La nostra spending review


di Giorgio Bernardelli in http://www.vinonuovo.it del 24 luglio 2012 
Anche nel mondo ecclesiale c’è bisogno delle forbici per far tornare i conti. E ci si può accorgere di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
È decisamente l’espressione del momento: dovunque ti giri ce l’hanno tutti con la spending review. Non è però di quella del professor Monti e dell’altalena dello spread che mi preme parlare. No. Mi piacerebbe che invece, per una volta, provassimo a mettere a fuoco un’altra revisione dei bilanci che è in corso anche negli ambienti più vicini ai nostri campanili. Perché chiunque abbia un po’ di dimestichezza con i conti di parrocchie, istituti religiosi, cooperative cattoliche lo sa bene: la crisi sta colpendo duro anche qui. E c’è bisogno delle forbici per far tornare i conti.

Anche nel mondo ovattato della realtà ecclesiale è arrivata la spending review. Con qualche luminare in meno a studiare le carte, ma alla fine con la stessa sfida: quella di distinguere davvero ciò che è indispensabile rispetto al superfluo. Perché anche come Chiesa a un certo punto ci si può accorgere di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità.

A quel punto che si fa? Bella domanda. Ne sto sentendo un po’ di tutti i colori su questo tema. Compreso il caso di chi ha imparato molto in fretta il metodo Marchionne. Avvantaggiato peraltro dal fatto che tra i dipendenti delle realtà ecclesiali il sindacato si vede molto raramente; del resto lo slogan ricorrente è che «qui non serve perché siamo come una famiglia» (finché va tutto bene…). Mi rendo conto che il momento non è facile e che certe scelte dolorose vanno prese. Però credo che la spending review ecclesiale sia un test fondamentale oggi per vedere se noi cattolici sulla crisi siamo capaci solamente di pronunciare belle parole o abbiamo davvero qualcosa di significativo da dire.

Senza nessuna pretesa di proporre ricette buone per ogni situazione qualche criterio mi permetto di azzardarlo. Primo: la crisi di oggi ci chiede di fare i conti con un concetto da troppo tempo diventato ostico per il mondo ecclesiale, quello di priorità. Abbiamo dato vita a modelli pastorali monstreguidati da un sillogismo sbagliato: siccome la fede ha a che fare con ogni dimensione della vita, allora la Chiesa deve fare tutto. Non è così. Oggi dobbiamo dirci molto chiaramente che non tutto è sullo stesso piano. Per esempio: una delle cose che mi lasciano più perplesso è quanto poco si spenda per la catechesi dei ragazzi. Fermi: non venitemi a parlare degli oratori, dei campi da calcio, dei circoli eccetera. Tutte cose importantissime, ovvio. Ma qui stiamo parlando d’altro: della trasmissione della fede. Davvero crediamo che a fronte delle forme sofisticate di comunicazione attraverso cui i ragazzi di oggi vengono raggiunti, per la loro iniziazione cristiana possa bastare la buona volontà del parroco o della catechista? Eppure andiamo a vedere se in questi anni abbiamo speso più soldi per creare un museo diocesano praticamente in ciascuna delle 225 diocesi italiane (altro numero su cui riflettere, come ho già avuto modo di scrivere…) o per provare ad appassionare al Vangelo di Gesù i nostri ragazzi. Salvo poi lamentarci del fatto che dopo la Cresima non si vedono più…

Secondo criterio: quando andiamo a tagliare le spese cerchiamo di guardare avanti e non indietro. Un certo modo di essere Chiesa, quello della parrocchia-crocevia da cui ciascuno nell’arco della vita automaticamente passava (almeno qualche volta), non esisterà mai più: è inutile farsi delle illusioni. E allora quando il Papa parla del cristianesimo come «minoranza creativa» nella società, indica un modello che deve ispirarci anche nelle scelte di bilancio. Prendendo a prestito qualche termine aziendale, oggi dovremmo chiederci: non è che soffriamo anche noi di quel disinvestimento generale nel settore “ricerca e sviluppo” che è il grande male che affligge il nostro Paese? Non è che per tenere in piedi troppe baracche non raccogliamo più sfide che invece sarebbero preziose? Quali rami secchi siamo disposti a tagliare per investire sulla nuova evangelizzazione di cui tanto parliamo?

Terzo e ultimo criterio: l’attenzione alle persone. Sembrerebbe scontata, ma anche in questo caso sappiamo tutti bene quanta distanza corra tra la teoria e la pratica. Gli enti ecclesiastici non sono un’isola felice: anche al loro interno oggi si ragiona apertamente di blocco dei turn over e di tagli del personale. È possibile che in alcuni casi non si possa proprio fare altrimenti. Ma guai a dimenticare che – anche in questa situazione – la responsabilità di ciascuno nei confronti del fratello non viene comunque meno.

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Una risposta a La nostra spending review

  1. palma ha detto:

    “Spending review- questa piccola frase ci sta in un certo senso ossessionando tutti, forse è giunto il momento di rivedere anche le nostre spese domestiche! Spese ridotte In parte in modo forzato in parte per buona volontà e buon senso o semplicemente perché forse siamo andati un po’ troppo oltre. Ma non è di questo che voglio parlare. (ci capisco cosi poco di economie, borse e altre diavoleria …) Quello che mi ha colpito nel suo articolo è l’esempio e le sue perplessità espresse sul “quanto poco si spenda per la catechesi dei ragazzi” e non parliamo di mezzi e strutture ma della trasmissione della fede da passare ai nostri ragazzi. Del fatto che in questi tempi i soldi vengano destinati più per opere che per anime. Di quanta poca lungimiranza vi sia “nell’investire “ o nel provare ad appassionare al Vangelo di Gesù i nostri ragazzi”.

    Rispetto appunto alla domanda, parte del suo artico lo condivido, anche se ritengo che la questione estremamente importante, possa essere ricondotta a poche e semplici gesti. Certo c’è davvero urgente bisogno di ingenti “capitali e investimenti” ma non di denari o infrastrutture ma di “impegno e scelta personale quotidiana”. In questi anni mi è capitato più volte di partecipare a corsi di formazione, incontri, tavole rotonde, ecc. dove l’argomento che tutti stava a cuore era appunto, come parlare e avvicinare alla fede oggi i nostri “giovani”. E bene! in tutte le analisi, studi, motivazioni, cause, ecc. grandi idee non ne sono venute fuori, solo grandi parole, grande filosofie, ma il problema e ancora li, nessuno sa ancora cosa proporre e come avvicinare e parlare a questi ragazzi!
    Per quello che è la mia “piccola” esperienza di mamma e di parrocchiana, quello che posso dire può risultare semplice e limitante. Sono fortemente convinta che ciò che occorre e cercare di parlare e soprattutto ascoltare i ragazzi con il cuore libero e usare parole sincere. Dire loro la verità ed essere disposti ad ascoltarli anche quando gli argomenti non ci piacciono, non li comprendiamo o non ne abbiamo voglia perché stanchi o troppo impegnati in cose che riputiamo più importante dei loro discorsi. Noi genitori dobbiamo fermarci ed ascoltare di più i nostri figli oltre che stare a parlare con loro, (evitiamo magari di regalare giochi e accessori all’ultima moda) gli educatori dovrebbero in prima persona avere il fuoco che arde della passione per Gesù. Tutte queste cose semplice e “vecchie” nessuno (o troppe poche persone) le mette più in atto. Partecipiamo a meeting, convection, seminario, in questa era in cui internet impera, anche la “chiesa” si è adeguata con siti e chissà quale altre attività e strumenti ci si inventa pur di arrivare a trovare la ricetta quella “magica” che ci dica cosa e come fare a parlare di Gesù ai ragazzi in questi tempi moderni. Fra tante proposte non ho sentito, se non pochissime volte, quella di provare a fermarsi e parlare con loro, ascoltarli e scrutare i loro sguardi, troppo spesso smarriti e soli. Gesti troppo complicati ed impegnativi. Non esiste la scuole per genitore, lo si impara un pezzettino al giorno ogni giorno. Diverso è per l’educatore, prima cosa deve possedere la passione e l’amore di Gesù oltre che gli studi che ti preparano a fare ciò. Abbiamo troppo e troppe cose da fare, da dare retta, pensiamo che più facciamo più ci affanniamo prima possiamo arrivare e risolvere tutto, ma non è cosi!
    Il dramma è che nonostante parliamo la stessa lingua in casa, nelle comunità al lavoro, di fatto non ci comprendiamo più, viviamo in uno stato di babilonia con valori e priorità tutti diversi l’uno dell’altro. L’unico modo forse per iniziare a capirsi e fermarsi “ascoltare” e “parlare”, soprattutto con i nostri ragazzi. Solo cosi credo si può “evangelizzare”. Mi fermo, ti ascolto e parlo con te, cosi facendo a loro volta lo faranno tra loro, con noi e con gli altri.
    Mi rendo perfettamente conto di dire delle banalità, ma quello che da sempre mi affascina leggendo il Vangelo è la semplicità con cui Gesù accosta ogni uomo, non fa altro che: fermarsi, ascoltare e parlare loro con amore, e quando opera il miracolo quello che chiede è solamente una fede sincerità, niente di più.
    Cosi facendo credo non ci sia più tanto bisogno di baracche da tenere in piedi o rami secchi da tagliare, e anche il penoso problema che oggi vi sia così “poca attenzione alla persona” venga in parte arginato. Difatti pur parlando e riempiendoci la bocca di parole e parole, pur versando chilometri e chilometri d’inchiostro su pagine e pagine di libri o quotidiani che siano, nessuno in realtà sta pensando o prestando attenzione all’altro, e neppure a sesti. Riuscire a fermarsi per ascoltare e parlare ci porterebbe a una vita più semplice, meno complicata, con meno cose (agi, lussi, distrazioni) avremo certamento meno zavorra da portarci dietro ma dirte il nostro cuore sarà gonfio di gioia pronto ad amare più noi stessi quanto gli altri.

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