Dossier del Centro Nuovo Modello di Sviluppo sulle multinazionali

Un dossier agile ma succoso sulle prime 200 multinazionali del mondo. Lo ha realizzato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, già ben noto per le sue puntuali guide al consumo critico.

Dall’analisi emergono molti dati interessanti e spesso allarmanti: ad esempio, delle prime 100 economie mondiali – confrontando fatturati e bilanci degli stati – ben 67 sono multinazionali. La prima assoluta in classifica è Walmart con 422 milioni di dollari di fatturato, seguono nella top ten gruppi legati al petrolio e all’energia, con la sola eccezione di Toyota motors. Le prime multinazionali italiane a comparire in classifica sono ENI e Assicurazioni Generali.

Come illustra una delle infografiche presenti, 25 colossi finanziari controllano il 30% delle prime 43mila multinazionali.
Illuminante anche leggere che i “padroni” delle multinazionali raramente sono famosi miliardari, ma più spesso investitori istituzionali, ovvero banche, assicurazioni, fondi pensione, fondi di investimento e altri tipi di società finanziarie che raccolgono risparmio collettivo e lo usano per prestiti, partecipazioni azionarie e operazioni speculative con lo scopo di garantire un utile ai propri azionisti.

Come caso esemplare di comportamento “tipico” di una multinazionale, il dossier riporta la storia di Exxon-Mobil. La compagnia petrolifera è tragicamente nota per l’incidente della petroliera Exxon Valdez che ventitrè anni fa provocò danni amnbientali enormi in Alaska. Ma Exxon-Mobil ha anche altre colpe, prima fra tutte quella di remare contro ogni politica tesa a limitare l’inquinamento e i conseguenti cambiamenti climatici, esercitando forti pressioni sul governo degli USA e manipolando l’opinione pubblica.
Dulcis in fundo, il dossier ci regala una tabellina sui compensi d’oro ai “top manager” italiani…

Il dossier è scaricabile in pdf qui: http://altracitta.org/wp-content/uploads/2012/05/Top200.pdf

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“Il Vaticano è rimasto una corte medioevale e Ratzinger non ha più la forza di governarla”

intervista ad Hans Küng a cura di Andrea Tarquini in “la Repubblica” del 28 maggio 2012

«È una situazione molto grave e dolorosa, e come si dice in tedesco mancano cinque minuti alla mezzanotte: il tempo massimo non è ancora scaduto per salvare la Chiesa e la Fede dal sistema della Curia romana». Il professor Hans Küng, forse il massimo teologo ribelle del nostro tempo, in gioventù amico e compagno di studi di Benedetto XVI. Analizza così a caldo lo scandalo del Vaticano. Ascoltiamolo.

Professor Küng, quanto è grave secondo lei la situazione creatasi in Vaticano con lo scandalo della fuga di notizie? «È triste quando, proprio in coincidenza con la festa dello Spirito Santo, dal Vaticano apprendiamo di tanti eventi e comportamenti avvenuti là, che davvero non sono proprio qualcosa di santo né di sacro. Gli scandali relativi alle fughe di notizie confidenziali ad opera del servitore di camera, le questioni che hanno investito la banca Ior, e anche in contemporanea l ́intenzione apparente di papa Benedetto di andare alla riconciliazione con la confraternita dei fratelli di San Pio X (ndr: gli ultraconservatori epigoni di monsignor Lefèbvre) secondo la mia opinione tutto questo purtroppo è un insieme di eventi, scelte, tendenze che fa parte di un tutto, non sono casi isolati l ́uno dall ́altro». E lei che opinione ha maturato di questa situazione, che lei appunto descrive come coincidenza di eventi legati l ́un l ́altro?

«Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l  ́impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, “Salviamo la Chiesa”, in Italia sta per uscire. Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell ́indispensabile riforma della Chiesa».

Lei cioè intravede sullo sfondo anche un problema personale per Benedetto XVI?

«Sicuramente sì. C ́è anche questo. Egli dedica ore e ore ogni giorno alla scrittura di libri, anziché governare la Chiesa. E nei ranghi della Curia è diffusa l ́opinione che egli non governa. Se vuole scrivere libri, avrebbe fatto meglio a restare un grande professore e teorico». Perché parla al tempo stesso di crisi strutturale, di sistema?

«Perché la struttura e l ́organizzazione della Curia romana cerca facilmente ma invano di ingannarci, di nascondere il fatto-chiave: che il Vaticano nel suo nocciolo è restato ancora oggi una Corte. Una Corte al cui vertice siede ancora un regnante assoluto, con costumi e riti medievali, barocchi e a volte moderni e tradizioni cristallizzate, consuetudini. Nel suo cuore il Vaticano è rimasto una società di Corte, dominata e segnata dal celibato maschile, che si governa con un suo proprio codice di etichette e atmosfere. E quanto più ti avvicini al principe regnante salendo nella carriera ecclesiastica, tanto più in prima linea non vale e non conta più la tua competenza, la tua forza di carattere, le tue capacità e talenti, bensì conta che tu abbia un carattere duttile con una capacità di adattarsi soprattutto ai voleri del regnante. È lui solo, il regnante, a stabilire se tu sei persona grata o invece persona non grata». E più specificamente, i problemi della Banca vaticana? «Il Vaticano vive in gran parte di donazioni dei fedeli, da spese delle Diocesi. E amministra miliardi di euro di risparmi di istituzioni ecclesiastiche, di ordini e diocesi di tutto il mondo, e pone gli utili a disposizione del Papa. Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all ́opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politicafinanziaria. E infine ma non ultimo, la riconciliazione con l ́ordine di Pio X. Il Papa accoglierebbe definitivamente nella Chiesa vescovi e sacerdoti la cui consacrazione non è valida, in base alla Costituzione apostolica di Paolo VI, Pontificalis romani recognitio, del 18 luglio 1968 le ordinazioni sacerdotali ed episcopali compiute da Lefebvre sono non solo illecite ma anche nulle. Piuttosto che riconciliarsi con quella confraternita ultraconservatrice, antidemocratica e antisemita, il Papa dovrebbe preoccuparsi della maggioranza dei cattolici che è pronta per le riforme, e della riconciliazione con tutte le chiese riformate e con tutto l ́ambito ecumenico. Così unirebbe anziché dividere».

Secondo un ́analisi così pessimista non è tardi per salvare questo Pontificato e la credibilità del Vaticano? «Mancano cinque minuti appena alla mezzanotte, ma la mezzanotte non è ancora scoccata. Un solo atto costruttivo di riforme lanciato da questo Papa aiuterebbe a ristabilire la fiducia. Io spero che il mio ex collega Joseph Ratzinger non resterà nella Storia della Chiesa come un papa che non ha fatto nulla per la riforma della Chiesa».

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Ecclesiologia e ministero

Carissime amiche e carissimi amici, in questi giorni è uscito per le edizioni Viator di Milano una mio piccolo lavoro sullo stretto rapporto tra idea di chiesa e tipo di preti/ministri, arricchita da diversi appelli di chi nel mondo invoca un’autentica riforma ecclesiale e una bibliografia ragionata sui former priest. Una piccolissima cosa, ma spero possa aiutare la riflessione e l’impegno per un’altra chiesa possibile. Naturalmente anche la foto di copertina è mia :-) .

Si può acquistare sul sito www.viator.it o nelle librerie religiose.

Si può fare diversamente.

Non è utopia, arroganza o sterile provocazione pensare che tante cose, anche nella chiesa, possano essere fatte diversamente.

A partire da quale modello di chiesa e, conseguentemente, da quale idea di ministro.

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Le linne guida della CEI sui casi di pedofilia del clero

Ieri la Conferenza Episcopale Italiana ha presentato le tante attese linee guida per i casi di abuso su minori da parte di preti (il testo integrale si può trovare qui: http://www.avvenire.it/Dossier/CEI/Documenti/Documents/Linee%20guida.pdf). Riportiamo sotto due commenti critici su questo documento: un articolo apparso oggi su Il fatto quotidiano e la dichiarazione del portavoce di  Noi Siamo Chiesa.

I vescovi non vogliono indagare
di Marco Politi in “il Fatto Quotidiano” del 23 maggio 2012
Molte parole, ottime intenzioni, nessun meccanismo concreto per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni. Le Linee-guida “per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, emesse ieri dalla Conferenza episcopale italiana, deludono quanti dentro e fuori la Chiesa cattolica si aspettavano che anche in Italia l’istituzione ecclesiastica si attrezzasse per rendere efficacemente giustizia alle vittime e scoprire i criminali nascosti al proprio interno. Si fa prima a elencare quello che non c’è nel documento che indicare le novità.
Positivo è certamente l’incitamento ai vescovi a essere sollecitamente disponibili ad ascoltare le vittime e i familiari, ad offrire sostegno spirituale e psicologico, a proteggere i minori e a procedere immediatamente ad una “accurata ponderazione” della notizia del crimine per aprire altrettanto rapidamente un’indagine ecclesiastica. Poi, se del caso, si passa al processo diocesano, allontanando nel frattempo il prete da ogni contatto con minori per evitare il “rischio che i fatti delittuosi si ripetano”. Dopo due anni di riflessione e un anno di elaborazione del testo, la Conferenza episcopale si ferma qui. Chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte alle esperienze più avanzate realizzate in altri paesi come gli Stati Uniti, la Germania, l’Austria, il Belgio, l’Inghilterra. In Belgio e in Austria hanno formato commissioni di inchiesta nazionali, guidate da personalità laiche indipendenti? Pollice verso dei vescovi italiani. In Germania esiste un vescovo incaricato a livello federale di monitorare il dossier pedofilia e di intervenire nelle diocesi – diciamo così – poco attente? In Italia non se ne parla nemmeno. In Inghilterra operano gruppi di vigilanza nelle parrocchie? La Cei si guarda bene dal suggerirlo. Nella diocesi di Bressanone era stato istituito un indirizzo mail e un referente per le vittime? La Cei non istituisce neanche questo piccolo strumento operativo. Don Fortunato Di Noto, il prete siciliano impegnato nel contrasto alla pedofilia, aveva proposto che in tutte le diocesi venisse istituito un “vicario per i bambini”, una sorte di angelo custode per prevenire e vigilare. Proposta cestinata. Spira in tutto il documento un vento difensivo, concentrato nel respingere interventi energici delle autorità giudiziarie. “Eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. È la paura che – come è accaduto in America – i tribunali possano ottenere la documentazione delle manovre che hanno portato a insabbiamenti. Impedito anche l’accesso agli archivi vescovili. Altrove nel mondo gli episcopati si preoccupano di approntare anche un equo risarcimento per le vittime. Le Linee-guida si preoccupano di proclamare che “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza episcopale italiana”. Il culmine del documento si raggiunge nell’affermazione lapidaria che nell’ordinamento italiano il vescovo non riveste la qualifica di pubblico ufficiale e perciò “non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”. È vero, in Italia l’obbligo non c’è. (Lo potrebbe introdurre il Parlamento!) Ma come dimenticare le migliaia di vittime soffocate dal silenzio. Sarebbe stato un gesto di responsabilità se la Cei, liberamente, avesse impegnato tutti i vescovi a denunciare i criminali. Non accadrà. Nonostante episodi vergognosi di inerzia verificatisi in passato. Si chiama – lo si legge nelle Linee – “rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune”. Dice mons. Crociata, segretario della Cei, che non va dimenticato che gli abusi del clero sono un “delitto”. Aggiunge che la pedofilia è un fenomeno che “purtroppo ha un’estensione enorme e
richiede uno sforzo collettivo per combatterlo” e che la cooperazione tra autorità ecclesiastiche e civili è prassi. Ma quando gli si chiede perché i vescovi non sentono il dovere della denuncia, risponde: “Non possiamo chiedere al vescovo di diventare un pubblico ufficiale”. Una spiegazione razionale, giuridica o evangelica non c’è. C’è solo la grande paura dell’episcopato italiano di affrontare un bagno di verità. Dopo due anni (due anni!) la Cei ha fornito qualche cifra: 135 casi di abusi di chierici avvenuti tra il 2000 e il 2011 e portati alla Congregazione per la Dottrina della fede. “53 condanne, 4 assolti e gli altri casi in istruttoria”, spiega Crociata. E ancora: delle settantasette denunce alla magistratura: 2 condanne in primo grado, 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 5 assolti e 12 casi archiviati. Il rapporto tra la maggioranza dei colpevoli e la piccola percentuale di innocenti è palese. La grande paura di scavare nella realtà nasce da qui.

Comunicato Le “Linee Guida” sugli abusi sessuali dei preti sui minori non cambiano niente della situazione attuale. L’indignazione di “Noi Siamo Chiesa” per questa non evangelica difesa della casta ecclesiastica

 Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite  ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Questa mattina sono state distribuite ai vescovi, riuniti  in assemblea, le attese “Linee guida”  sul comportamento da tenere da parte dei vescovi per quanto riguarda gli abusi sessuali del clero sui minori. Esse sono state direttamente approvate dal Consiglio Permanente della CEI  e poi ratificate in Vaticano. Il testo è stato  redatto in un rigoroso segreto, esclusi i vescovi, esclusi i rappresentanti delle vittime e qualsiasi altro soggetto interessato, per esempio l’opinione pubblica, cattolica e non. A proposito, tra l’altro, di collegialità episcopale !!

Nel merito, ad una prima lettura, tutte le varie tappe dei procedimenti previsti (“verosimiglianza della notizia”, “indagine previa” , provvedimenti cautelari ecc..) appaiono affidate al “prudente discernimento del vescovo”. Molte sono le garanzia a tutela dei preti; delle vittime non si parla, salvo qualche generica parola di buone intenzioni nella Premessa. Esse non hanno diritti espliciti e garantiti.

Il testo ricorda che il vescovo non è tenuto, in base alla legge italiana, a deferire il prete accusato all’autorità giudiziaria. Lo sapevamo già. Ma se questo obbligo non è previsto dalla legge, poteva però  essere un impegno vincolante a carico del vescovo che le “Linee guida” decidevano  unilateralmente.

Il testo inoltre non prevede l’istituzione di alcuna autorità indipendente che  sia il primo punto di riferimento per le vittime (ciò è avvenuto invece in tante altre  conferenze episcopali e nella diocesi di Bolzano-Bressanone). Quindi tutto come prima.

Sorde e cieche sono le guide del nostri vescovi.

Sorde perché, chiuse nella difesa della loro casta, non hanno ascoltato nessuno dei tanti, vittime e altri, che hanno cercato di interloquire e di proporre ragionevolmente, a partire da diritti violati.

Cieche perché non vedono, non vogliono vedere,  la situazione come si è manifestata, anche nel nostro paese, negli ultimi tre o quattro anni

Che poi i vescovi si ritengano  degni di fiducia in questa materia è atto di pura arroganza quando, ovunque nelle nostre diocesi, è stata prassi consolidata quella di “coprire” i colpevoli e l’istituzione-Chiesa, con ben scarso interesse per le vittime. Forse a qualcuno di essi che ha più coscienza, supponiamo, capiterà di non volersi guardare allo specchio.

Amareggiati come ci è capitato raramente di esserlo, non ci resta che sperare che la nostra magistratura applichi con rigore, come ha fatto il GIP di Savona nel caso Lafranconi, il secondo comma dell’art. 40 del codice penale là dove recita : “Non impedire un reato, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo” e che, a questo titolo, si proceda nei confronti dei vescovi, ogni volta che ce ne siano le condizioni oggettive.

Roma, 22 maggio 2012

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Diamo la parola al silenzio

Sulla linea dei preti austriaci “disobbedienti”, anche gruppi di cattolici francesi propongono piste di rinnovamento per la Chiesa. Molti uomini e donne trovano che la Chiesa stia tornando indietro ma non osano o non possono esprimersi. Dicono: “A che serve?” A questi cattolici insoddisfatti, Michel Bloch-Lemoine e l’associazione Chrétiens et libres en Morbihan hanno fatto circolare l’anno scorso il testo-manifesto “Diamo la parola al silenzio”

Per mostrare che i cattolici dell’Austria e dell’Irlanda non sono i soli a porsi delle domande, hanno appena pubblicato un fascicoletto che offre argomenti a questa corrente che sembra poco compresa dalle autorità ecclesiastiche. Vi si trova un florilegio delle affermazioni dei 2000 firmatari del manifesto: delusioni davanti “all’inerzia di molti fedeli”, denuncia del linguaggio “d’altri tempi” usato dall’istituzione, rifiuto del neoclericalismo, assenza di dialogo… Il documento presenta inoltre alcune brevi note teologiche.

L’ecclesiologo Jean Rigal fa il punto sui divorziati-risposati, sull’ordinazione di uomini sposati e sul centralismo romano. Il teologo Jean-Marie Ploux affronta l’urgente riforma del sistema attraverso il caso del Vaticano (“modello ereditato da una società che non esiste più”) e quello dell’unità del cattolicesimo (“Roma ha paura della diversità e concepisce l’unità solo nell’uniformità”). Michel Bloch-Lemoine propone infine alcune piste per “porre le pietre d’attesa di una Chiesa rinnovata”. Si tratta di 56 pagine dense, che daranno qualche strumento ai cattolici francesi che non hanno rinunciato a prendere la parola.

“A l’écoute de la parole”, € 4. Lo si può ordinare su iblolem@cegetel.net

Diamo la parola al silenzio

di Michel Bloch-Lemoine e altri

in “www.groupes-jonas.com” del 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Molte donne e molti uomini trovano che la Chiesa stia andando indietro, ma non osano o non possono esprimersi. Dicono: “A che serve?” Sono molte le persone che se ne vanno, deluse. Vogliamo dar voce al loro silenzio. L’anno prossimo, si commemorerà il Concilio Vaticano II: sarà per rinchiuderlo nel passato o per rianimare il suo slancio? Invitava il popolo di Dio a diventare vivo e responsabile. Auspichiamo che molti cristiani possano esprimersi liberamente ed essere ascoltati.

Quanti problemi importanti rimasti senza risposta: quello della comunione eucaristica dei divorziati-risposati, quello dell’ordinazione al presbiterato di uomini sposati, quello delle parrocchie senza prete, sempre più numerose, quello della lontananza crescente tra la vita attuale ed un linguaggio che non parla più ai nostri contemporanei. Constatiamo che preti e laici si prendono la loro libertà rispetto alle prescrizioni romane. Ci auguriamo che dei vescovi abbiano il coraggio di trasmettere i desideri dei cristiani senza sottoporli ad un filtro. Ci aspettiamo da loro che reagiscano quando degli integralisti dichiarano di voler tornare nella Chiesa per distruggere il Concilio dall’interno. Siamo stati molto sensibili alle iniziative dei teologi tedeschi, di preti e laici in Austria, a Rouen, a Strasburgo, a Vannes. Con loro, vogliamo prolungare il grande atto del Concilio ed essere così testimoni attivi del Vangelo, speranza per la nostra umanità. Anche a noi spetta riunirci ed agire.

Michel BLOCH-LEMOINE, Michel PINCHON, Jean RIGAL, Gabriel MARC, Simone MARC, Thérèse BLOCH-LEMOINE, Michel DREAN, Thérèse JOUBIOUX, Gérard BESSIERE, Jean- Pierre SCHMITZ, Hyacinthe VULLIEZ, Geneviève de GEVIGNEY, Michel MANCIAUX, Geneviève MANCIAUX, Maurice LEROUX, Yves DREAN, Pierre BACHELARD, Evelyne BACHELARD, Christiane BASCOU.

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La Terra redenta dall’eco-teologia

di Jürgen Moltmann in “Avvenire” del 18 maggio 2012

Ci troviamo oggi alla fine dell’epoca moderna e all’inizio del futuro ecologico del nostro mondo, se il nostro mondo deve sopravvivere. Con ciò si intende un nuovo paradigma, nel suo nascere, che lega tra loro la cultura umana e la natura della Terra in maniera diversa da come è avvenuto nel paradigma dell’età moderna.

L’età moderna è stata determinata dalla presa di potere dell’uomo sulla natura e le sue forze. Queste conquiste e presa di possesso della natura sono oggi giunte al loro limite. Tutti gli indizi indicano che il clima della terra si va alterando drasticamente ad opera di influenti comportamenti umani. Le calotte di ghiaccio ai poli della terra si sciolgono, il livello dell’acqua si innalza, alcune isole scompaiono, aumentano i periodi di siccità, si estendono i deserti e così via. Conosciamo tutto ciò, ma non facciamo nulla in rapporto a quanto sappiamo. La maggior parte delle persone chiudono gli occhi o sono come paralizzate.

Eppure nulla favorisce tanto le catastrofi quanto il non far nulla paralizzante. Abbiamo bisogno di comprendere in modo nuovo la natura e di una nuova immagine di uomo, e perciò di una nuova esperienza di Dio nella nostra cultura. Una nuova teologia ecologica ci può in questo aiutare. Secondo le tradizioni bibliche Dio non ha infuso il proprio spirito divino soltanto nell’uomo, ma in tutte le sue creature: «Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; / togli loro il respiro: muoiono, / e ritornano nella loro polvere. / Mandi il tuo spirito, sono creati, / e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104, 29.30). Si può dedurne: se l’immagine e somiglianza divina dell’uomo dipende dallo spirito divino che abita in lui, allora tutte le creature, nelle quali abita lo Spirito di Dio, sono immagini di Dio e devono essere dunque rispettate. In ogni caso gli esseri umani fanno parte della natura della Terra in un modo così stretto che si trovano nella stessa situazione irredenta e nella comune speranza della redenzione. Gli uomini non saranno salvati ‘da’ questa terra, ma ‘con’ questa terra dalla caducità e dalla morte.

Paolo ha udito il «gemiamo interiormente aspettando… la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,23) da parte di coloro che sono animati dallo Spirito di Dio. Egli perciò ha ascoltato anche il «gemito e l’attesa» della creazione non umana attorno a sé (Rm 8,22). Egli era convinto che è lo stesso Spirito di Dio che fa gemere noi e tutta la creazione in attesa della redenzione dal destino di morte. Lo Spirito presente è il principio della nuova creazione, nella quale non ci sarà più la morte, poiché egli è lo Spirito della risurrezione di Gesù e la diffusa presenza del Risorto. La teologia ortodossa ha espresso ciò con la speranza non solo nella divinizzazione degli esseri umani, bensì anche nella divinizzazione del cosmo: «Tutta la natura è destinata alla gloria, della quale gli uomini avranno parte nel regno del compimento». Gli uomini, nella loro singolarità, nella loro destinazione e nella loro speranza di vita, sono una parte della natura. Dunque essi non sono al centro del mondo, ma per sopravvivere si devono integrare nella natura della Terra e nella comunità delle creature con cui vivono. L’arroganza del potere sulla natura e la libertà di fare di essa ciò che vogliono non compete loro, ma compete piuttosto una ‘umiltà cosmica’ e una considerazione attenta per tutto ciò che essi fanno alla natura. Solo quando saremo consapevoli della nostra dipendenza dalla vita della Terra e dall’esistenza degli altri esseri viventi diventeremo da «divinità superbe e infelici» (Lutero) degli uomini umani. Il vero sapere non è il potere, ma la sapienza. Le nuove astroscienze hanno dimostrato le interazioni tra gli ambiti inanimati e quelli animati del nostro pianeta Terra. Da questo deriva l’idea che la biosfera della Terra forma con l’atmosfera, gli oceani e le pianure un sistema complesso, unico nel suo genere, che possiede la capacità di produrre vita e di creare spazi vitali. È la pluridiscussa teoria di Gaia, di James Lovelock. Nonostante il nome poetico della dea greca della Terra, non si intende con ciò fare una divinizzazione della Terra. La Terra viene però concepita come un organismo vivente che produce vita e crea spazi vitali.Se si intende la vita in senso puramente biologico, allora la terra non è ‘vivente’, perché essa non si riproduce. Essa, tuttavia, va detta più che vivente, perché produce vita. Essa non è neppure un ‘organismo’, nel senso in cui noi conosciamo gli organismi biologici. Essa è più che un organismo, poiché produce organismi. La Terra è un soggetto di tipo particolare, incomparabile e unico. Non è un agglomerato a caso di materia e energia, non è né cieca né muta. È intelligente, poiché produce intelligenze. Ad un preciso punto della sua evoluzione la Terra ha incominciato a sentire, a pensare, a prendere coscienza di se stessa e a meritare rispetto. Noi uomini siamo creature della Terra. Dunque non stiamo di fronte alla Terra come suoi soggetti, ma nella nostra dignità di esseri umani siamo parte della Terra e membri della comunità terrena delle creature. Noi stessi siamo ‘con-creature’, insieme con gli altri esseri viventi. Questo sentimento cosmico di comunione è più ampio di tutti gli ambiti della natura che noi possiamo conoscere e dominare. Perciò oggi è tempo di mettere al centro la santità della Terra e di integrarci consapevolmente nella comunità della terra. Arriviamo a parlare di un tema particolare della teologia cristiana, tema che nella svolta ecologica verso la Terra e le sue condizioni di vita diventa oggi attuale: la teologia naturale. Mentre con questa espressione, tuttavia, tradizionalmente si intendeva una conoscenza indiretta di Dio a partire dalla natura, oggi abbiamo bisogno di una conoscenza indiretta della natura a partire da Dio. Le crisi ecologiche distruggono le condizioni vitali della Terra. Per conservarla malgrado le forze distruttive, abbiamo bisogno di un sì alla Terra che superi tali forze e di un invincibile amore per la Terra. C’è forse un riconoscimento maggiore e un amore più forte della fede nella presenza di Dio nella terra e nelle sue condizioni di vita? Abbiamo bisogno di una teologia della Terra e di una nuova spiritualità della creazione.

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Crisi e Chiese europee

di Fulvio Ferrario in “Riforma” – Settimanale delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste e Valdesi – del 18 maggio 2012

La grande crisi economica travolge l’intera Europa e, dunque, popoli di diversa tradizione religiosa. Il prezzo finora più alto lo sta pagando, come tutti sanno, la Grecia, paese a maggioranza ortodossa. È una tragedia, quella greca, della quale si parla abbastanza poco, ma chi vuole può facilmente trovare le notizie di fame e di morte che si nascondono nelle cinque lettere della parola «crisi ». Ma, lo sappiamo anche troppo bene, nemmeno i paesi latini di tradizione cattolica stanno benissimo. La situazione sembra meno tragica nel centro-Europa, a esempio in Germania, paese religiosamente bi- confessionale che, stando ai giornali, ha nelle proprie mani buona parte delle risorse necessarie per tentare, almeno, di alleviare le conseguenze del disastro nella carne delle persone. Le chiese, insomma (non le dirigenze, ma donne e gli uomini che delle chiese fanno parte) sono, si potrebbe dire, unite nella crisi, da essa coinvolte, in modi diversi, ma tutte assai a fondo. E che dicono, le chiese europee, sulla crisi? Quale messaggio lanciano ai milioni di donne e di uomini angosciati per il lavoro, la casa, i figli da mantenere? Quale posto ha, questa crisi maledetta e assassina, nell’agenda del movimento per l’unità della chiesa? L’impressione è che le chiese parlino d’altro: di se stesse, di chi tra loro sia veramente chiesa «in senso proprio », e simili. Oppure dicono di difendere la vita: quella degli embrioni e quella di chi chiede la libertà di decidere come morire. La vita minacciata dalla fame, dai licenziamenti, dal tentativo di sfruttare la crisi per colpire i diritti di chi lavora sembra meno interessante. Le singole chiese sono concentrate altrove e di conseguenza lo è anche il movimento per l’unità. Forse è normale che sia così, che le chiese continuino a ritenere che le loro questioni di potere e gerarchie siano quelle decisive. Ma allora è anche normale che il loro parlare e il loro agire lasci completamente indifferenti le persone che ritengono, non credo a torto, che i loro problemi siano altri.

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La “Pfarrer-Initiative” il disagio dei parroci

intervista a Helmut Schüller a cura di Lorenzo Prezzi in “Settimana” n. 19 del 13 maggio 2012

Don Helmut Schüller è stato responsabile della Caritas di Vienna e vicario generale della diocesi. Ora è parroco a Probstdorf (del vicariato di Manhartsberg, a 30 chilometri dalla capitale) e cappellano all’università di Vienna. La sua comunità è composta di circa 3.000 persone. È diventato noto come uno dei primi firmatari della Pfarrer-Initiative (iniziativa dei parroci). Attiva dal 2006 ha presentato nel giugno del 2011 un «appello alla disobbedienza » (cf. Sett. 28/2011, p. 2 e 15/2012, p. 2; Regno-doc. 15/2011, p. 455). Agli oltre 450 firmatari (preti e diaconi) si è rivolto il papa Benedetto XVI durante l’omelia della messa crismale. Abbiamo rivolto a don Schüller alcune domande a partire dalle affermazioni del pontefice. Riteniamo l’appello «sbagliato» ma non privo di qualche ragione.

Reverendo Schüller, il papa nella messa del crisma (5 aprile) ha puntato la sua attenzione sulla Pfarrer- Initiative denunciando l’appello alla disobbedienza come uno strumento contraddittorio per rinnovare la Chiesa. Perché l’iniziativa è ricorsa a questa formulazione così discutibile?

L’uso del concetto di “disobbedienza” nel titolo del nostro appello ha molte ragioni: “obbedienza” (in tedesco Gehorsam) ha a che fare con “trovare ascolto” (in tedesco Gehör finden). Ma le richieste di riforma della nostra Chiesa non trovano ascolto nei vertici della Chiesa da molti anni. In secondo luogo, la nostra prassi pastorale, attraverso la quale vogliamo incontrare gli uomini nello spirito del vangelo, significa talvolta disobbedienza verso le indicazioni ufficiali della Chiesa (tollerata quando è “disobbedienza silenziosa”, ma non quando è dichiarata). In terzo luogo, intendiamo esprimere disobbedienza rispetto ad un’evoluzione nella Chiesa che si distanzi dalle prospettive del concilio Vaticano II.

Qual è stata la reazione dei firmatari all’omelia di Benedetto XVI e al suo appello a rafforzare la dinamica della speranza e la forza dell’amore? Abbiamo trovato il discorso del papa verso il nostro appello sorprendentemente articolato: se non altro perché si avvicina alle nostre richieste nella forma della domanda – e non, come qualche vescovo ha fatto, con l’accusa infondata secondo cui metteremmo a rischio la nostra appartenenza alla Chiesa o perseguiremmo l’intento di uno scisma. Abbiamo avvertito anche un accento critico circa i pericoli di strutture immobili e inerti. In ogni caso vorremmo chiedere al papa la possibilità di un incontro per rispondere direttamente alle sue preoccupazioni.

Ives Congar parlava di «vera e falsa riforma della Chiesa». Una preoccupazione soltanto istituzionale può essere considerata una riforma autentica? Anche noi siamo consapevoli che la dimensione istituzionale della Chiesa è soltanto una fra molte dimensioni ecclesiali. Ma nelle strutture della Chiesa si può riconoscere una sorta di “lingua dei corpi”, di linguaggio non verbale, che talora può manifestarsi contraddittorio rispetto a ciò che la Chiesa vuole annunciare. Inoltre, dietro le domande istituzionali si trovano domande e temi che giungono fino a un livello profondamente spirituale: la partecipazione dei battezzati alle decisioni della Chiesa ha a che fare con la loro dignità e vocazione oltre che con il rispetto dinanzi alle loro esperienze di vita e di fede che li qualificano adatti ad una partecipazione significativa alle decisioni.

Non suona paradossale accusare la Chiesa post-conciliare di immobilismo quando i movimenti tradizionalisti dicono il contrario? Che impressione le fa essere collocato come polo dialettico rispetto ai lefebvriani diventando elemento di conferma dell’indirizzo romano?Bisogna rimanere su misure realistiche. Il gruppo dei “tradizionalisti” è piccolo e sovrastimato. Per loro va cercato e trovato un posto nella Chiesa. Ma devono anche comprendere che non possono pretendere di determinare la strada della Chiesa nel suo complesso. Per questo deve essere decisivo il consensus fidelium del popolo di Dio e delle persone impegnate nella Chiesa. Non ci riconosciamo come polo contrapposto dei lefebvriani, ma entro una comunità più larga con i battezzati e con i sacerdoti che lavorano per il compiersi della Chiesa nell’oggi.

L’“appello alla disobbedienza” contiene sette richieste specifiche. Per quali ragioni vi siete concentrati su queste richieste? L’ordine con cui le enunciate è anche un ordine di valore? Su quali richieste intendete insistere? I temi specifici derivano tutti dalle nostre esperienze di lavoro pastorale nel quotidiano. L’elenco non esprime una gerarchia di valori e non è neanche completo. Ma vediamo un collegamento tra i temi. Faccio notare che i vescovi rimandano a Roma l’intera pertinenza delle questioni. Se si riconoscesse qualche tema alla responsabilità dei vescovi locali – per esempio nella forma di un permesso (anche a termine) per “esperimenti” per nuove vie in qualche regione della Chiesa –, potrebbe avere senso anche un’altra articolazione delle nostre richieste. Non vi è nessuna pretesa che noi, come Pfarrer-Initative, si voglia “intestardirsi”. Chiediamo che i vertici della Chiesa aprano un nuovo dialogo con il popolo di Dio e valorizzino i carismi dei battezzati e di quanti sono impegnati nella Chiesa per una lettura dei “segni dei tempi”. Come cerchiamo di fare noi come parroci delle nostre comunità. Non è nei nostri obiettivi una trattativa esclusiva fra “clero alto” e “clero basso” sulle sollecitazioni indicate. Non corrisponde alla nostra concezione di Chiesa.

Lei venne scelto dal card. Groër come direttore della Caritas e apparve come un “prete conservatore”. Il card. Schönborn lo nominò come vicario generale e apparve come un prete interno all’apparato ecclesiastico, ora è primo firmatario di un appello che lo fa sembrare come un “prete-dissidente e rivoluzionario”. Qual è la sua immagine vera?

Ho dei dubbi che l’immagine che uno ha di se stesso sia più obiettiva di quella che emerge dall’esterno. Tuttavia: non mi riconosco né “dissidente” né “rivoluzionario”. Noi tutti della Pfarrer- Initiative siamo impegnati ogni giorno nella pastorale parrocchiale. Non pochi di noi sono “decani” che coordinano, mettono insieme e aiutano i vescovi a risolvere i problemi quotidiani della base. Può essere che i media disegnino per noi un’immagine diversa e conflittiva. Ma a causa della mancanza di un dialogo aperto nella Chiesa e nei suoi mezzi di comunicazione ove non vi è spazio per un vero confronto reciproco sulle questioni emergenti, la discussione migra regolarmente sui media laici che, naturalmente, seguono i propri specifici interessi. Perché la Chiesa non è quella “casa di vetro” auspicata e desiderata da Giovanni Paolo II?

Quali consensi ha ottenuto la Pfarrer- Initiative fra i preti, i suoi parrocchiani, i laici frequentanti del paese e l’opinione pubblica austriaca? La posizione del papa ha modificato il loro giudizio? Il consenso sulla formalizzazione di questi temi e questioni, anche in una forma inconsueta, è molto grande e include anche la vecchia generazione. Potrei mostrare numerosissime e-mail, lettere e dialoghi anche da parte di cattoliche e cattolici anziani. Inoltre, si intensifica il rapporto con sacerdoti e gruppi di sacerdoti in Europa e altrove che si mettono in contatto con noi. Adesso sono messi sotto pressione alcuni sacerdoti della Slovacchia e dell’Irlanda da parte dei loro vescovi e vengono minacciati con sanzioni se non smettono di manifestare i temi della riforma (voglio far notare che né i nostri colleghi d’Irlanda, né quelli della Slovacchia hanno usato la parola “disobbedienza”, limitandosi alle richieste dell’appello. Come si vede, la ragione di scandalo della nostra parola “disobbedienza” è solo un pretesto…). Il passaggio della predica del papa del Giovedì santo che ci riguarda ha sollecitato la nostra attenzione: si allude a un trattamento più differenziato dei nostri temi? Per questo non riteniamo “retoriche” le domande del papa e ne discuteremmo volentieri direttamente con lui.

Come la Pfarrer-Initiative si muoverà nel prossimo futuro? Secondo quali progetti? Come proseguirà il dialogo coi vescovi locali? Rafforzeremo la nostra rete internazionale e ci impegneremo a metterci in dialogo a livello della Chiesa mondiale. Inoltre, vogliamo incoraggiare tutti coloro che sono impegnati nelle loro comunità a formulare più direttamente e distintamente le loro domande. Siamo sempre aperti al dialogo con i vescovi locali e con le conferenze episcopali. Ma si dovrebbe superare il semplice “essere gentilmente ascoltati”. I vescovi devono chiarire le loro posizioni come pastori delle Chiese locali (senza rimandare sempre alla competenze di Roma) e devono chiarire come vogliono esprimere la loro corresponsabilità in ordine alla guida dell’intera chiesa.

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Vaticano contro le donne, punisce Caritas e suore

di Francesco Peloso in globalist.it

Altro che decentramento e collegialità: dal Vaticano partono, un giorno dopo l’altro, i richiami all’ordine e i commissariamenti dei grandi organismi ecclesiali del mondo. L’ultimo caso è quello di Caritas Internationalis, la struttura che riunisce gli enti caritativi cattolici di 165 Paesi. Da oggi l’autonomia di questo gigantesco network della solidarietà che si muove in tutti gli scenari più drammatici del globo è praticamente stata del tutto annullata. Saranno dotati di un assistente ecclesiastico che vigilerà sulla retta dottrina dei molti laici di diversi Paesi e culture che operano in situazioni estreme; almeno tre membri del Consiglio esecutivo che governa l’organismo saranno di nomina pontificia, e poi ogni deliberazione, documento “testo di contenuto o orientamento dottrinale o morale, emanato da Caritas Internationalis – si afferma nel decreto della Segreteria di Stato diffuso ieri – deve sempre essere sottoposto alla preventiva approvazione del Pontificio Consiglio Cor Unum, fatte salve le competenze generali della Congregazione per la Dottrina della Fede”. Sembra più un brano di memoria processuale Galileiana che un testo nel quale si “rinnova”, come spiegava ieri l’Osservatore romano, l’organizzazione.

Il Pontificio consiglio Cor Unum, presieduto dal cardinale Robert Sarah, è un dicastero minore del Vaticano: si occupa degli interventi caritativi finanziati dalla Santa Sede e ora acquista un ruolo – sia pure soprattutto di controllo – più ampio. Ma forte è anche la funzione che assumerà la Segreteria di Stato. A quest’ultima infatti spetterà la supervisione dei rapporti di Caritas internationalis con altri Stati, nonché sulle relazioni con altri organismi o con il governo italiano. Infine “i nuovi Statuti prevedono il nulla osta per la candidatura del Tesoriere, giacché tale carica ha un ruolo fondamentale nella preservazione dei diritti delle Organizzazioni membro e, pure, in qualche misura, quelli della Santa Sede”.

L’attuale Segretario generale di Caritas, il francese Michel Roy, ha espresso la propria gratitudine al Papa per i nuovi Statuti che regolano la vita interna dell’organismo. Anche il Presidente, il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, ha avuto parole di ringraziamento per il Pontefice. Ma una prima differenza è proprio questa: la Sala stampa vaticana diffondeva ieri il decreto firmato dal cardinale Tarcisio Bertone, sul sito di Caritas, si parlava invece dei nuovi statuti approvati da Benedetto XVI e quindi di “chiarificazione” circa “il doppio servizio dovuto dall’organismo: ai membri della confederazione e alla Santa Sede”. La Segreteria di Stato veniva citata solo come “tramite”. Eppure il lungo e un po’ bizantino decreto, ha dichiaratamente l’imprimatur del cardinale Bertone. Un uomo solo al comando, si direbbe, dove il comando è la parte che funziona ma la solitudine si fa sempre più rumorosa.

Del resto il conflitto era cominciato un anno fa quando dalla Santa Sede arrivò il “non placet” – via Segreteria di Stato – per l’allora Segretaria Lesley-Anne Knight. La Knight, di scuola anglosassone – è una cattolica originaria dello Zimbabwe – non veniva confermata per il secondo mandato. “L’identità dell’organismo è troppo poco cattolica” dicevano le motivazioni di allora: ovvero c’era qualche interpretazione troppo larga su temi delicati, la contraccezione in primis. All’epoca il cardinale Maradiaga definì la scelta “incomprensibile”. Oggi deve fare buon viso a cattivo gioco, ma certo il colpo arriva anche a lui. Cardinale salesiano dell’Honduras – Paese dove ha sopportato minacce, poi accuse per aver dato sostegno a un golpe anti chavista; quindi è tornato di recente a denunciare le violazioni dei diritti umani e la depredazione delle risorse naturali. E’ uomo ampiamente stimato a livello mondiale, considerato papabile con non molte chance ma è fra le poche personalità nuove espressi dal Sacro collegio in questi anni, per di più con una fama di liberal moderato.

Un altro elemento emerge però dalla vicenda: una Chiesa di preti – o meglio di cardinali – che “odiano le donne”. A quest’ultimo episodio relativo alla Caritas e alla Knight, infatti, va sommata la decisione vaticana dei giorni scorsi di procedere a un analogo commissariamento della “Conferenza” che riunisce le Superiori generali delle congregazioni femminili Usa (organismo rappresentativo di migliaia di religiose). Le motivazioni dell’ex Sant’Uffizio: troppo femministe, troppa attenzione ai poveri, troppa apertura alle unioni gay.

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