejo ha rimarcato che la società contemporanea – specie i giovani – vuole un rapporto di comunicazione reciproca e perciò la Chiesa deve capire che non funziona più l’“antiquato modello docente-discente oppure oratore- ascoltatore”.

Nel chiuso della grande assemblea di vescovi, che si riunisce in genere ogni tre anni, non si vota su proposte operative e perciò è difficile dire quanta sia la forza finale del fronte riformatore. Ma di sicuro è diffusa la voglia di uscire dalla stagnazione dell’attuale pontificato. Se non ora, al prossimo conclave. Benedetto XVI, debole come uomo di governo, ma lucido come intellettuale, ha esortato spesso i cristiani ad essere nell’epoca contemporanea una “minoranza attiva”.

Dagli interventi di molti padri sinodali è emersa la disponibilità a rimodellare la Chiesa per renderla in grado di svolgere il suo ruolo nel terzo millennio. Sono emerse piste di lavoro precise. Sul piano sociale l’imperativo è stare dalla parte dei poveri. Lo si è sentito da ogni angolo del mondo cattolico. Per l’indiano Thottunkal la missione della Chiesa è battersi per la dignità umana e la giustizia. Per il messicano Rabago è “trasformare le strutture di peccato”, contrastando“disuguaglianze sociali, violenza, ingiustizie”. Per il canadese Lapierre, favorire una cultura della solidarietà.

Sul piano interno emerge la domanda di una declericalizzazione. La Chiesa di domani, si avverte, si reggerà soprattutto sulla vitalità di “piccole comunità”. La parrocchia non basta più (e non ci sono nemmeno preti abbastanza). Il futuro – come agli inizi del cristianesimo – è affidato a gruppi di fedeli convinti e dinamici. Il nuovo protagonista sarà il “catechista” o l’evangelizzatore: un laico, una laica capaci di portare la parola di Dio nella società globalizzata. Molti vescovi chiedono che sia un ruolo, un “ministero ecclesiale” preciso. Punto culminante del processo riformatore indicato da molti è la reale valorizzazione della donna nella missione ecclesiale. Per dirla con il vescovo canadese Dunn: il “deliberato e sistematico coinvolgimento delle donne in posizioni di guida ad ogni livello di vita ecclesiale”. Conferendo loro i cosiddetti “ordini minori” come il lettorato e l’accolitato, ma anche – ha proposto il tedesco Bode – il diaconato. Dietro le quinte, nella Chiesa, si agitano molti fermenti.

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