In Sicilia manca l’acqua? La regalano a Nestlè


Ilaria Vicini per l’Altracittà

Nestlè vuole raddoppiare. Dieci litri al secondo dalle fonti di Agrigento non le bastano, ne vuole altri dieci, e il primo diniego della giunta regionale è stata annullato dal TAR. Così Nestlè Vera s.r.l. (oggi Sanpellegrino spa) è tornata all’attacco ed ha richiesto al comune di Santo Stefano Quisquina il raddoppio delle potenzialità di “emungimento”. Contro la multinazionale si schiera tutto il piccolo comune di Santo Stefano che, tra l’altro, ai referendum di giugno contro la privatizzazione dell’acqua si distinse in Sicilia per l’altissima affluenza al voto (arrivò al 71%, contro una media regionale del 52%).

Sono già 5 anni che Nestlè attinge acqua dal ricco bacino idrico per riempire le sue bottiglie Vera; e ne vende 380 milioni, con un rientro economico di svariate decine di milioni di euro, considerato l’indotto.
Ma ciò che lascia davvero sgomenti è che, invece, l’acqua delle case di Agrigento e provincia è una schifezza. La Girgenti Acque (gestore del servizio idrico della provincia di Agrigento) eroga ai cittadini acqua imbevibile, neanche buona per cucinare.
Perché?
Semplice: anziché utilizzare il bene pubblico della ricca fonte dei monti Sicani, l’amministrazione della Girgenti Acque offre ai comuni acqua dissalata e non potabile, utilizzando impianti di dissalazione di Porto Empedocle (di proprietà dell’amministratore di Girgenti Acque!), ad un prezzo triplo rispetto a quanto costerebbe la purissima acqua delle sorgenti di Santo Stefano di Quisquina, cedute alla Nestlè.

E peggio ancora, è fatto notorio che ad Agrigento, se va di lusso, l’acqua esce dai rubinetti per qualche ora ogni due giorni, altrimenti ogni otto giorni. E tutte le case dell’agrigentino possiedono cisterne pagate in proprio dove far tesoro di questa sopraffina erogazione. E se non son cisterne ci si arrangia con vasche, bidoni, secchi, taniche e qualsivoglia contenitore. Ovviamente questa acqua è ricca di germi e batteri e va bollita prima d’essere usata nei consumi domestici. Si notano però grandi passi avanti nell’intelligente spesa pubblica: fino a pochi anni fa la disinfezione dell’acqua nei serbatoi era gestita dai calcoli de u’ funtanieru, il fontaniere che con le sue brave taniche di cloro, valutava ad occhio la massa d’acqua e miscelava, con conseguenze a sorpresa. Oggi non è più così: tutto in automatico, a norma di legge (!).

A pochi mesi dai risultati positivi del referendum contro la privatizzazione dell’acqua assistiamo dunque ad un paradosso stomachevole: una multinazionale privata ottiene dall’istituzione pubblica il permesso di raggiungere nell’arco di un quinquennio la produzione di 250 milioni di litri d’acqua del demanio, passando dagli attuali 16.500 pezzi l’ora agli oltre 46 mila pezzi previsti e pianificati. Felicissimo, l’amministratore delegato della San Pellegrino Marco Settembri così parla del bottino dei Monti Sicani: “E’ buona come la nostra Nestlè Vera (che sgorga in Veneto n.d.r.), tra le più bevute. Il nostro obiettivo è sostituire questo brand conquistando con il nuovo marchio (Vera Santa Rosalia, n.d.r.) oltre il 50 per cento dei consumi dell’isola”.
E costerà pochissimo, 33 centesimi al litro (in barba al principio di concorrenza con gli altri produttori locali) perché Nestlè, impone la sua lungimirante politica commerciale: in Sicilia, a differenza del resto d’Italia, il prezzo sarà calmierato.

La notizia della plus-concessione “regalata” alla Nestlè ha provocato proteste e interrogazioni parlamentari. Ed un dibattito in seno al consiglio comunale di Santo Stefano Quisquina, cittadina cui afferiscono le pregiate e ricche fonti. La discussione però non verteva sulla concessione dell’acqua alla Nestlè anziché ad Agrigento, ma sulla preoccupazione che i macchinari della multinazionale possano scavare troppo e prosciugare rapidamente le vene acquifere.

Per concludere: Agrigento sta senz’acqua ma, ad un passo dalla città, il sottosuolo offre un bacino di oro blu e lo si sa da decenni (fu Montedison a fare i primi studi). Le istituzioni pubbliche trascurarono la faccenda (ma va’?) mentre il privato non s’è fatto sfuggire l’affare, sino al punto che anche i piccoli comuni del comprensorio forse perderanno l’autonomia idrica offerta dalle sorgenti dei Monti Sicani.

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