La “Pfarrer-Initiative” il disagio dei parroci


intervista a Helmut Schüller a cura di Lorenzo Prezzi in “Settimana” n. 19 del 13 maggio 2012

Don Helmut Schüller è stato responsabile della Caritas di Vienna e vicario generale della diocesi. Ora è parroco a Probstdorf (del vicariato di Manhartsberg, a 30 chilometri dalla capitale) e cappellano all’università di Vienna. La sua comunità è composta di circa 3.000 persone. È diventato noto come uno dei primi firmatari della Pfarrer-Initiative (iniziativa dei parroci). Attiva dal 2006 ha presentato nel giugno del 2011 un «appello alla disobbedienza » (cf. Sett. 28/2011, p. 2 e 15/2012, p. 2; Regno-doc. 15/2011, p. 455). Agli oltre 450 firmatari (preti e diaconi) si è rivolto il papa Benedetto XVI durante l’omelia della messa crismale. Abbiamo rivolto a don Schüller alcune domande a partire dalle affermazioni del pontefice. Riteniamo l’appello «sbagliato» ma non privo di qualche ragione.

Reverendo Schüller, il papa nella messa del crisma (5 aprile) ha puntato la sua attenzione sulla Pfarrer- Initiative denunciando l’appello alla disobbedienza come uno strumento contraddittorio per rinnovare la Chiesa. Perché l’iniziativa è ricorsa a questa formulazione così discutibile?

L’uso del concetto di “disobbedienza” nel titolo del nostro appello ha molte ragioni: “obbedienza” (in tedesco Gehorsam) ha a che fare con “trovare ascolto” (in tedesco Gehör finden). Ma le richieste di riforma della nostra Chiesa non trovano ascolto nei vertici della Chiesa da molti anni. In secondo luogo, la nostra prassi pastorale, attraverso la quale vogliamo incontrare gli uomini nello spirito del vangelo, significa talvolta disobbedienza verso le indicazioni ufficiali della Chiesa (tollerata quando è “disobbedienza silenziosa”, ma non quando è dichiarata). In terzo luogo, intendiamo esprimere disobbedienza rispetto ad un’evoluzione nella Chiesa che si distanzi dalle prospettive del concilio Vaticano II.

Qual è stata la reazione dei firmatari all’omelia di Benedetto XVI e al suo appello a rafforzare la dinamica della speranza e la forza dell’amore? Abbiamo trovato il discorso del papa verso il nostro appello sorprendentemente articolato: se non altro perché si avvicina alle nostre richieste nella forma della domanda – e non, come qualche vescovo ha fatto, con l’accusa infondata secondo cui metteremmo a rischio la nostra appartenenza alla Chiesa o perseguiremmo l’intento di uno scisma. Abbiamo avvertito anche un accento critico circa i pericoli di strutture immobili e inerti. In ogni caso vorremmo chiedere al papa la possibilità di un incontro per rispondere direttamente alle sue preoccupazioni.

Ives Congar parlava di «vera e falsa riforma della Chiesa». Una preoccupazione soltanto istituzionale può essere considerata una riforma autentica? Anche noi siamo consapevoli che la dimensione istituzionale della Chiesa è soltanto una fra molte dimensioni ecclesiali. Ma nelle strutture della Chiesa si può riconoscere una sorta di “lingua dei corpi”, di linguaggio non verbale, che talora può manifestarsi contraddittorio rispetto a ciò che la Chiesa vuole annunciare. Inoltre, dietro le domande istituzionali si trovano domande e temi che giungono fino a un livello profondamente spirituale: la partecipazione dei battezzati alle decisioni della Chiesa ha a che fare con la loro dignità e vocazione oltre che con il rispetto dinanzi alle loro esperienze di vita e di fede che li qualificano adatti ad una partecipazione significativa alle decisioni.

Non suona paradossale accusare la Chiesa post-conciliare di immobilismo quando i movimenti tradizionalisti dicono il contrario? Che impressione le fa essere collocato come polo dialettico rispetto ai lefebvriani diventando elemento di conferma dell’indirizzo romano?Bisogna rimanere su misure realistiche. Il gruppo dei “tradizionalisti” è piccolo e sovrastimato. Per loro va cercato e trovato un posto nella Chiesa. Ma devono anche comprendere che non possono pretendere di determinare la strada della Chiesa nel suo complesso. Per questo deve essere decisivo il consensus fidelium del popolo di Dio e delle persone impegnate nella Chiesa. Non ci riconosciamo come polo contrapposto dei lefebvriani, ma entro una comunità più larga con i battezzati e con i sacerdoti che lavorano per il compiersi della Chiesa nell’oggi.

L’“appello alla disobbedienza” contiene sette richieste specifiche. Per quali ragioni vi siete concentrati su queste richieste? L’ordine con cui le enunciate è anche un ordine di valore? Su quali richieste intendete insistere? I temi specifici derivano tutti dalle nostre esperienze di lavoro pastorale nel quotidiano. L’elenco non esprime una gerarchia di valori e non è neanche completo. Ma vediamo un collegamento tra i temi. Faccio notare che i vescovi rimandano a Roma l’intera pertinenza delle questioni. Se si riconoscesse qualche tema alla responsabilità dei vescovi locali – per esempio nella forma di un permesso (anche a termine) per “esperimenti” per nuove vie in qualche regione della Chiesa –, potrebbe avere senso anche un’altra articolazione delle nostre richieste. Non vi è nessuna pretesa che noi, come Pfarrer-Initative, si voglia “intestardirsi”. Chiediamo che i vertici della Chiesa aprano un nuovo dialogo con il popolo di Dio e valorizzino i carismi dei battezzati e di quanti sono impegnati nella Chiesa per una lettura dei “segni dei tempi”. Come cerchiamo di fare noi come parroci delle nostre comunità. Non è nei nostri obiettivi una trattativa esclusiva fra “clero alto” e “clero basso” sulle sollecitazioni indicate. Non corrisponde alla nostra concezione di Chiesa.

Lei venne scelto dal card. Groër come direttore della Caritas e apparve come un “prete conservatore”. Il card. Schönborn lo nominò come vicario generale e apparve come un prete interno all’apparato ecclesiastico, ora è primo firmatario di un appello che lo fa sembrare come un “prete-dissidente e rivoluzionario”. Qual è la sua immagine vera?

Ho dei dubbi che l’immagine che uno ha di se stesso sia più obiettiva di quella che emerge dall’esterno. Tuttavia: non mi riconosco né “dissidente” né “rivoluzionario”. Noi tutti della Pfarrer- Initiative siamo impegnati ogni giorno nella pastorale parrocchiale. Non pochi di noi sono “decani” che coordinano, mettono insieme e aiutano i vescovi a risolvere i problemi quotidiani della base. Può essere che i media disegnino per noi un’immagine diversa e conflittiva. Ma a causa della mancanza di un dialogo aperto nella Chiesa e nei suoi mezzi di comunicazione ove non vi è spazio per un vero confronto reciproco sulle questioni emergenti, la discussione migra regolarmente sui media laici che, naturalmente, seguono i propri specifici interessi. Perché la Chiesa non è quella “casa di vetro” auspicata e desiderata da Giovanni Paolo II?

Quali consensi ha ottenuto la Pfarrer- Initiative fra i preti, i suoi parrocchiani, i laici frequentanti del paese e l’opinione pubblica austriaca? La posizione del papa ha modificato il loro giudizio? Il consenso sulla formalizzazione di questi temi e questioni, anche in una forma inconsueta, è molto grande e include anche la vecchia generazione. Potrei mostrare numerosissime e-mail, lettere e dialoghi anche da parte di cattoliche e cattolici anziani. Inoltre, si intensifica il rapporto con sacerdoti e gruppi di sacerdoti in Europa e altrove che si mettono in contatto con noi. Adesso sono messi sotto pressione alcuni sacerdoti della Slovacchia e dell’Irlanda da parte dei loro vescovi e vengono minacciati con sanzioni se non smettono di manifestare i temi della riforma (voglio far notare che né i nostri colleghi d’Irlanda, né quelli della Slovacchia hanno usato la parola “disobbedienza”, limitandosi alle richieste dell’appello. Come si vede, la ragione di scandalo della nostra parola “disobbedienza” è solo un pretesto…). Il passaggio della predica del papa del Giovedì santo che ci riguarda ha sollecitato la nostra attenzione: si allude a un trattamento più differenziato dei nostri temi? Per questo non riteniamo “retoriche” le domande del papa e ne discuteremmo volentieri direttamente con lui.

Come la Pfarrer-Initiative si muoverà nel prossimo futuro? Secondo quali progetti? Come proseguirà il dialogo coi vescovi locali? Rafforzeremo la nostra rete internazionale e ci impegneremo a metterci in dialogo a livello della Chiesa mondiale. Inoltre, vogliamo incoraggiare tutti coloro che sono impegnati nelle loro comunità a formulare più direttamente e distintamente le loro domande. Siamo sempre aperti al dialogo con i vescovi locali e con le conferenze episcopali. Ma si dovrebbe superare il semplice “essere gentilmente ascoltati”. I vescovi devono chiarire le loro posizioni come pastori delle Chiese locali (senza rimandare sempre alla competenze di Roma) e devono chiarire come vogliono esprimere la loro corresponsabilità in ordine alla guida dell’intera chiesa.

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2 risposte a La “Pfarrer-Initiative” il disagio dei parroci

  1. angelo elia ha detto:

    E che dire della mostra blasfema organizzata nel museo del duomo di Vienna, acconsentita dal cardinale Schönbor,di cui Helmut Schüller era il pupillo/vicario generale ?
    ,

  2. sabrina sessa ha detto:

    da palazzo apostolico–il foglio
    Care collaboratrici e collaboratori, e questa volta in particolare, cari confratelli nel servizio sacerdotale, i vertici della “Pfarrer-Initiative” hanno pubblicato il 19 giugno un “Appello alla disobbedienza” (www.pfarrer-initiative.at). Ho aspettato a replicare, non volevo che la mia risposta fosse dettata dalla rabbia e dal dispiacere che questo appello ha suscitato in me. Ma questo appello alla disobbedienza mi ha atterrito. E mi chiedo, che ne sarebbe delle famiglie in questo paese se la disobbedienza diventasse virtù? Molti lavoratori si chiedono come sia possibile che la chiesa inciti a propagare e a praticare la disobbedienza, quando sanno per certo che se lanciassero un appello simile sui luoghi di lavoro avrebbero da tempo perso il loro impiego. Nel momento dell’ordinazione, noi sacerdoti abbiamo promesso, liberamente e senza costrizione, nelle mani del vescovo “rispetto e obbedienza”, a voce alta e chiara abbiamo detto davanti a tutta la comunità dei fedeli: “Si, lo prometto”. Ma questo impegno verrà osservato? Nella mia veste di vescovo ho promesso anche al Papa fedeltà e obbedienza. Io voglio onorare questa parola data anche se ci sono stati momenti in cui non è facile. L’obbedienza cristiana è una palestra di libertà. L’attuazione nella vita reale di quello che noi recitiamo nel Padre nostro, quando preghiamo che la sua volontà sia fatta, in cielo così come in terra. Questa preghiera si riempie di significato e di forza, attraverso la disponibilità interiore di chi prega, di accettare la volontà di Dio, anche nei casi in cui questa volontà si discosti dal proprio modo di vedere. Questa disponibilità si concretizza inoltre attraverso l’obbedienza ecclesiastica verso il Papa e il vescovo. E a volte può richiedere uno sforzo doloroso. Anche il “masterplan” per la nostra diocesi, il processo avviato dall’Apostelgeschichte 2010 e il piano di sviluppo diocesano si concentrano sulla volontà del Signore. Ma cos’è questa volontà di Dio oggi, in tempi di grandi mutamenti, per noi, per l’arcidiocesi? Pregando insieme, celebrando insieme la festa dell’eucarestia, studiando le sacre scritture, osservando lo sviluppo della nostra società ci sforziamo di riconoscere la volontà di Dio. Il “masterplan” vuole essere il piano del maestro, del Signore. E proprio qui si inserisce l’“Appello alla disobbedienza”, mettendosi però di traverso. Visto che le riforme chieste dai promotori della “Pfarrer-Initiative” fino a oggi non sono state attuate, e i vescovi, così dicono, non hanno fatto nulla, c’è chi si vede ora costretto “a seguire la propria coscienza e muoversi autonomamente”. Ma se la disobbedienza al Papa e al vescovo diventano una questione di coscienza, questo significa che si è saliti un altro gradino, un gradino che costringe a prendere una decisione chiara. Perché alla coscienza va sempre dato ascolto, quando si tratta di una coscienza formata e autocritica. Il beato Franz Jägerstätter aveva deciso in piena solitudine e rispondendo alla propria coscienza di non servire nell’esercito di Hitler, e aveva accettato di pagare questa decisione con la vita. Il beato John Henry Newman era giunto, dopo anni di profondo tormento interiore, alla certezza che la chiesa anglicana si era allontanata dalla verità, e che la vera chiesa di Gesù Cristo continuava a esistere in quella cattolica. Per questo abbandonò la propria e divenne cattolico. Da ciò consegue che, chi in piena e provata coscienza e convinzione, pensa che Roma abbia imboccato una strada sbagliata, una strada che contraddice gravemente la volontà del Signore, dovrebbe trarne, nel caso estremo le conseguenze estreme, e cioè non percorrere più la via della chiesa romana. Spero e credo però che questa caso estremo non si verifichi. Non è necessario essere sempre d’accordo con ogni decisione ecclesiastica, soprattutto in ambito disciplinare; ed è anche lecito prendere in alcuni casi decisioni diverse da parte della curia. Ma quando il Papa ripetutamente indica chiare linee guida, ricordando anche l’insegnamento in vigore – per esempio per quel che riguarda i ruoli – allora l’appello alla disobbedienza mette di fatto in discussione la comunità ecclesiastica nel suo insieme. Perché in ultima analisi, ogni sacerdote, così come tutti noi, dobbiamo decidere se vogliamo continuare a percorrere la strada insieme al Papa, al vescovo e alla chiesa oppure no. Certo, è sempre difficile rinunciare ad alcune idee e visioni. Ma chi dichiara nullo il principio dell’obbedienza, dissolve l’unità. Nella mia lettera pastorale ho sollecitato una via comune. Ho indicato una via molto concreta: che si metta l’evangelizzazione al primo posto, che ci si impegni con tutte le forze, cominciando con l’essere, il diventare, noi stessi discepoli nuovi e migliori di Gesù. Perché è alla luce di questo esempio che “il mondo” riconoscerà se vale la pena seguire Gesù; se essere chiesa di Gesù Cristo ha veramente qualcosa di salvifico. Ed è sotto questa egida che si pongono anche gli sforzi di una riforma strutturale. Proprio in questa luce non reputo l’“Appello alla disobbedienza” un passo utile. Non appena possibile mi incontrerò per un dialogo costruttivo con i rappresentanti della “Pfarrer-Inititiative”. Farò notare loro alcune contraddizioni insite nel loro “Programma di disobbedienza”, tra queste per esempio il concetto di una “festa dell’eucarestia senza sacerdote” e ancora la definizione sprezzante di “festival liturgici” per gli aiuti sacerdotali. Solo un confronto basato sul reciproco rispetto, come l’abbiamo vissuto con grande soddisfazione durante le tre riunioni diocesane, può aiutarci ad andare avanti. Sono vescovo da ormai quasi venti anni. Il compito del vescovo è quello dell’unità: l’unità nella propria diocesi, l’unità con il Papa, l’unità con la chiesa. E io assolvo questo compito con grande felicità. Vivo molti momenti belli, ma anche momenti di dolorose ferite. Una di queste ferite è l’“Appello alla disobbedienza”. Io faccio invece appello all’unità, quell’unità chiesta da Gesù Cristo al Padre, e per la quale Gesù fu disposto a sacrificare la vita. Che mi assista ora nel mio compito di mantenere l’unità nell’amore e nella verità. Un’estate benedetta vi augura il vostro cardinale Christoph Schönbor

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