Occorre rivedere la morale sessuale, parola di vescovo Robinson


di Maria Teresa Pontara Pederiva in “Vatican Insider” del 30 marzo 2012

Che la Chiesa sia vista spesso come un’agenzia che pretenderebbe di insegnare alle persone cosa si deve o non si deve fare, quasi un’oasi di controllo all’interno di una cultura laica di “libertà”, si sapeva da tempo. Un’immagine fuorviante che racchiude in sé una serie di pregiudizi da sfatare, ma dove nessuno forse può dichiararsi esente da responsabilità. Che la via che conduce alla santità non consista in un superamento di un esame di buona condotta, bensì un entrare sempre più in relazione con Dio e la sua libertà non è oggi una concezione così diffusa, neanche tra i cattolici, che, di fatto – almeno stando ai numerosi studi e sondaggi sul tema – finiscono in materia di morale, per decidere comunque di testa loro.

Nel campo della morale sessuale lo scarto è ancora più evidente: negli Stati Uniti, per fare un esempio, mentre i vescovi e alcuni cattolici invocano la libertà religiosa per contrastare la riforma sanitaria – che allarga la copertura anche ai contraccettivi – non c’è sondaggio che non ne indichi l’uso da parte di oltre il 98% delle donne, senza alcuna distinzione di confessione religiosa.

Che il ricorso alla libertà di coscienza e alla responsabilità personale sia una delle acquisizioni conciliari più utilizzate in materia di pastorale familiare e che diversi teologi morali preferiscano pronunciarsi con estrema cautela, vista la complessità delle questioni di oggi, dove è sempre più difficile, se non impossibile, tracciare una linea netta di demarcazione, è noto anche questo, come tante piccole osservazioni dette sottovoce da molti, messe per iscritto da pochi.

Ma che un vescovo indichi senza troppi giri di parole come la dottrina morale della Chiesa abbia bisogno di una bella revisione, forse pochi se lo sarebbero immaginato, prima del 15 marzo scorso quando a Baltimora monsignor Robinson, vescovo emerito di Sidney, ha dichiarato come si renda necessario “un nuovo studio di tutto quanto a che fare con la sfera della sessualità per migliorare la dottrina della Chiesa in materia di relazioni sia eterosessuali che omosessuali”. Anzi “è tutto l’insegnamento che disciplina ogni rapporto di tipo sessuale che andrebbe aggiornato in quanto il sesso è una modalità importante per esprimere l’amore fra due persone”. E, se la società lo banalizza, non è detto che la Chiesa debba continuare ad accettare acriticamente le antiche concezioni di morale sessuale che ci vengono dalla tradizione”.

Geoffrey Robinson parla con cognizione di causa: australiano, classe 1937, titoli in filosofia, teologia e diritto canonico a Roma, è stato parroco e docente di diritto canonico, giudice del tribunale ecclesiastico per i matrimoni, oltre ad aver lavorato per scuole cattoliche e dialogo ecumenico. Nel 1984 è nominato vescovo ausiliario di Sidney e nel 2002 Giovanni Paolo II lo chiama a far parte della commissione vaticana per gli abusi da parte del clero. Ritiratosi per limiti di età, vola di frequente in America per conferenze e ritiri in università e parrocchie.

Nel marzo di quest’anno il vescovo Robinson ha visitato gli Stati Uniti ancora una volta. Il 15-16 marzo è stato relatore al 7° Simposio nazionale su cattolicesimo e omosessualità – che si è tenuto a Baltimora, Maryland, presenti oltre 400 persone, fra gay, lesbiche, trans gender cattolici – un tema cui ha dedicato anche in passato studi ed energie.

Allo stesso Simposio è intervenuto il governatore dello stato, Martin O’Malley, che aveva firmato pochi giorni prima la legalizzazione del matrimonio gay cui gli oppositori minacciano un ricorso al referendum (ma i sondaggi indicano come la maggioranza sia comunque a favore, anzi addirittura in crescita).

Proprio rispondendo sulla questione delle nozze fra persone dello stesso sesso, Robinson ha dichiarato come la dottrina della Chiesa sul matrimonio sia chiara e immutabile, ma che l’approccioalle questioni di morale sessuale e l’interpretazione stessa di alcuni passaggi scritturali in materia di omosessualità, abbiano necessità di una “profonda revisione”.

A questo convincimento sarebbe giunto – ha confessato – proprio esaminando le cause sugli abusi del clero in qualità di presidente della Società australiana di Diritto canonico. “Paradossalmente è stato proprio lo shock degli abusi a convincermi dell’importanza fondamentale del sesso nella vita delle persone e non esiste alcun margine di cambiamento della dottrina della Chiesa cattolica in materia di atti omosessuali, finché non ci sarà un cambiamento in materia di quelli eterosessuali”.

“Se il punto di partenza – come è oggi nella morale ufficiale – è che ogni singolo atto sessuale debba essere necessariamente sia unitivo che procreativo, allora non vi sarà mai alcuna possibilità di approvazione del benché minimo atto omosessuale”.

“Per secoli la Chiesa ha insegnato che ogni peccato sessuale è peccato mortale; oggi non viene più proclamato ai quattro venti come una volta, tuttavia la dottrina non è mai stata abolita e ha colpito molte persone, favorendo la credenza in un Dio irascibile che condanna all’Inferno per un solo istante di piacere derivato da un umano desiderio di ordine sessuale”. “Una vita morale, ha dichiarato, non è solo compiere le azioni giuste, ma anche impegno per giungere ad individuare qual è la cosa giusta da fare”.

Robinson ha continuato il suo giro di conferenze in tutta l’America; il 30 marzo sarà alla Santa Clara University in California per poi prendere il volo a San Francisco sabato alla volta di Sidney. Non si ha notizia di reazioni da parte dei suoi confratelli americani, ma un’autorevole appoggio l’ha trovato nell’editoriale del National Catholic Reporter in uscita il 27 marzo.

“Siamo perfettamente in linea con il vescovo Robinson per un riesame approfondito e onesto dell’insegnamento della Chiesa in materia di sessualità”. Se la posizione è chiara, altrettanto la motivazione: per contribuire a far sì che la Chiesa non sia condannata all’irrilevanza nel panorama culturale di oggi.

Accogliere l’invito di Robinson di abbandonare l’idea del peccato sessuale come un peccato contro Dio per considerare invece la morale sessuale in termini di bene o male nei confronti delle persone rappresenterebbe un passo di grande libertà. Piuttosto che andare alla ricerca del bene o del male in singoli atti oggettivi – è un atto unitivo e aperto alla procreazione? – sforzarsi invece di guardare alle intenzioni e alle circostanze. “Gli atti sessuali sono graditi a Dio quando aiutano la crescita delle persone e migliorano le loro relazioni, non sono graditi quando recano offesa alle persone e peggiorano le loro relazioni”.

L’invito è quello di non focalizzarsi sulla lettura letterale della Bibbia per comprenderne piuttosto il senso profondo in termini di viaggio spirituale del popolo di Dio nella storia.

Robinson non è il primo a chiedere una revisione della morale cattolica, scrive l’Editoriale, ma certo la parola autorevole di un vescovo va ad aggiungersi al coro aggiungendo una nuova dimensione. Solo con una morale sessuale chiara e comprensibile oggi, saremo in grado di sfidare il messaggio martellante della cultura dominante sui media: una sessualità egoistica che idolatra la gratificazione personale, il sesso separato dall’amore e mette al primo posto l’”io”, invece del “tu”.

Non dimentichiamo, scrive ancora NCR, che una sessualità cristiana genuina, centrata sulle esigenze dell’altro, risponderebbe in maniera più piena alle attese più profonde del cuore umano e sarebbe in grado di promuovere in maniera più efficace la relazione tra le persone.

Si tratta, in fin dei conti, di assumersi, sempre e comunque, la propria responsabilità personale nel quotidiano, che è poi il primato conciliare della coscienza.

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