L’operazione-anestesia sul cardinal Martini


di Vito Mancuso in “la Repubblica” del 9 settembre 2012

Con uno zelo tanto impareggiabile quanto prevedibile è cominciata nella Chiesa l’operazione- anestesia verso il cardinal Carlo Maria Martini, lo stesso trattamento ricevuto da credenti scomodi come Mazzolari, Milani, Balducci, Turoldo, depotenziati della loro carica profetica e presentati oggi quasi come innocui chierichetti. A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale. Si badi bene: non per la Chiesa (che anzi nella sua essenza evangelica ne avrebbe solo da guadagnare), ma per il suo sistema di potere e la conseguente mentalità cortigiana. Mi riferisco alla situazione descritta così dallo stesso Martini durante un corso di esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Galloro nel 2008: “Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso”. E ancora: “Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”. Quello che è rilevante in queste parole non è tanto la denuncia del carrierismo, compiuta spesso anche da Ratzinger sia da cardinale che da Papa, quanto piuttosto la terapia proposta, cioè la libertà di parola, l’essere trasparenti, il dire la verità, l’esercizio della coscienza personale, il pensare e l’agire come “cristiani adulti” (per riprendere la nota espressione di Romano Prodi alla vigilia del referendum sui temi bioetici del 2005 costatagli il favore dell’episcopato e pesanti conseguenze per il suo governo). È precisamente questo invito alla libertà della mente ad aver fatto di Martini una voce fuori dal coro nell’ordinato gregge dell’episcopato italiano e a inquietare ancora oggi il potere ecclesiastico. Diceva nelle Conversazioni notturne a Gerusalemme: “Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Ecco il metodo-Martini: la libertà di pensiero, ancora prima dell’adesione alla fede. Certo, si tratta di una libertà mai fine a se stessa e sempre tesa all’onesta ricerca del bene e della giustizia (perché, continuava Martini, “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio”), ma a questa adesione al bene e alla giustizia si giunge solo mediante il faticoso esercizio della libertà personale. È questo il metodo che ha affascinato la coscienza laica di ogni essere pensante (credente o non credente che sia) e che invece ha inquietato e inquieta il potere, in particolare un potere come quello ecclesiastico basato nei secoli sull’obbedienza acritica al principio di autorità. Ed è proprio per questo che gli intellettuali a esso organici stanno tentando di annacquare il metodo-Martini. Per rendersene conto basta leggere le argomentazioni del direttore di Civiltà Cattolica secondo cui “chiudere Martini nella categoria liberale significa uccidere la portata del suo messaggio”, e ancor più l’articolo su Avvenire di Francesco D’Agostino che presenta una pericolosa distinzione tra la bioetica di Martini definita “pastorale” (in quanto tiene conto delle situazioni concrete delle persone) e la bioetica ufficiale della Chiesa definita teorico-dottrinale e quindi a suo avviso per forza “fredda, dura, severa, tagliente” (volendo addolcire la pillola, l’autore aggiunge in parentesi “fortunatamente non sempre”, ma non si rende conto che peggiora le cose perché l’equivalente di “non sempre” è “il più delle volte”). Ora se c’è una cosa per la quale Gesù pagò con la vita è proprio l’aver lottato contro una legge “fredda, dura, severa, tagliente” in favore di un orizzonte di incondizionata accoglienza per ogni essere umano nella concreta situazione in cui si trova. Martini ha praticato e insegnato lostesso, cercando di essere sempre fedele alla novità evangelica, per esempio quando nel gennaio 2006 a ridosso del caso Welby (al quale un mese prima erano stati negati i funerali religiosi in nome di una legge “fredda, dura, severa, tagliente”) scrisse che “non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. Questa centralità della coscienza personale è il principio cardine dell’unica bioetica coerente con la novità evangelica, mai “fredda, dura, severa, tagliente”, ma sempre scrupolosamente attenta al bene concreto delle persone concrete. Martini lo ribadisce anche nell’ultima intervista, ovviamente sminuita da Andrea Tornielli sulla Stampa in quanto “concessa da un uomo stanco, affaticato e alla fine dei suoi giorni”, ma in realtà decisiva per l’importanza dell’interlocutore, il gesuita austriaco Georg Sporschill, il coautore di Conversazioni notturne a Gerusalemme. Ecco le parole di Martini: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. È questo il metodo-Martini, è questo l’insegnamento del Vaticano II (vedi Gaudium et spes 16-17), è questo il nucleo del Vangelo cristiano, ed è paradossale pensare a quante critiche Martini abbia dovuto sostenere nella Chiesa di oggi per affermarlo e a come in essa si lavori sistematicamente per offuscarlo.

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Una risposta a L’operazione-anestesia sul cardinal Martini

  1. lucilla ha detto:

    Prove e consolazioni del prete Carlo Maria Martini

    Il santo Curato d’Ars, fra prove e consolazioni

    Meditando in questa basilica e passeggiando nei dintorni, pensavo alla perseveranza del santo Curato per oltre quarant’anni in questo stesso posto,con tante fatiche; ma pensavo anche a quanto gli è costata questa perseveranza, quanto l’ha sofferta. C’è un aspetto della sua vita piuttosto strano,che rende palese la sua sofferenza: sono le sue fughe. A me han sempre fatto molta impressione queste fughe del Curato d’Ars dalla sua parrocchia. Una fuga prima notturna,alle due del mattino,da solo,andando a vagare per la campagna fino a quando incontra un crocefisso e allora si sente spinto a tornare. E poi altri due tentativi di fughe quasi romanzesche, circondate da una serie di vicende curiose,talora umoristiche,vissute però da lui con intensa drammaticità. Insieme a queste fughe,la sua insistenza continua al Vescovo perché gli togliesse questo peso. Ciò che lo spaventa è il conto che deve rendere a Dio nella sua vita di curato. Dicono alcuni testimoni che non faceva che chiedersi se avesse tentato il cielo,accettando la missione di pastore di anime. Riflettendo su questo tema della ripugnanza,della paura-espressa drammaticamente ogni tanto nella fuga- viene da pensare che la ripugnanza o la paura di fronte al ministero non è un fatto cosi’ isolato nella storia dei santi. Esso ricorre di sovente nella Chiesa antica. San Martino era fuggito da Tours e il popolo aveva dovuto cercarlo e riportarlo indietro con la forza. Sant’Agostino venne consacrato prete quasi di sorpresa, mentre si trovava una domenica a Ippona. Non è dunque un caso isolato. Se esaminiamo la nostra storia personale,non so se sono poi cosi’ pochi quelli di noi che hanno sentito questo istinto di fuggire,di tirarsi indietro, di scappare,di non accettare certe responsabilità,certi pesi,di toglierseli di dosso.

    Stanchezza e frustrazione
    Guardando la figura del santo Curato d’Ars,cerchiamo il motivo di queste fughe. C’era senza dubbio il desiderio di solitudine,che egli aveva fin da ragazzo,tuttavia-pur con quel desiderio-aveva scelto una vita di prete diocesano e non di monaco. Ma la paura lo riprendeva in forme quasi patologiche. Che cosa c’era dunque dietro queste fughe,oltre il desiderio di solitudine? Forse anche un accumulo di stanchezza fisica e psichica; la sua vita era sempre al limite della resistenza umana,e si può capire che a un certo punto questo limite si esprimesse con delle barriere,soprattutto quando erano coinvolti altri. Penso che in lui emergeva quella stanchezza del pastore,che non era più soltanto fisica e psichica,ma era anche stanchezza morale,che viene riferita-ci sembra-anche come tentazione,di Gesù,quando si parla del suo taedium nell’orto dei Getsemani ( Mt 26,37).
    Il carico grave del peccato proprio e altrui

    Forse dicendo cosi’ non abbiamo ancora espresso a fondo il cuore di questo prete. E’ un aspetto delle sofferenze del Curato d’Ars che è strettamente collegato con la vita del prete, del responsabile di anime. Viene detto anche di Gesù,nel vangelo secondo Matteo: è la compassione delle folle,ma spinta fino in fondo,perché smarrite,perché erranti, senza guida. E’in parole più chiare,l’essere entrati nel peccato della gente, dell’umanità e sentirne il peso

    Il martirio interiore

    Insieme alla paura di non essere in grado di portare questo peso,la grande sventura di noi un parroci-deplorava il santo- è che l’anima si intorpidisce; e-commenta Giovanni XXIII- intendeva ,con questo, un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato di peccato in cui vivono tante delle sue pecorelle..Papa Giovanni Paolo II,parlando del martirio morale del Curato di Ars per i peccati altrui e più ancora della mancanza di pentimento,cita una sua frase: ” Piango per ciò per cui voi non piangete”. Possiamo allora chiedere di essere liberati,in quanto è possibile, dalle stanchezze psichiche,fisiche,nervose e di essere un pò sollevati dal senso faticoso di frustrazione morale,che pesa,impaccia il nostro cammino. Domandiamo però la grazia delle lacrime interiori,perchè è propiamente sacerdotale,è purificante,unisce al cuore di Cristo e conduce a quella profondità di esperienza e di intuito pastorale che niente saprebbe supplire.

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