Ecclesiologia e ministero


Carissime amiche e carissimi amici, in questi giorni è uscito per le edizioni Viator di Milano una mio piccolo lavoro sullo stretto rapporto tra idea di chiesa e tipo di preti/ministri, arricchita da diversi appelli di chi nel mondo invoca un’autentica riforma ecclesiale e una bibliografia ragionata sui former priest. Una piccolissima cosa, ma spero possa aiutare la riflessione e l’impegno per un’altra chiesa possibile. Naturalmente anche la foto di copertina è mia :-).

Si può acquistare sul sito http://www.viator.it o nelle librerie religiose.

Si può fare diversamente.

Non è utopia, arroganza o sterile provocazione pensare che tante cose, anche nella chiesa, possano essere fatte diversamente.

A partire da quale modello di chiesa e, conseguentemente, da quale idea di ministro.

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Una risposta a Ecclesiologia e ministero

  1. biagi sonia ha detto:

    Il prete e il drago
    ​Non era mica un temerario. Si chiamava don Ivan, aveva 65 anni. Ed era parroco a Santa Caterina di Rovereto di Novi, nel Modenese, da sette anni. Dopo che la terra, come un drago non più mansueto, aveva tremato la prima volta nella giornata di ieri, era tornato nella sua Chiesa per vedere come stavano le cose. E lì è stato mortalmente colpito da un grande frammento caduto. Era tornato nella sua Chiesa, nella casa di Dio. In questi giorni sembra quasi che il buon Dio voglia farci riflettere sul fatto che mentre la casa di Dio, come ha detto il Papa, è scossa da tempeste ma non cade, anche là dove cede la costruzione in muratura, e dove si schiantano – dopo decenni o secoli – le testimonianze di fede del nostro popolo, non crolla la fede, non crolla la Chiesa invisibile che sempre ama e ricostruisce la Chiesa visibile.

    Don Ivan, con il suo gesto semplice, non ingenuo (era in compagnia dei pompieri), non spavaldo, ci ha mostrato cosa significa amare la Chiesa visibile. Ha compiuto il gesto che tutti i parroci fanno quando c’è una situazione del genere. Poste in salvo le persone, si va a vedere come sta la Chiesa. Poste in salvo le vite, si va vedere come sta il segno del senso della vita. Non è stato il gesto di un capitano che non vuole abbandonare la barca. I nostri parroci non sono capitani di niente, ma sono servi di quel luogo. Di quel luogo che anche nel nome evoca la casa (para oichìa, tra le altre case), dal greco: la casa di Dio, del senso di tutto il vivere e il morire che va in scena intorno e dentro di essa.

    Non è stato un capitano, don Ivan. È stato di più. Non si trattava di non abbandonare una barca – gesto eroico, ma in fondo inutile se poi la barca va giù – ma si trattava di vedere come reggeva il segno del senso della vita. Quel segno che lui stesso portava nella carne, avendo ricevuto il sacramento del battesimo e poi del ministero. Essendo lui stesso segno, servo di Dio nel mondo. La sua testimonianza, la sua inaspettata grandezza – sì, inaspettata, e gli è toccata in sorte proprio nell’atto di morire – sono ora un segno per tutti circa il metodo che Dio usa per stare con il suo popolo: una casa in mezzo a noi. Una para oichìa.

    Era tornato a vederla, la sua chiesa di parrocchia, dopo che la terra drago aveva tremato, la terra povera creatura come noi, abitata da fratture, da movimenti incontrollabili. Una casualità, si dice. Ma questa parola che acceca e ferisce per quanto è aspra se viene usata per i casi di morte, è parola strana. Quando la usiamo in altri frangenti e indichiamo, che so, la casualità di un incontro, di una occasione, qualcosa di inatteso che ha dato sapore alla vita, ecco che la parola casualità – la stessa che ora mormoriamo insieme ai requiem per don Ivan – ci appare quasi festosa, quasi luminosa. Una casualità forse aver incontrato la donna che amiamo, una casualità che i nostri figli siano nati oppure no, una casualità aver trovato un lavoro, o addirittura, come insegnano molti scienziati, aver scoperto qualcosa di importante nella storia del progresso della umanità. È una parola che non si riesce ad addomesticare, che non riesci ad afferrare in un preciso significato. Se la applichi alla morte, è piena di pianto. Se la avvicini a circostanze liete della vita, sorride.

    Don Ivan – con la umile evidenza che gli viene dall’indossare una veste che lo rende uguale e diverso ai suoi paesani – ci ha ricordato che la parola che governa la nostra vita è casualità. L’ha portata per così dire lui addosso, con il suo morire, l’ha portata fin lì dove solo può essere pronunciata con un significato pieno, con il cuore che trema ma non resta preda di macerie: ha portato la casualità dove si rivela come Mistero. Come Padre a cui gridare e tendere le mani nella casa che ha eretto per tendere le Sue mani verso di noi.

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