Due ragioni a favore dell’ordinazione femminile


di Michèle Jeunet in “http://aubonheurdedieu-soeurmichele.over-blog.com” dell’11 luglio 2012 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

1. Ordinare delle donne prete significa andare fino in fono ad un sovvertimento, un felice sovvertimento, dei modelli fossilizzati del maschile e del femminile. Venti secoli fa, all’inizio dell’avventura evangelica, c’era tutto, grazie alla novità di Cristo, per spezzare il concetto inegualitario e fossilizzato del rapporto uomo/donna, come del resto c’era tutto per rendere illegittima la pratica della schiavitù.

San Paolo lo aveva compreso molto bene, dichiarando che in Cristo non c’era più distinzione tra ebrei e greci, tra schiavi e uomini liberi, tra uomini e donne, perché tutti sono uno in Cristo (Gal 3,28).

Ma a poco a poco le comunità cristiane, per desiderio di integrazione, per il bisogno di farsi accettare dalla società pagana, non hanno completamente tratto le conseguenze da questo aspetto liberante del Vangelo.

Dico proprio “non completamente tratto le conseguenze”, perché questo fermento di liberazione contenuto nel Vangelo ha tuttavia, malgrado tutto, lavorato nelle coscienze in profondità.

Per quanto riguarda la schiavitù, c’era ancora nel XIX secolo un testo del Magistero romano che lo legittimava (Istruzione del Sant’Uffizio del 20 giugno 1866, firmata da Pio IX). Ed è stato necessario attendere il Concilio Vaticano II per leggere una dichiarazione ferma e definitiva di condanna della schiavitù.

Allo stesso modo, per ciò che riguarda le donne, la novità del Vangelo non è riuscita a vincere i pregiudizi, gli stereotipi, le funzioni sociali, differenziati secondo i sessi per le stesse ragioni: conformarsi alla cultura dominante per farvisi accettare, e questo con grande svantaggio delle donne. Questo rendeva quindi inconcepibile il loro accesso a posti di responsabilità nella società e nella Chiesa.

È stato quindi necessario aspettare i progressi realizzati dalla società nell’Occidente contemporaneo affinché quei modelli fossilizzati cominciassero veramente ad andare in pezzi!

Sono una di quelle persone che si rallegrano di tale evoluzione che può permettere a ciascuno e a ciascuna di inventarsi la propria femminilità o mascolinità in un’unica natura umana che non è rinchiusa nella morsa di una definizione.

Questa maniera aperta e creativa di concepire le differenza dei sessi è in contrasto con l’antropologia esposta, ad esempio, nella lettera apostolica Mulieris dignitatem (Giovanni Paolo II, 1988).

In questo testo, la femminilità è ridotta per tutta l’eternità e per volontà divina alla vocazione o alla verginità o al matrimonio e alla maternità. È una concezione fossilizzata del femminile, ridotta a queste tre dimensioni. È interessante notare che esse sono coerenti con lo schema classico del femminile sempre riferito al maschile: una donna è o una vergine, cioè una donna senza uomo, o è la sposa di un uomo e la madre dei figli dell’uomo. Questa vocazione sarebbe talmente sublime che niente altro deve distoglierla da ciò, soprattutto non un ministero presbiterale che viene detto contrario alla sua natura.

La donna che io sono, e molte altre con me, non si ritrovano in questo modello riduttivo e prefabbricato. Per noi si tratta di abitare lo spazio sociale ed ecclesiale, senza esclusivismi, dedicandovi il meglio di noi stesse a tutti i livelli del servizio, inventando la nostra vita secondo gli appelli dello Spirito che si esprimono nel più profondo dell’essere.

Ordinare delle donne prete sarebbe un forte contributo da parte della Chiesa alla liberazione da immagini riduttive del femminile e del maschile.

2. Ordinare delle donne prete, significa andare fino in fondo ad un sovvertimento, un felice sovvertimento, di una certa immagine di Dio.

Abbiamo preso coscienza che pensiamo sempre Dio al maschile? Non foss’altro che per il linguaggio. Noi diciamo: Egli.

Gli oppositori all’ordinazione parlano di simbolica: nel senso che il maschile simbolizza il divino e il femminile. È vero che molte immagini bibliche vanno in questo senso: lo sposo, il re, il pastore…

Ma innanzitutto, ci sono altre immagini che non sono state valorizzate, ma che dicono anche Dio con immagini al femminile: la donna che partorisce: Isaia 42,14; la madre che non dimentica mai i suoi figli e che li nutre: Isaia 49, 15; quella che se ne prende cura e che insegna loro a camminare: Osea 11, 1-4; la donna che consola: Isaia 66,13-14; l’orsa che difende i suoi piccoli: Osea 13, 8; la donna che cerca la sua moneta d’argento perduta: Luca 15; la panettiera che fa il pane: Matteo 13, 33; la madre-aquila che insegna a volare: Deuteronomio 32, 10-11; la madre-chioccia con cui Gesù si identifica in Luca 13, 34.

E poi questa simbolica è pericolosa. La formula che colpisce maggiormente per esprimerne il pericolo è quella conosciuta di Mary Doly: “Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio”. Si parla anche di verità di rappresentazione di Cristo: mascolinità del prete per rappresentare Cristo che era un uomo maschio. In questi due argomenti, c’è una concezione del sacerdozio ministeriale che ne fa il rappresentante del sacro.

Avere delle donne prete significherebbe aiutare a rompere questo immaginario: Dio è al di là del maschile o del femminile. E soprattutto la femminilità di una donna prete direbbe con ancora maggiore verità che nessuno rappresenta Cristo e che lui è il solo Sacerdote, che l’autore dell’Epistola agli Ebrei ha saputo mostrare così bene.

Ordinare delle donne prete sarebbe un forte contributo da parte della Chiesa alla liberazione da queste immagini riduttive di Dio.

Questa esclusione mi riguarda personalmente, ma non è questo il problema essenziale. Cosa importa che io non sia prete! Ma invece importa che tutte le Chiese cristiane abbiano delle donne che esercitano dei ministeri a servizio delle comunità e del Vangelo. Certe Chiese hanno fatto questo passo. Personalmente sarei anche felice di beneficiare del ministero presbiterale di donne! Ci sono uomini e donne che ne sarebbero felici! Lo vedo già nella mia pratica di accompagnamento spirituale, certe donne e certi uomini preferiscono essere accompagnati da una donna. Nel caso del ministero presbiterale, attualmente, non c’è scelta.

Non voglio escludermi dalla Chiesa cattolica romana. La mia scelta è innanzitutto quella di rifiutare la proibizione di parola che si è abbattuta su questo problema dopo la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994). Il rifiuto di tacere è per me un modo di testimoniare la libertà del vangelo e di operare, per la mia piccola parte, a favore della libertà di pensiero nella Chiesa.

Vorrei che fossimo numerose, religiose o laiche, a dire pubblicamente la nostra opposizione a questa situazione, a esprimere anche, se così è, la nostra disponibilità al presbiterato, per mostrare che lo Spirito Santo chiama anche delle donne, e che non si tratta di casi isolati.

Prima di terminare: una precisazione per evitare ogni ambiguità.

Appartengo ad un ordine religioso. Le responsabili per la Francia (nel gergo dei religiosi, si parla della Provinciale e del suo consiglio!) mi hanno dato semaforo verde per intervenire a questo convegno e poter esprimere la mia posizione.

Questo non significa che la mia Congregazione, in quanto tale, prenda posizione su questo problema, né che tutte le Sorelle siano a favore dell’ordinazione delle donne. Alcune lo sono, altre no. Questo deve essere chiaro. La mia posizione non impegna la mia Congregazione.

Ma questo vuol dire che una Congregazione religiosa ha accettato che una dei suoi membri potesse esprimere liberamente la sua posizione. Mi auguro veramente che questa libertà si estenda ad altri Istituti religiosi e su altri temi, perché mi sembra che uno dei deficit maggiori della Chiesa cattolica romana sia la mancanza di dibattito interno in piena libertà. Il profetismo della vita religiosa renderebbe un grande servizio alla Chiesa stimolandola su questo punto.

Ad esempio, sono molto contenta della dichiarazione di Padre Timothy Radcliffe (ex generale dei Domenicani) sulla rivista Pèlerin (20 ottobre 2005) che dichiara tranquillamente che nessun argomento contro l’ordinazione delle donne riesce a convincerlo!

Questa stessa libertà, questo stesso coraggio, su questo tema o su altri, lo spero per molti di noi.

Infine, per terminare e con un po’ di malizia, vorrei citarvi due “confidenze” di persone che esprimono il desiderio di essere prete.

Ecco la prima:

“Avevo la chiara sensazione che ciò che sentivo nel mio cuore non fosse una voce umana, né un’idea che venisse da me. Cristo mi chiamava a servirLo come prete” (Intervista concessa al Los Angeles Times del 14 settembre 1987)

E la seconda: “Sento in me la vocazione di prete… con quale amore, o Gesù, ti darei alle anime”. (Manoscritto autobiografico in Oeuvres complètes, Cerf/DDB 1996, p. 244). Cristo parlava al cuore di entrambi, e risvegliava in loro il desiderio di servirLo in quel modo. Il primo desiderio si è realizzato, il secondo no. La ragione? La indovinate!

Il primo era un uomo, si trattava di Giovanni Paolo II, e la seconda era una donna! Si chiamava Teresa di Lisieux. È stata dichiarata dottore della Chiesa dallo stesso Giovanni Paolo II.

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Una risposta a Due ragioni a favore dell’ordinazione femminile

  1. Alèudin ha detto:

    Articolo interessante grazie,

    come conciliare ” in Cristo non c’era più distinzione tra ebrei e greci, tra schiavi e uomini liberi, tra uomini e donne, perché tutti sono uno in Cristo” (Gal 3,28) con il fatto che secondo s. Paolo le donne non dovevano prendere parola ed essere sottomesse al loro capo, l’uomo come l’uomo a Cristo?

    La chiesa già nel 1400 aveva emesso una bolla contro la schiavitù:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Sicut_Dudum
    ben prima del 1866.

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