Don Santoro: “Noi obbediamo al Vangelo, abbiamo solo chiesto di discutere le regole”


L’intervista di Maria Cristina Carratù di Repubblica ad Alessandro Santoro, prete delle Piagge, dopo la comunione data a “persone non gradite” dalla Chiesa delle gerarchie. Per approfondire leggi l’articolo: “Sì della Comunità delle Piagge alla comunione per le persone omosessuali”

da altracitta.org

L’arcivescovo vi ha ricordato che per il Catechismo il comportamento omosessuale è «oggettivamente disordinato », insomma, è peccato. E il Catechismo farà pur riferimento al Vangelo.
«Eh sì, il problema è sempre lo stesso, noi cerchiamo di obbedire al Vangelo, e loro ci dicono che siamo disobbedienti. Qualcosa non torna».

E cioè cosa?
«Viviamo tutti i giorni in mezzo a gente che soffre, e mica solo per questioni di morale sessuale, ci sono i divorziati risposati, i conviventi, a cui la Chiesa continua a opporre leggi e norme considerate intoccabili mentre sono state elaborate storicamente. Ma perché, allora, non dovrebbe essere possibile trasformarle? Anche il libero pensiero, un tempo, era condannato dal magistero, poi però le cose sono cambiate. All’arcivescovo noi abbiamo chiesto solo che la Chiesa accetti di discutere di questa possibilità, invece di restare immobile su principi avvertiti ormai solo come una forma di controllo sulle coscienze, e che alla gente non servono più per vivere».

Ma allora il magistero della Chiesa che ruolo dovrebbe avere?
«Per noi l’unica cosa davvero assoluta è il Vangelo di Gesù, la pedagogia del figlio di Dio che ha incontrato persone in carne e ossa, con i loro volti e le loro storie, e prima degli altri i più deboli e gli emarginati. E le ha costrette a far venire fuori la verità più profonda di sé non a colpi di regole, ma amandole. E’ quello che anche noi cerchiamo di fare con quelli che incontriamo, ascoltando le loro vicende, spesso drammatiche, cercando di capire l’autenticità con cui vivono le loro relazioni con gli altri. E accogliendoli davvero, non solo un po’, come pretenderebbero le gerarchie, che chiedono ai preti ‘aprire’, sì, agli omosessuali, come anche ai divorziati risposati, ma con dei paletti: fin qui sì, là no, dentro le comunità parrocchiali sì, ma l’eucaristia no, a priori. La nostra non sta sullo stesso terreno, non è una sfida a riconoscere un diritto per principio a chiunque, sarebbe troppo facile, e anche inutile. Il discernimento, non lo si dimentichi, è molto più faticoso e impegnativo che imporre un Catechismo…».

Perché, però, a proposito della comunione agli omosessuali avete parlato di obiezione di coscienza, quasi si trattasse appunto della rivendicazione di un diritto per interposta persona?
«A noi, ripeto, non interessano le rivendicazioni, non interessano le trasgressioni in sé, ma solo quello che ha fatto Gesù. Alla Chiesa invece interessano innanzitutto le regole, e si muove partendo da lì anziché dai volti, dalle sofferenze, dalla vita di ogni giorno. Ma come si può pensare che a persone lacerate fra l’essere credenti e l’essere omosessuali, e che magari vivono una vera storia di amore, si possa dire: vivete in continenza, rispettate quello che secondo la Chiesa è giusto fare anche se non ce la fate, e aspettate, forse fra qualche secolo il problema si chiarirà? Non stupiamoci se poi dalla Chiesa la gente se ne va».

Ma se voi, per vostra stessa ammissione, come anche molti altri preti, date già la comunione agli omosessuali nelle vostre parrocchie, perché esporvi al rischio reale di qualche sanzione?
«Il discernimento, il rispetto dovuto alle persone, impongono di esser capaci anche di obiezione di coscienza rispetto a determinate situazioni, pur sapendo che si pagherà un prezzo. E invece di fare obiezione silenziosamente ognuno nel chiuso della sua comunità, cosa che peraltro i nostri superiori sanno benissimo che già avviene, noi preferiamo sia fatta alla luce del sole. Perché la verità non ha paura di nulla, anzi, ci fa stare meglio tutti, noi e quelli che accogliamo. Per il resto, si starà a vedere».

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